Letteratura: La serialità fuori dalle serie tv
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

La serialità fuori dalle serie tv

Cosa ha da imparare un mondo che ha invece tanta più storia e tradizione, come quello letterario, dalla serialità?

La stagione estiva che si è da poco conclusa ci ha lasciato in eredità un nuovo instant-cult: Stranger Things, la nuova serie prodotta da Netflix, si è fatta subito amare praticamente da chiunque l’abbia vista e ha già prodotto una notevole attesa per la sua seconda stagione, guadagnandosi pure nella canicola estiva uno spazio enorme su blog, social network, riviste specializzate e quotidiani generalisti.

Un punto in particolare accomuna qualsiasi commento o recensione: il segreto del suo successo sta in un formidabile e retromaniaco mix che viene descritto chiamando in causa John Carpenter, Stephen King (non solo per il lettering), Indiana Jones, i Goonies e tante altre produzioni anni ‘80. Vale la pena notare come l’effetto nostalgia che il cinema produce da anni sfornando soprattutto seguiti e remake venga in questo caso generato sul piccolo schermo dai fratelli Duffer, ideatori della serie, concedendosi persino il lusso di creare un immaginario ex-novo, per quanto citazionista, già pronto ad espandersi. Una vera e propria prova di forza. Da dove deriva tanta sicurezza?

 

 

Se guardiamo indietro agli ultimi dieci o quindici anni, la quantità di serie tv che ci hanno regalato storie e personaggi memorabili fa impallidire qualsiasi altra forma di narrazione. Questo non lo spiega di certo la sostanza, considerate le differenze a livello di regia, sceneggiatura, stile e genere che separano Lost e Mad Men, Games of Thrones e The Wire, True Detective e I Soprano, Breaking Bad e The Big Bang Theory (la lista potrebbe essere lunghissima); è piuttosto nella forma, e cioè nella struttura ad episodi, che va cercato il vantaggio che hanno oggi le serie tv rispetto alla fiction cinematografica e letteraria.

La serialità appare un eccezionale facilitatore: lo showrunner ha a disposizione un elevato minutaggio per sviluppare una trama principale e più sottotrame, per approfondire i personaggi e dare spessore tanto ai protagonisti quanto ai comprimari; lo spettatore più impegnato ha pronti dei pacchetti da 30, 45 minuti già confezionati che lo incoraggiano a iniziare la visione, mentre a quello con più tempo a disposizione non resta che preparare una bella sessione di binge watching e godersela da solo o in compagnia, finendo magari un’intera stagione in un weekend.

Mentre le serie tv  sono ormai accreditate da più parti come forma d’arte, in altri settori relativamente ancora giovani, emergenti e ad alto tasso di innovazione la lezione è subito raccolta: in quello videoludico, ad esempio, le avventure grafiche, che hanno vissuto la loro prima età dell’oro negli anni ‘90 di Lucas Arts e di titoli come Monkey Island, stanno tornando in auge grazie a giochi ad episodi in cui il gameplay consiste essenzialmente nel compiere delle scelte, influenzando così una trama che prevede sviluppi e finali multipli, e che in alcuni casi è del tutto originale (Life Is Strange), in altri si basa proprio su licenze televisive (The Walking Dead, di Telltale Games, software house che sta costruendo la sua fortuna su questa nuova formula).

Cosa ha da imparare un mondo che ha invece tanta più storia e tradizione, come quello letterario, dalla serialità? Due cose innanzitutto. La prima è che quello che sembra il principale ostacolo è relativo, e va interpretato: l’Istat ci fa sapere che «nel 2015 si stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali». La percentuale è bassa, ma probabilmente non ci sono mai stati in realtà così tanti lettori quanti ce ne sono adesso che abbiamo tutti uno smartphone sempre con noi; non sono lettori di libri però: sono lettori abituati a testi sempre più corti, che vanno dal longform ai 140 caratteri di un tweet. La seconda è che il futuro potrebbe somigliare tanto al passato; il sogno di molti editori è un lettore che attenda impaziente di poter sapere come continua la storia, esattamente come quando Oliver Twist di Charles Dickens appariva mensilmente a puntate sulla rivista Bentley’s Miscellany: accadeva tra il 1837 e il 1839.

Un esperimento interessante è quello di DailyLit, una newsletter letteraria che spedisce quotidianamente ai propri iscritti una porzione di romanzo via e-mail; il meccanismo prova a superare tutte le difficoltà di cui si parlava poco fa: il testo è subito disponibile sullo smartphone o sul tablet del lettore e la sua lunghezza è pensata per un viaggio in autobus o in metropolitana, in modo da portare con facilità a quel senso di raggiungimento dell’obiettivo (quel daily goal motivazionale con cui tante applicazioni dedicate all’apprendimento di nuove lingue o all’attività sportiva cercano di aiutare i loro utenti a restare fedeli ai propri intenti) fondamentale per superare il vero male della nostra epoca: la tendenza a procrastinare o, peggio, a scoraggiarsi e mollare del tutto.

Si spinge ancora più in là Serialbox, che si presenta come un Netflix letterario: ogni romanzo, ammesso che abbia ancora senso chiamarlo così, viene presentato con le stesse divisioni tipiche di una serie tv: il pilot è disponibile in download gratuito, se piace è possibile acquistare nuovi singoli episodi o un’intera stagione per cimentarsi subito in un avveniristico binge reading. Una soluzione che appare fin troppo derivativa, ma è significativo che qualcuno ci stia provando.

L’impressione è che si pubblichi ancora fin troppa narrativa tradizionale, nonostante questa trovi sempre meno spazio nel modello di vita contemporaneo, dove il tempo è merce preziosa e i modi per impiegarlo non mancano; e che in futuro aumenterà l’attenzione verso formati diversi (come ad esempio quelli offerti da Adelphi con la Biblioteca minima e da Castelvecchi con l’elegante collana Etcetera) che consentiranno alla parola scritta di tenere il passo in una società sempre più dominata dalle immagini: bisogna solamente trovare le formule giuste.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Scrive di videogiochi su Ludica. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude