La morte di Lazzari
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La morte di Lazzari

Uno degli episodi de Il deserto dei Tartari che più vale la pena di ricordare è senz’altro la serie di eventi che porta, fatalmente, all’uccisione della guardia Lazzari, fino a quel momento presenza anonima e che emerge all’attenzione della trama soltanto per morire ed esserne esclusa.

Uno degli episodi de Il deserto dei Tartari che più vale la pena di ricordare è senz’altro la serie di eventi che porta, fatalmente, all’uccisione della guardia Lazzari, fino a quel momento presenza anonima e che emerge all’attenzione della trama soltanto per morire ed esserne esclusa. Se vogliamo, in più, paragonare questa morte a quella, altrettanto famosa e bella, di Angustina – il quale muore giocando a carte, da solo, appena sotto la vetta irraggiungibile della montagna – bisogna dire che la scena orchestrata da Buzzati per Lazzari è ben più diabolica, più originale e nasconde molte, affascinanti risonanze romanzesche, assenti, al contrario, nell’altro frangente: è il romanzo stesso che letteralmente uccide la guardia Lazzari. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo i veri motivi e le occasioni che portano il personaggio Lazzari all’uscita di scena dal plot de «Il deserto dei Tartari,» e la persona Lazzari alla morte. Il romanzo, e in particolare la trama di un romanzo, da Lukács in poi, rappresenta la forma più adatta che l’uomo abbia mai trovato per inquadrare – in un ordine e una successione temporale precisi e necessari – gli eventi di una realtà che, altrimenti, apparirebbe ai nostri occhi nient’altro che caos al di fuori d’ogni legge o previsione.

Grazie al romanzo l’uomo riesce a dare ordine e struttura al Tempo, proiettando la vita lungo una linea dritta con un inizio, uno svolgimento e una fine. Il romanzo trasforma il caos in tempo – ovvero in una serie di eventi legati l’uno all’altro da un rapporto di causalità, in un prima che è causa di un dopo – e in questo modo assegna una leggibilità, e di conseguenza un significato conclusivo, alla realtà. La storia di Lazzari comincia quando, dalle mura della Ridotta Nuova – avamposto un poco più a Nord rispetto alla Fortezza principale – viene avvistato un cavallino nero. Lazzari, disobbedendo agli ordini, si distacca dal corpo di guardia e di nascosto va incontro al cavallo per catturarlo e quindi portarlo entro le mura della Fortezza. La pattuglia è già rientrata in giornata alla fortezza mentre Lazzari, rimasto indietro, si presenta al cancello molto più tardi, in serata, convinto che l’aver catturato il cavallo possa salvarlo da una punizione pressoché sicura. È di guardia l’amico Moretto e quando questi tuona «chi va là?» Lazzari risponde semplicemente «Sono io, Lazzari!» convinto che l’amico lo riconosca subito e lo faccia entrare senza problemi. Invece, il regolamento marziale della Fortezza di confine parla chiaro: per entrare dal lato Nord – quello che si affaccia sul deserto dei Tartari – c’è bisogno di una parola d’ordine.

Questa parola, il Lazzari l’ha, sbadatamente, dimenticata. Perciò Moretto spara e l’amico, prima di morire, fa in tempo a dire solo: «Oh Moretto, mi hai ammazzato!» Parole che suonano a metà tra la maledizione e la sorpresa bambinesca, che quasi verrebbe da pronunciare come se l’avesse detta il Pinocchio di Collodi. Il fatto interessante e paradossale dell’intera vicenda è che la parola d’ordine dimenticata, o forse mai saputa, era «Miracolo». Dunque uno che si chiama Lazzari muore – ironia della sorte o dell’autore- per colpa di un miracolo, mentre il Lazzaro biblico era risorto proprio grazie all’intervento divino. Il secondo fatto curioso è che di parole d’ordine alla Fortezza non sembra assolutamente essercene alcun bisogno visto che i Tartari non arriveranno mai, e vederli, a questo punto, sarebbe un vero e proprio miracolo. Qualche capitolo prima, appena dopo l’inizio del romanzo, si possono rintracciare importanti indizi riguardo il vero motivo dietro la necessità della parola d’ordine. Una necessità che ovviamente è piuttosto letteraria, metafisica, che militare. Archetipo della passwordmoderna essa serve a mettere al sicuro la Fortezza, non però da fantomatici invasori ma dalla ben più temibile minaccia del Tempo e di un’eternità che l’uomo deve necessariamente chiudere in un ordine finito, entro i limiti temporali di una successione che parta da una premessa e arrivi a una conclusione. Ecco perché il comando della Fortezza ha imposto l’uso di ben tre parole d’ordine – prima erano solo due – che conosce solo il comandante del corpo di guardia di turno. Così Tronk spiega al giovane e incredulo tenente Giovanni Drogo il complicato sistema delle parole d’ordine a cui ogni soldato deve illogicamente – perché Drogo e Tronk ne hanno trovate almeno tre di soluzioni ben più logiche – adeguarsi:

«È imprudente, dicevano, lasciare in giro, fuori dal confine, tanti soldati che sanno la parola d’ordine. Non si sa mai, dicevano, più facile che tradisca un soldato su cinquanta che un ufficiale solo. […] Allora hanno pensato: meglio che la parola d’ordine la sappia solo il comandante. Così adesso escono dalla Fortezza tre quarti d’ora prima del cambio della guardia. Mettiamo oggi. Il cambio generale si è fatto alle sei. La guardia per la Ridotta Nuova è partita di qui alle cinque e un quarto ed è arrivata là alle sei giuste. Per uscire dalla Fortezza di parole d’ordine non ha bisogno, perché è un reparto inquadrato. Per entrare nella Ridotta occorreva la parola d’ordine di ieri; e questa la sapeva soltanto l’ufficiale. Fatto il cambio alla Ridotta, comincia la parola di oggi, anche questa la sa soltanto l’ufficiale. E così dura 24 ore fino a che non viene la nuova guardia a dare il cambio. Domani sera poi, quando i soldati fanno ritorno (potranno arrivare alle sei e mezzo, a tornare indietro la strada è meno faticosa) alla Fortezza la parola d’ordine è ancora cambiata. E così c’è bisogno di una terza parola. L’ufficiale ne deve sapere tre: quella che serve per l’andata, quella che si consuma nel servizio e la terza per il ritorno. Tutte queste complicazione perché i soldati, mentre sono in strada, non sappiano». [Buzzati, D., Il deserto dei Tartari (Milano: Mondadori, 2011) 34-35]

La parola d’ordine ha lo stesso scopo e lo stesso significato che ha il romanzo: entrambi sono atti di sintesi temporale che hanno il compito di far corrispondere le parti – che altrimenti apparirebbero sconnesse tra loro – in un tutto organico. Il comando della Fortezza e il narratore sono i soggetti di una stessa azione: proiettano nel deserto l’immagine di una vita come tutto. La successione delle tre parole d’ordine – una per l’andata, una per il servizio e una per il ritorno – corrisponde alle tre parti essenziali di ogni plot: inizio, intreccio e fine. In questo modo l’uomo cerca di difendersi dall’insostenibile contemplazione dell’infinito – di cui il deserto è il simbolo – proiettando su di esso la durata finita di una serie – fatta di passato, presente e futuro – che aiuti ad orientarsi e a non perdersi invece nell’eternità. La successione delle parole d’ordine e il plot de «Il deserto dei Tartari» sono tutti e due il prodotto di una mente – condivisa tanto dall’autore quanto dai personaggi del suo racconto – che non può sopportare la visione di uno spazio – il deserto – e di un tempo – l’eterna attesa dei Tartari – potenzialmente infiniti.

Al di fuori dei limiti di tale durata c’è il buio, l’ignoto e la morte, zone proibite che l’immaginazione non può affrontare ad occhio nudo, senza la mediazione del Tempo e della sua forma narrativa che è il romanzo. Il povero Lazzari – che si scorda la parola d’ordine e quindi non può più frapporre tra sé e l’infinito il filtro di un plot, del romanzo, della grande illusione – rimane fuori dalla porta della Fortezza e quindi letteralmente rimane fuori dalla porta dello stesso romanzo. A questo punto – divenuto personaggio rimasto fuori dalla trama, del tempo come della narrazione – non può che morire, perdendosi nel mezzo senza inizio né fine del deserto e dell’eternità. Senza l’ultima parola d’ordine, la terza, quella del ritorno, Lazzari non può gettare uno sguardo d’insieme dal punto di vista della fine e reinterpretare a posteriori il passato. Questo l’inevitabile destino di chi d’un tratto è costretto a fissare lo sguardo direttamente sulla realtà, sprovvisto di quegli strumenti illusori quanto necessari che sono la letteratura e il tempo.

Riccardo Antonangeli
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