Mr. Writer: Francesco Forlani, intervista
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Francesco Forlani, intervista

Francesco Forlani, nasce a Caserta, vive per molti anni a Parigi, e da qualche anno è rientrato in Italia, vive a Torino e insegna filosofia.

2 Mag
2014
Mr. Writer

Francesco Forlani è il secondo scrittore intervistato per Mr. Writer, una rubrica attraverso la quale vogliamo collezionare conversazioni sul mestiere di scrivere.

Questa conversazione si sviluppa attorno alla lettura di un brano tratto da Zazà e tuti l’ati sturiellett, in uscita l’8 maggio presso Anthelme e pubblicato su DUDE Mag per gentile concessione dell’autore.

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Quando nasce la lingua forlaniana? Da quali esigenze?

È una lingua abbastanza antica nel mio percorso, nel senso che risale ai primi anni novanta ed era legata a un’esperienza fatta con il Gruppo93. Frequentavo alla fine degli anni ottanta gli scrittori genovesi della rivista Altri Luoghi con cui mi aveva messo in contatto Tommaso Ottonieri; poco dopo, nel ‘93 quando ero già a Parigi, partecipai come redattore all’avventura della rivista Baldus, componente milanese-partenopea del Gruppo, rivista diretta da Lello Voce e Biagio Cepollaro, e di cui sono stato redattore.

Tra le varie idee sostenute dalla rivista c’era il discorso sulla critica militante e sulla creolizzazione dei linguaggi letterari, soprattutto attraverso l’uso del pastiche e dell’oralità del dire poesia. L’idea della contaminazione, l’uso dell’idioletto in senso bachtiniano, è venuto quasi da sé. Non era una questione mentale, programmatica. Mi veniva offerta semplicemente nella vita: il francese, il napoletano, l’italiano, lo spagnolo erano le lingue dei miei compagni di avventura, che fusi insieme in uno stesso spazio sonoro, diventavano come un rumore di fondo dell’anima.

Questo flusso linguistico, lo definirei quasi condominiale per gli spazi condivisi, principalmente i café littéraires, gli appartamenti degli uni e degli altri; in letteratura portava a risultati iperrealisti, paradossalmente, agli antipodi se vogliamo dell’operazione gramelot di Dario Fo, dove, pur condividendone i tratti duecenteschi, predominante era la dimensione mimica e onomatopeica. Anche in Zazà e tuti l’ati sturiellett (Ed. Anthelme) di cui fa parte il brano che avete scelto, risuona come refrain una delle prime attestazioni della lingua italiana, nel ritmo Cassinese Sao ka kelle terre… eccetera sonoramente in linea con quella che voleva essere una ballade babelica dell’emigranzia. In Italia un grande rivoluzionario della lingua per esempio è stato Andrea Pazienza, il titolo è infatti anche un omaggio al maestro e all’irruzione potente del suo linguaggio, del suo espressionismo.

In questo brano come in molti altri mi interessa però sottolineare una cosa: la contaminazione che utilizzo non è un’operazione nostalgica ma di «ricreazione». Si lavora su un registro linguistico che contiene tutto: vecchio e nuovo, passando per quello che non c’è, possibilità, contesti immaginari. Per fare due esempi, più che a Camilleri mi piace pensare a Sergio Atzeni. Se in Camilleri la lingua dominata, il siciliano, fa solo capolino rispetto alla lingua dominante, in Atzeni, penso a Bellas Mariposas, in particolare, ma anche ai Sogni della città bianca, la lingua dominata si prende una rivincita, rovescia i ruoli, come nella dimensione carnascialesca, viscerale designata da Bachtin per il Rabelais. Su questo non si può che essere d’accordo con Céline quando scriveva: «Rabelais ha veramente voluto una lingua ricca e straordinaria. Ma gli altri, tutti, l’hanno castrata, questa lingua, al punto di renderla piatta. Così oggi scrivere bene, significa scrivere come Amyot, ma sta roba, non resterà che una lingua di traduzione. Uno quasi celebre dei nostri contemporanei, ha detto una volta leggendo un libro: Ah che bello che è da leggere, la si direbbe una traduzione! — tanto per intenderci».

«Ognuno aveva portato con sé oltre a suppellettili e ricordi della grande Fuga, ciascuno la propria nuova lingua». Quanto hai percepito lo scarto dalla tua città, rientrando con un grande bagaglio di esperienze maturate per forza di cose lontano dai quei luoghi? 

C’è una cosa molto bella che mi disse il poeta Michele Sovente, che lavorava per lo più sul discorso del traslato, pubblicava testi in puteolano, latino e italiano standard: «qualche volta devi venire a casa mia», mi disse, «perché guardando il paesaggio dalla mia finestra capirai le mie parole».

Allora ripensando a Caserta, alla nostra città, alla dolcezza del suo paesaggio collinare e al conforto che ci arriva da quella musicalità linguistica… più tempo passi fuori dalla terra d’origine, ormai sono venticinque anni che vago per terre non mie, tanto più quel linguaggio originale si inscrive in te. Quando torni, come un emigrante che porta canzoni popolari da altri luoghi, noi portiamo un linguaggio appreso altrove. Fa sempre tutto parte di una riflessione poetica che non dovrebbe mai essere diversa da quella letteraria, narrativa.

Nel brano inedito che ci hai regalato ti riferisci a te stesso con il nome Effeffe. Questo personaggio formato dalle tue iniziali può ritenersi un alter ego? Compare praticamente nella maggior parte dei tuoi scritti, cosa che porterebbe a pensare a te come a uno scrittore di autofiction.

Non mi inquadrerei in questo genere. È qualcosa di molto più viscerale. Un testimone interno, la vocina che in mille occasioni ti fa sbottare di fronte a situazioni che si vorrebbero di normale esercizio di potere, in ambito sociale ma anche artistico e che invece travalica ogni buon senso. Orwell parlava di Common Decency, ed è sempre sintomo di rivolta alle idee preconcette, alle dinamiche staticissime delle caste di ogni tempo che reagiscono di fronte a ogni nostro bisogno di chiarimento sempre con la stessa frase: ma di che ti meraviglie, c’est normale! Questo io che utilizzo è lo sguardo obliquo che si pone domande, di fatto sfuggendo all’astrattezza dell’italiano standard. L’effeffe è un’interfaccia tra lo scrittore biologico e il lettore, uno sguardo interiore fatto anche molto di flusso di coscienza. Una rivolta letteraria nei confronti di ciò che è dato per scontato.

Zazà e tuti l’ati sturiellett è il libretto teatrale di uno spettacolo che porteremo in giro. Musiche dello straordinario e giovanissimo Lamberto Curtoni, violoncello, Videoscenografie di Stefano Giorgi, testo e interpretazione mia insieme a una piccola compagnia di attori che stiamo mettendo su; alla regia Domenico Papa che è anche il curatore della collana. Il libretto sarà accompagnato dalle illustrazioni di Stefano Giorgi.

Questo pastiche creolizzato era già presente nel Chiunque cerca Chiunque, ma per la versione pubblicata poi da Laterza, Parigi senza passare dal via, le parti sperimentali si sono moltiplicate, contravvenendo a tutto quello che invece mi sarei aspettato. In genere la sperimentazione difficilmente viene accettata dall’editoria del grande pubblico e invece no, ho trovato alla Laterza dei veri complici. Così il lavoro di editing si è concentrato più a livello strutturale, perché abbiamo deciso di raccontare tutti gli arrondissement di Parigi. La questione della lingua ha stupito molto anche me, a essere sincero, ma l’aver capito l’importanza di questo linguaggio poco standard è stato senz’altro merito della bravura dell’editor che mi ha seguito. Il lavoro con Giuseppe Antonelli ha alla base una grande intesa. Il vero editor è un guest writer, non un ghost writer. Un arredatore che entra in casa tua e lavora in base a quello che trova. Io sono molto favorevole alla collaborazione autore-editor, il problema è però che incrociare professionisti di questo calibro è avvenimento molto raro e quando accade bisogna ritenersi fortunati. Nella maggior parte dei casi si comportano come dei nerd che dopo aver strappato un bacio alla bella compagna di classe vanno a dire in giro che se la sono scopata. 

Tornando al brano in questione, c’è qualcosa della topografia casertana che ha segnato particolarmente la tua scrittura? La cartina di Terra di Lavoro torna costantemente nei tuoi scritti, è un atteggiamento che ho trovato comune a molta letteratura beat e neanche a farlo apposta forse questo continuo spostarsi è denominatore comune. Nel testo: «qui se culura et intinta de mille noms, cum Casagiove et Pulla, Sala d’O Brian, et puis de Puccianiello, para escarparse de la Vacherie allu Santo de Leucio et bricca à braque, Casölla, Capudris –Marcianis, Grazzanis…».

Ricordo come nacque la Casapulla di Cocchinone, protagonista del mio romanzo Autoreverse, il libro che ha dato inizio alla trilogia degli alberghi e che dopo Pavese e Montale si concluderà con Sciascia. Angelo Cocchinone è un nome che rappresenta una persona particolare conosciuta a Caserta. Ma il toponimo Casapulla, in provincia di Caserta, in particolare mi colpì moltissimo a partire da un episodio. Venne a trovarmi a Parigi un’amica di quella zona, appunto, e un amico veneto al nome Casapulla la guardò con la stessa espressione che si usa con chi ti cita un luogo esotico, una bevanda alcolica. C’è tutta una toponomastica che tradotta fuori territorio risuona in modo diverso. Tempo dopo, in un albergo a Jesolo, il portiere di notte quando vide che ero nato a Caserta mi disse tutto felice, di quella felicità compaesana che sperimenti da migrante, che era di Casapulla, e così Angelo Cocchinone, portiere di notte si mise alla ricerca della voce registrata di Cesare Pavese.

Quali sono i luoghi della tua scrittura? Dov’è che fisicamente, artigianalmente, avviene il processo?

Raramente scrivo a un tavolo, molto spesso in treno. Al tavolo ci arrivo quando sono già in una fase di revisione. Quello che mi accade ultimamente è che sto riprendendo a scrivere su taccuini, alcuni non li ritrascrivo nemmeno e li regalo. Pièces uniques.

Una esperienza che ho amato molto è stata la scrittura in diretta, via facebook. Il Chiunque cerca Chiunque è nato in questo modo, attraverso post condivisi in rete con i miei contatti, amici, amici di amici e così via. Tornando su quei vecchi post, ho notato la precisione di registrazione, con l’ora, il minuto del brano che hai condiviso, un’idea del cronoandamento della scrittura che ho notato a posteriori e sono molto felice di come siano andate le cose. Quella scrittura è stata un’azione in reazione a sistema che diventava sempre più incomprensibile e indifferente a certe ricerche. Un dire a chiare lettere «No!».

Qual è il vero nemico della tua creatività, quale invece la grande musa?

Il nemico è l’autoreferenzialità, è lasciarsi imbiancare dai sepolcri che costellano i cimiteri delle idee e che sono essenzialmente l’ambiente letterario, il milieu, il mondo degli scrittori. Lasciarsi impelagare nelle polemiche spesso inutili e mortificare dal volere piacere a tutti i costi, dallo strappare un consenso a mezzo recensione o invito a festival e cose così. L’egoismo e il carrierismo sono i peggiori nemici. Al contrario delle vere comunità, in cui incontri davvero gli altri e con gli altri cresci, a prescindere dalle vocazioni degli uni e degli altri, queste società a responsabilità limitata dello spirito rappresentano secondo me il male radicale perché vogliono il non pensiero, il non impegno, il non sentire le cose nella loro più intima natura.

Per finire?

Una cosa che ho scoperto durante la fabbricazione dello Zazà. Lo Effeffe cerca Zazà e incrocia nel suo percorso altri alla ricerca di qualcosa, da quello sulle tracce della Titina, al sindacalista che spera nella venuta di Baffone, poi Estragon e Vladimiro con Godot, e via dicendo. A proposito della Titina ho così scoperto che Charlie Chaplin, in Temps modernes, avendo smarrito il testo della canzone che deve cantare, appuntato sui polsini che gli volano via durante una danza memorabile, è costretto a inventarsi le parole. Io cerco la Titina diventa così The non-sense song.

Ne viene fuori una cosa che ho sentito talmente vicina alla poetica che ricerco e il testo è questo: 

Se bella giu satore

Je notre so cafore

Je notre si cavore

Je la tu la ti la twah.

La spinash o la bouchon

Cigaretto portobello

Si rakish spaghaletto

Ti la tu la ti la twah.

Senora pilasina

Voulez vous le taximeter?

Le zionta su la seata

Tu la tu la tu la wa.

Sa montia si n’amora

La sontia sogravora

La zontcha con sora

Je la possa ti la twah.

Je notre so lamina

Je notre so cosina

Je le se tro savita

Je la tossa vi la twah.

Se motra so la sonta

Chi vossa l’otra volta

Li Zoscha si catonta

Tra la la la la la la.

La cosa, meravigliosa, è che sarà l’ultima e unica cosa che Charlot dice in tutto il film, passando dal cinema muto a quello parlato. Come se soltanto una lingua contaminata, charabia , ricreata, potesse mantenere la grande forza evocativa del silenzio dell’anima e delle grida del corpo.

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Chi è Mr Writer – Francesco Forlani, nasce a Caserta, vive per molti anni a Parigi, e da qualche anno è rientrato in Italia, vive a Torino e insegna filosofia al Liceo Francese Jean Giono. Ha diretto le riviste letterarie Paso Doble e SUD, è redattore di Nazione Indiana; traduttore dal francese, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, sia in francese che in italiano; i romanzi Autoreverse, Turning doors, e in francese i racconti Metromorphoses.

Ha collaborato, e collabora, a riviste nazionali e internazionali; ultime pubblicazioni, la raccolta di poesie Il peso del Ciao (casa editrice l’ Arcolaio), Parigi senza passare dal via (editori Laterza, Contromano). È conduttore radiofonico del programma Cocina Clandestina, a Radio GRP, assieme a Marco Fedele.

Autore e attore teatrale: tra le sue pièces teatrali possiamo ricordare Patrioska, Cave canem e I sommersi. Fa parte della Nazionale Italiana Scrittori Osvaldo Soriano Football Club (maglia numero sedici) di cui è uscita nel giugno 2010 l’antologia, Era l’anno dei mondiali (Rizzoli-Corriere della Sera) e nel 2014, per lo stesso editore, Racconti in bottiglia.

La maggior parte dei suoi pamphlet poetici come il Manifesto del Comunista dandy, Manhattan Experiment, Blu di Prussia, Chat Noir con opere di Raffaella Nappo, sono stati pubblicati dalla Casa Editrice La Camera Verde di Roma diretta da Andrea Semerano. Con Carmine Vitale, Grazia Coppola, Angela Pellecchia e Gabriella Giordano ha fondato Indypendentemente.com.

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Mr. Writer è una rubrica di DUDE Mag che intende collezionare conversazioni sul mestiere di scrivere attraverso il dialogo con scrittori, poeti e giornalisti.

Il campo di indagine delle interviste saranno le due facce della scrittura: arte ed esercizio. Esploreremo il punto di intersezione tra l’imprevedibilità dell’arte e la costanza, i rituali, le abitudini. Leggi le uscite precedenti.

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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