Letteratura: Luis Sepúlveda, ritratto illustrato parziale ma sentimentale (come un certo killer)
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Luis Sepúlveda, ritratto illustrato parziale ma sentimentale (come un certo killer)

Qualche giorno fa è venuto a mancare lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. Quale Sepúlveda c’è più urgenza di raccontare? Il romanziere per bambini, il Sepúlveda delle novele negre, l’esiliato, l’ecologista militante, il comunista?

«Non lo so. Quell’umano mi ispira fiducia» ammise Zorba. «L’ho sentito leggere quello che scrive. Sono belle parole che rallegrano o rattristano, ma non mancano mai di provocare piacere e desiderio di continuare ad ascoltare».
«È un poeta! Si chiama poesia quello che fa. Sedicesimo volume, lettera P, dell’enciclopedia» dichiarò Diderot.
«E cosa ti fa pensare che quell’umano conosca il volo?» volle sapere Segretario.
«Forse non sa volare con ali d’uccello, ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole» rispose Zorba.

Qualche giorno fa è venuto a mancare lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. Quale Sepúlveda c’è più urgenza di raccontare? Il romanziere per bambini, il Sepúlveda delle novele negre, l’esiliato, l’ecologista militante, il comunista? Probabilmente tutti quanti, e tutti insieme, dato che erano una persona sola. Ma anche le penne più esperte possono fallire i ritratti dei maestri della letteratura, lasciandosi sfuggire qualcosa dall’ordito della tela, o cadendo in oceani di autoreferenzialità. D’altronde, i grandi autori ci piacciono soprattutto perché ci salvano, perché sentiamo che la loro storia è anche un po’ la nostra.

Non sono una penna esperta, quindi questo mio è un racconto diverso, incompleto, frammentario, non un convenzionale ritratto: un collage con gli elementi della mia libreria, un omaggio da lettrice appassionata e piena di gratitudine.

Tutte le foto a queste illustrazioni di Simona Mulazzani sono scattate all’edizione del 1996 di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Salani Editore

Ho iniziato recuperando un po’ di suoi titoli dalla libreria, sbirciando le quarte di copertina, dove lo si definisce «l’enfant prodige letterario dell’America Latina». E in effetti Sepúlveda inizia a scrivere prestissimo, già al liceo, quando pubblica poesie sul giornale dell’istituto. Ha solo vent’anni quando la sua raccolta di racconti Crònicas de Pedro Nadie (in italiano Cronache di Pietro Nessuno) vince il premio Casa Las Americas. Si diploma a Santiago in regia teatrale, e nel 1973 entra a far parte della guardia personale di Salvador Allende. Dopo il colpo di stato Pinochet, la tortura, il carcere, la fuga: dapprima in giro per l’America Latina per poi fermarsi in Ecuador, poi in Europa ad Amburgo e Parigi, e infine in Spagna.

Chi meglio di uno che ha vissuto una vita intera in esilio, per raccontare certe storie? Stupisce sempre come gli scrittori abbiano talvolta essi stessi una vita avventurosa, una vita che non può essere raccontata se non attraverso storie e personaggi. Come Juan Belmonte, il protagonista del noir Un nome da torero (1994), un ex guerrigliero cileno che vive a Berlino e viene incaricato da una compagnia assicurativa di recuperare nel suo paese d’origine una collezione di antiche monete d’oro scomparse dai forzieri della Gestapo ai tempi della Seconda guerra mondiale:

«Tornavo in Cile. Avevo vissuto con il timore di quel momento, e non perché il paese avesse smesso di piacermi, di occupare un posto nei miei neuroni. Temevo un ritorno perché sono sempre stato un soggetto immune dalle amnesie, soprattutto dalle amnesie decretate per ragioni di Stato, per patteggiamenti politici, per mandati di merda. Che cosa mi aspettava in Cile? Una paura terribile. L’incertezza di non sapere come avrebbe reagito il mio stomaco, per dare un nome capriccioso al luogo dove si trova l’anima»

Sepúlveda ha ammesso che nel romanzo c’è tanto della sua storia personale. Un nome da torero è dedicato, tra gli altri, al suo “nobile amico” e scrittore Paco Ignacio Taibo II «perché mi ha coinvolto nell’avventura del Romanzo Nero». E in effetti al libro ne seguiranno altri sul genere, come Diario di un killer sentimentale (1997), Hot Line (1998), Yacaré (1998). «Non esiste romanzo nero che non sia critico nei confronti del potere e non obblighi a confrontarsi con i propri demoni», dice in un’intervista.

Il noir, in spagnolo novela negra, infatti «nasce dall’esigenza di creare una sintesi di generi da sempre considerati marginali e disprezzati dalla grande letteratura: il romanzo poliziesco puro, il romanzo di avventura, la letteratura di viaggio, il saggio e molto altro ancora. Questo romanzo ha aperto uno spazio incredibile per raccontare le cose e, soprattutto, per trattare temi molto attuali, il che ne fa l’espressione più militante della letteratura».

Le opere maggiormente note al grande pubblicò sono però certamente il suo primo successo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989), dedicato all’amico sindacalista ed ecologista Chico Mendes che era appena stato assassinato, e Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996). Quest’ultima è una storia per bambini, ma scrivere per i bambini non significa rinunciare a quella vocazione che accompagna Sepúlveda costantemente nel suo lavoro di scrittore, anzi: come lui stesso racconta, scrivere per i più giovani è una sfida, ma non un vuoto esercizio retorico: «non credo al famoso “messaggio” […] cerco di condividere valori umani, etici». E forse i valori più nobili possono insegnarceli anche e soprattutto i nostri amici non umani, come il gattone Zorba e i suoi compagni che manterranno la promessa di accudire un cucciolo di gabbiano e insegnargli a volare.

Anche Il mondo alla fine del mondo (1989) è un breve romanzo fiabesco, e denuncia la spietata caccia alle balene, storica lotta degli attivisti di Greenpeace. Lotta che lo scrittore ha combattuto in prima linea, da “guerriero arcobaleno” a bordo della nave che nel 1982 bloccò il porto di Yokohama.

Chiudo la copertina che ho sbirciato, è un’edizione del 2004: collana “Le strade del giallo” de “La biblioteca di Repubblica”. Quanti titoli non ho menzionato…

Ora ricordo anche una appena inaugurata Nuvola di Fuksas a Roma, è il 2017. Sono alla Fiera della piccola e media editoria, Sepúlveda presenta il suo Storie ribelli, un libro che racconta le storie del suo Paese e degli amici intellettuali cileni.

Ma tutte le sue storie sono a loro modo ribelli, perché sono tutte storie degli ultimi, dei perdenti, di quelli che come Juan Belmonte credono che perder es cuestión de metodo, e d’altronde «uno scrittore de[ve] narrare non da un punto di vista individuale ma collettivo: deve avere come punto di partenza un generoso “noi”», soprattutto se è uno scrittore sudamericano, di una generazione con una precisa formazione politica, uno che si sente cittadino (seppur esule) ancor prima che intellettuale.

La cosa più importante è che «vola solo chi osa farlo», recita (o sarebbe più corretto dire miagola?) saggio il gatto Zorba alla fine della Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ma non voglio chiudere anche io con questa inflazionata citazione la storia che ho provato a raccontare, perché quella di Luis detto Lucho è una vicenda umana fatta più di cadute che di voli, eppure lui diceva che sapeva cadere in piedi come i gatti, sapeva essere ironico come un bravo allievo di Cervantes, eppure lui continuava a raccontare e a resistere. E allora quello che a noi resta forse è solo la perdita, di un grande uomo, di un grande scrittore. Di fronte a una perdita, c’è poco da osare: si può solo cadere. Si spera, però, anche noi da gatti.

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia filosofia. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
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