Letteratura: Le combinazioni parallele
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Le combinazioni parallele

Una notte, il ritorno dal Vanguard, dal sax di Chris Potter, dalla batteria di Eric Harland. O forse era l’altra notte al 55 bar, e Antonio Sanchez alla batteria, Don McCaslin il sax tenore?

Proto recensioni, pre-postfazioni di Lighthead di Terrance Hayes, Sunset Limited di Tommy Lee Jones

Una notte, il ritorno dal Vanguard, dal sax di Chris Potter, dalla batteria di Eric Harland. O forse era l’altra notte al 55 bar, e Antonio Sanchez alla batteria, Don McCaslin il sax tenore? O forse non due notti ma una, e i ricordi che si confondono in combinazioni parallele sulla via mai deserta. O forse sono i jelly-shots della festa di ieri che aiutano oggi i pensieri a precipitare l’uno dentro l’altro, goccia a goccia? L’arte, tutta, che si vive insieme negli stessi giorni per le stesse strade, rivive e si compenetra di notte in connessioni e nuove associazioni. Esse rivelano come è sottile il confine, la superficie tra un’opera e un’altra, una raccolta di poesie e un testo teatrale, un film e un nuovo disco a lungo atteso e appena uscito. Tutto sta forse nel quando si intendono gli spunti diversi d’ogni espressione artistica, e il come si reagisce trasforma in simultanei momenti i momenti dell’ascolto, della lettura e della visione. Tutto è un perenne, indefinito perché in-definitivo, auto-collaudo in forma di blob. Al tempo del collaudo nessun’opera è ancora completamente sola, e per questo non è mai così vera come in quest’ora.
Ancora collidono qui in testa le note stordite del second set, il secondo tempo d’un concerto jazz (l’ho scoperto oggi), e mi convinco di come il vero nodo fondamentale di Lighthead, ultima raccolta poetica di Terrance Hayes, sia il tempo. Il resto, la figura paterna, la fratellanza, la parola, il jazz, sono sì correnti tra le principali illuminazioni, ma dipendono da un continuo confrontarsi, perdersi e lasciarsi trascinare dal mistero del tempo. Del resto subito all’inizio nella poesia/prosa che apre la raccolta (collection/recollection) dice: «I am here because I could never get the hang of Time. This hour, for example, would be like all the others / were it not for the rain falling through the roof» e altrove «when I said my past is a severed tail». Il tetto. Il Tempo. L’ora come vortice. Mi ricordo del gatto di Pound, Lynx ferina, che passeggia in equilibrio sicuro sulla linea che separa tetto e vuoto e avanza incolume attraverso ere, eoni, onde, echi. La malinconia di Hayes, insieme debris e somberness, è un subire il tempo, memoria del passato e promessa del futuro: «tell my story, begs the past, as if it was a prayer / for an imagined life or a life that’s better than the life you live». Con i suoi fantasmi, Malcom X, il padre, la madre, gli amici del ghetto, il passato è «nutritious» e «cannibal» allo stesso tempo. Per nutrire la memoria, s’accetta di esserne divorati. L’io, lirico (passivo) e narrativo (carnivoro) insieme, è anima frantumata che vacilla, barcolla, traballa, arranca in perenne stato d’incompletezza e di-ssezione. Per ricomporsi è costretta a disperdersi, a unirsi ai fantasmi e diventare essa stessa ombra (richiama i fantasmi del Wallance Stevens di Large Red Man Reading e perché no, quelli più recenti di un video/quadro di Bill Viola). Forse solo chi decade in stato umbratile riesce a risalire all’esatta misura del Tempo. Hayes sembra riuscirci in Three Measures of Time e Twenty Measures of ChitChat. Il Tempo si misura con i cambiamenti delle persone che ci esistono accanto. Il Tempo è essere testimoni del tempo altrui. Per cogliere il Tempo bisogna essere visti e non vedere. È un impossibile cambio di prospettiva tutto interno alla memoria. Ecco l’io smaterializzarsi, diventare invisibile e fermarsi a metà strada «halfway», in un limbo senza dove né quando. «Shucked in uncertainty» la sua zona è un’inarrestabile «reverse» e avanzare, moto «syncless» che parte troppo tardi e finisce troppo presto. «I am in love with incompletion» questa la sublime seduzione del tempo secondo Terrance Hayes.

La morte o la luce è il tempo della Rivelazione? Il nero e il bianco, personaggi di Sunset Limited si confrontano sulle eterne questioni dell’umanità, quelle per intenderci di cui disquisirono amabilmente in una chiassosa taverna Ivan e Aliosha Karamazov: esiste Dio? Cormac McCarthy riscrive il Grande Inquisitore in una squallida e spoglia stanzetta di Harlem. Le due opposte visioni del mondo/posizioni nel mondo si confrontano, faccia a faccia come in un televisivo scontro elettorale. Il nero (Samuel L. Jackson) ha appena salvato dal suicidio il bianco (Tommy Lee Jones): si voleva gettare dalla piattaforma sui binari, sotto il Sunset Limited. Ora sono seduti l’uno di fronte all’altro, intorno a un tavolino, al centro della stanza. Chi l’ha salvato è un angelo o personificazione della coscienza, del dubbio in forma di fede? Fantasma o persona in carne e ossa? Il nero, operaio, cerca di convincere il bianco, professore, dell’esistenza di Dio e della possibilità che l’uomo possa in vita, qui e ora, toccare con mano la felicità. Il bianco ascolta passivo le parole del suo salvatore e avversario. La prima parte del film si riempie delle improvvise illuminazioni di speranza e fede che trasformano in verbo sublime le parabole del nero. Momenti di straordinaria poesia che riescono effettivamente a infondere nello spettatore un travolgente, tangibile sentimento d’estatica speranza in una vita dopo la morte. Ma d’un tratto il bianco professore che aveva finora più che altro taciuto e ribattuto debolmente, prende il sopravvento e sputa fuori tutta il suo rancore nei confronti della vita, la sua convinzione che la vita sia il male. Egli vede dappertutto nient’altro che sofferenza e ragionevolmente crede che non ci sia nulla di più desiderabile che la morte e un’eternità fatta di nulla, estrema liberazione dal peso dell’esistenza in un aldilà di vuoto. Le concitate parole del professore vibrano d’orrore e secondo il piano d’un capovolgimento perfetto lo spettatore sente in esse tutto l’abisso del male in un essere ormai perduto. Egli è cuore di tenebra e «professor of darkness», quasi incarnazione del diavolo. Alla fine il nero vacilla e dispera perché Dio che a lui ha parlato questa volta non gli ha saputo trovare le parole giuste per salvare l’assolutamente altro da sé dal baratro. La ragione e la fede, la luce e il buio non si confondono nell’half-light, in un contrejour che sia spazio d’incontro, tempo d’umana e universale “simpatia”. Ma l’uomo per Cormac McCarthy pare abbia perso ogni prospettiva di stimmung (armonia). Pari a zero sono le possibilità che la dissonanza si ricomponga in armonia. E del resto l’unica vera azione del dramma avviene fuori scena come rumore di sottofondo, giusto accanto ma non dentro quella stanza fuori dal tempo, o meglio, dopo ogni tempo. È la musica stentata di un sassofonista alle prime armi: una serie discontinua di lamentosi sussulti, fiati fuori tempo e note sbagliate. Per tutta la prima parte accompagna il film come colonna sonora fuori campo. È la fede che il dilettante ha d’imparare a suonare nonostante le evidenti difficoltà. Poi in corrispondenza dell’eclisse finale, del prevalere del male sul bene, una madre spazientita sbraita contro il figlio intimandogli di smetterla: è inutile che suoni, non imparerai mai. Tutto il dialogo, il dramma perenne dell’uomo, Amleto moderno e sdoppiato, è corollario a questa invisibile e solo udibile scena domestica e quotidiana. La verità è irraggiungibile perché sempre oltre una qualsiasi parete accanto.

Terrance Hayes: is a prize-winning American poet. His recent poetry collection Lighthead (Penguin, 2010) won the National Book Award for Poetry. His second collection, Hip Logic (2002), won the National Poetry Series, was a finalist for the Los Angeles Times Book Award, and runner-up for the James Laughlin Award from the Academy of American Poets. His first book of poetry, Muscular Music (1999), won both the Whiting Writers Award and the Kate Tufts Discovery Award.

The Sunset Limited is a 2011 television film based on the play written by Cormac McCarthy. The film stars Tommy Lee Jones and Samuel L. Jackson.

Riccardo Antonangeli
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