Mr. Writer: Jacob Newberry, intervista
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Jacob Newberry, intervista

Mi ritrovo a passare il mio tempo guardandomi indietro, non semplicemente con un senso di perdita e nostalgia, ma con la determinazione di capire in questo modo il mio presente e il mio futuro.

29 Mar
2014
Mr. Writer

Jacob Newberry è il primo scrittore intervistato per Mr. Writer, una rubrica attraverso la quale vogliamo collezionare conversazioni sul mestiere di scrivere.

Estate è un suo racconto del 2011 tradotto da DUDE Mag e ancora inedito in italia.

 

Come non scrivi?

Ci sono molte cose che mi vieto di fare quando scrivo. La prima e più importante, è cercare di non pensare a un pubblico specifico durante le primissime fasi di scrittura. Senza pensare troppo al genere (prosa o poesia), cerco di pormi meno limiti possibili, particolarmente per quanto riguarda le prime note e bozze. Se mi accorgo che ciò che sto scrivendo vuole diventare un saggio lirico, allora lo libero dalle costrizioni di una prosa lineare e lascio che prenda liberamente la sua forma.

Se invece si tratta di una storia particolare riguardo una certa persona o un certo luogo, il racconto sarà ora particolareggiato ora sconclusionato a seconda di ciò che ho bisogno in quel momento. Se nel frattempo il linguaggio e il tono tendono a innalzarsi, a quel punto mi permetto di andare un pochino oltre ed esagerare. Questa libertà è essenziale all’inizio del processo di stesura, perché scrivere significa innanzitutto ri-scrivere.

Quello della revisione è il momento chiave in cui posso pensare alla forma da dare al racconto, rivedendone un po’ la liricità, magari in favore di qualche dettaglio in più. È a questo punto che comincio a pensare a un pubblico per il saggio. Per pubblico non intendo i lettori di una rivista particolare – evito di scrivere in uno stile che immagino possa incontrare i gusti di una particolare rivista, a meno che non siano stati loro stessi a commissionarmi il racconto – per pubblico intendo invece il tipo di lettore a cui spero possa piacere ciò che scrivo. Scrivo sempre per me stesso, innanzitutto, ma poi, arrivato in fase di revisione, comincio a riflettere su cosa un lettore serio e attento possa desiderare o aspettarsi a una svolta particolare della storia.

A questo punto allora mi faccio tutta una serie di domande che penso anche il lettore potrebbe chiedersi: potrebbe andarci ora una descrizione fisica? Oppure sarebbe meglio una pausa e una riflessione lirica? Manca qualche informazione essenziale? Sarebbe meglio che la narrazione si fermasse un attimo per descrivere il contesto naturale, sperando di riuscire a rivelare quel non so che che il puro e semplice narrare non riuscirebbe a fare? Come ho detto, ci sono molte cose che vieto a me stesso mentre scrivo, ma penso che tutto questo sia fondamentale.

Quando hai cominciato a scrivere?

Ho cominciato a scrivere che ero molto giovane. Alla scuola elementare ci davano spesso il compito di scrivere storie e illustrarle, e fin da subito mi piaceva tantissimo fare questo tipo di compiti. Non sono sicuro piaccia a tutti da bambino, ma a me è capitato così. Mi ricordo anche che molte di quelle storie riguardavano avvenimenti che avevano un che di miracoloso. Mi ricordo ancora benissimo una storia che ho scritto probabilmente in seconda elementare, perché dovevo anche illustrarla (e a disegnare non sono mai stato tanto bravo). Non mi viene in mente quale fosse l’occasione, ma era una storia di cavalieri che resuscitavano per combattere un’invasione di enormi api guerriere. Le api, mi ricordo, erano grandi come cavalli giganti, e i cavalieri le combattevano spada contro pungiglione. Alla fine vincevano i cavalieri.

In un’altra storia che ho scritto in terza elementare il protagonista si risvegliava in una stanza d’albergo e solo a quel punto si accorgeva di aver ucciso qualcuno il giorno prima. Andavo a una scuola elementare cattolica, per cui ci fu un piccolo scandalo quando lessi la storia in classe. La maestra comunque apprezzò la mia creatività.

Quando finii di leggere, tutti cominciarono a parlare l’uno sull’altro, e lei si chinò verso di me sussurrandomi: «Se tutti vogliono parlare del tuo racconto, allora vuol dire che hai scritto qualcosa di speciale».

Qual è stato il primo libro che ha significato qualcosa per te?

Sono cresciuto in una famiglia di fondamentalisti cattolici, e quindi il primo libro che ha avuto un forte impatto sulla mia vita è stato la Bibbia. La Bibbia, ovviamente, è composta da diversi libri, e se ne dovessi indicare uno in particolare direi probabilmente le storie dai Libri dei Re.

Mi affascinavano la genealogia dei sovrani, le battaglie vinte e gli eserciti sconfitti, il ruolo di Dio in certi momenti. Amavo più di tutto l’idea di redenzione che sta dietro a gran parte della narrativa degli israeliti. Molte volte perdonano Dio per poi voltargli nuovamente le spalle dopo l’ennesimo sfogo della sua collera. E Lui li ama sempre quanto basta per far ripartire questo ciclo di punizione e redenzione all’infinito. Questa attenzione sulla necessità e giustizia della violenza ha sempre colorato il mio mondo.

Come decidi che una certa storia deve essere scritta e raccontata?

Questo processo varia molto, a seconda delle occasioni. A volte, mi è subito chiaro, anche se il meccanismo per raccontare una storia potrebbe richiedere molto tempo. Altre volte le ragioni sono misteriose anche per me.

Per esempio, avevo cominciato a scrivere un saggio in cui andavo a visitare la tomba di Derrida che però non si è mai concretizzato. Quando mi sono trovato a dover scrivere la back story di quella scena – spiegando per quale ragione dovessi ritornare in Francia ogni anno – mi sono accorto che il saggio in realtà non era affatto su Derrida, ma sul mio primo anno vissuto in Francia, passato a studiare pianoforte a Parigi. Quest’altra storia non era assolutamente nel mio radar, ma poi è come se si fosse scritta da sola.

Ma ci sono anche tutta una serie di storie che so che potrei scrivere ma che per una ragione o per un’altra il through line – il filo conduttore – non mi è del tutto chiaro. Questo mi capita molto spesso quando voglio scrivere sui viaggi. Puoi fare una gita in macchina di tre settimane con i tuoi migliori amici che ti cambia come persona ma questo non significa che tu abbia qualcosa da scrivere a riguardo. «Ci siamo seduti in macchina, abbiamo ascoltato della musica e ho capito quanto li amo» potrebbe andar bene per un aneddoto carino, ma non è una storia.

Chi è di solito il tuo primo lettore? C’è qualche tuo amico o qualcuno della tua famiglia a cui fai leggere prima degli altri i tuoi racconti? Come reagiscono quando scrivi di loro?

Ci sono un paio di persone a cui faccio leggere il mio lavoro. Il mio lettore principale è un mio grande amico sin dai tempi del liceo. Ci leggiamo a vicenda i nostri lavori dalla prima bozza fino alla fine. Lui è probabilmente la persona più intelligente che conosca, e di solito seguo il 90% dei suoi suggerimenti, che è di gran lunga una percentuale molto, molto più alta rispetto ai commenti che vengono da altre persone.

Non ho l’abitudine di mandare la mia roba alla famiglia, e non per un particolare desiderio d’evasione. È solo che mi sentirei un po’ troppo come un bambino che torna a casa da scuola e fa vedere ai genitori la pagella. (In realtà l’ho fatto molte volte e loro sono stati sempre pieni di elogi) Insomma, mi sembra strano dire «Ehi mamma! Ho scritto questa cosa e mi piace e piace anche ad altre persone e a te piace? Capito mamma?»

Ho scritto un mucchio di cose riguardo i miei amici più cari. Quando si tratta di argomenti sensibili però, ho sempre o cambiato i loro nomi o un qualche dettaglio che sarebbe stato troppo rivelatore. La reazione che ho avuto è stata positiva, visto che dopotutto non ho mai scritto un saggio o una poesia con uno scopo diverso da quello di raccontare bene una storia. Mi sono sempre vietato di scrivere spinto dalla rabbia o dal desiderio di vendetta, e il risultato, quando e se mi riesce di scrivere bene, è un ritratto più completo della persona. La maggior parte delle persone sono contente di sapere che le loro vite significano qualcosa e che qualcuno si è preso il tempo di metterle giù su una pagina, anche se, in certe occasioni, le loro scelte non sono state le migliori possibili.

I viaggi che hai fatto hanno influenzato in qualche modo il tuo modo di scrivere?

Credo che viaggiare sia stata la scoperta che abbia inciso più d’ogni altra sulla mia vita adulta. Ha sicuramente avuto quell’effetto amplificante che speravo avesse quando, all’università, decisi di trasferirmi a Parigi. Da allora ho viaggiato moltissimo, e anche se non ne tiro fuori una storia, nessun viaggio è mai sprecato.

L’esperienza di vivere all’estero ha avuto su di me l’impatto più forte. Non è solo l’immersione in lingua e cultura straniere ad avere quest’effetto, sono anche l’alienazione e la necessità di rivolgersi a se stessi per strade nuove che possono radicalmente alterare chi sei.

Quando vivevo sui Pirenei, in un paesaggio e in una cultura a me completamente aliene, avevo la sensazione di imparare sempre qualcosa di nuovo. Andare a fare la spesa, per esempio, mi insegnava ogni volta qualcosa – semplice come una parola nuova o significativa come la maniera in cui i genitori francesi trattano i figli che si lagnano mentre stanno in fila alla cassa – e questo è qualcosa che non c’è, che non provo qui in America. Mi piace definirli «i momenti del supermercato», e cioè che ogni ora di ogni giorno è un’opportunità per imparare, un’occasione per acquisire un certo tipo di conoscenza che non stavo cercando in modo specifico ma che comunque avrà un impatto sul mio mondo.

Il fatto è che oltre a essere eccitante, diventa anche un’esperienza assolutamente estenuante. La sua natura implacabile è terribile nella sua bellezza. Molto raramente riesci a trovare una via d’uscita, e se, in prospettiva, tutto questo sarà la fonte di un cambiamento importante, una vista più ravvicinata si avverte spesso come pesante e infinita. Ma alla fine ho realizzato che per me non rappresentava soltanto il nuovo: ciò che si stava trasformando in questi mesi e anni è la persona che io già stavo per diventare. È solo che il cambiamento arriva più veloce.

Tutti i vari tipi di trasformazione che vivevo stando quegli anni in Francia o per un anno in Israele, sarebbero arrivati comunque prima o poi. Ma uno scrittore che parte, che vive all’estero è come un’orchidea in una serra: tutto ciò che deve avverarsi si avvera, e nell’ordine stabilito. Soltanto, tutto succede molto, molto più rapidamente.

Come descriveresti l’atmosfera e l’energia di un programma di Ph.D. in scrittura creativa? È vero che questo tipo di programmi è un passo sempre più necessario nella formazione di uno scrittore professionista negli Stati Uniti? Cosa stai imparando da questi anni di Ph.D.?

Di sicuro i programmi variano a seconda del posto, dei professori, e, in particolare, dei suoi studenti. Quindi mi viene difficile veramente generalizzare sui programmi M.F.A. o Ph.D. Quello che posso dire sul Ph.D. qui alla Florida State University (un programma che condivide corsi e professori con l’M.F.A.) è che è grande, vario, ed edificante. Sento un grandissimo incoraggiamento anche dagli altri studenti. Il successo genera successo, e qualsiasi premio riceva una persona nel programma, sembra sempre essere un’iniezione di fiducia per il resto di noi. Basta congratularsi con qualcuno che ha appena vinto un riconoscimento importante o ha pubblicato in una rivista che apprezzi, oppure condividere un link con il lavoro di quella persona. Non so se funziona così da altre parti, ma con un programma così vasto e vario è davvero meraviglioso vedere la positività che condividiamo l’uno per l’altro.

Penso che chiunque voglia diventare uno scrittore, e che abbia la determinazione e la giusta aspirazione da mettere nel lavoro, possa diventarlo con o senza una laurea in scrittura creativa. So che avere delle credenziali in scrittura (M.F.A. o Ph.D.) facilita molto un’eventuale carriera da professore, e l’Accademia è il sistema di patronato che la nostra epoca offre agli artisti (non solo scrittori). Quindi se si vuole trovare un posto in questo sistema, una credenziale è per forza necessaria. Ma i modi per diventare scrittore sono tanti quanti i modi che esistono di scrivere.

Nello spirito di questo sistema di patronato, la cosa più importante che si ha con una laurea in scrittura creativa è il tempo per scrivere. L’insegnamento è anche un fattore importante e questa è la cosa che dà più fastidio a quelli che di solito non credono alle lauree in scrittura creativa. I geni, e questa è una teoria che ancora resiste, dovrebbero semplicemente sbocciare già completamente formati, come Atena dalla testa di Zeus. Ma questi stessi critici non direbbero la stessa cosa riguardo un violinista o un operaio. La questione è sempre la stessa: l’arte di scrivere, può essere insegnata? In gran parte sì. Un pianista non se ne sta semplicemente ad ascoltare Beethoven per anni e poi sa come suonare le sue scale armoniche minori. Prende lezioni, si esercita, studia, ascolta le istruzioni, i complimenti e le critiche, e continua a lavorare. Per anni. È esattamente lo stesso principio con l’arte di scrivere, almeno come è insegnata oggi nei programmi di scrittura creative. Questi programmi aggiungono all’insegnamento il tempo di scrivere. Non c’è niente che possa sostituire il tempo, che, per me, è la cosa essenziale.

Perché preferisci scrivere testi autobiografici e non-fiction? Scrivi mai racconti di finzione?

Le opere di finzione sono ancora un mistero per me. Cerco sempre di espandere i miei orizzonti letterari, e quindi scrivo anche una buona dose di fiction. Ma molto spesso non è che la trovi granché, come del resto molte delle poesie che scrivevo all’inizio. Tutti i miei saggi dei primi anni facevano abbastanza schifo. È una curva di apprendimento, come lo è tutto.

Spesso però lo scrivere saggi fa un po’ da ponte al poeta che si vuole far strada verso la narrativa, e spero sinceramente che questo valga anche per me e continuando a lavorare capirò come arrivare dall’altra parte.

Ti senti di appartenere a una particolare tradizione di letteratura gay? Quali sono stati gli autori che ti hanno ispirato più direttamente? Tu sei uno del sud: c’è una tradizione e una generazione di scrittori meridionali con cui senti di condividere certi temi e una particolare sensibilité artistica?

Ogni scrittore fa parte di una tradizione, a prescindere dai suoi pensieri a riguardo. Quindi, si, assolutamente, mi sento parte della tradizione Americana di scrittori gay, e perché no, di scrittori gay che vengono dal sud del mio Paese. Non vorrei che fosse altrimenti.

Nel corso degli anni mi hanno ispirato sia poeti che scrittori di prosa. La mia lista di scrittori preferiti è davvero lunga, ma ci metto sicuramente Emerson, Faulkner, Austen, Whitman, Neruda, e Shakespeare. Tra i contemporanei, direi Mark Doty e Gjertrud Schnackenberg sono i miei poeti preferiti, e Joan Didion e Jonathan Franzen i saggisti che amo di più (anche i saggi di Doty sono splendidi).

Tra gli scrittori del Sud invece ho una particolare affinità per Robert Penn Warren e James Dickey, anche se Faulkner, ovviamente, incombe su ognuno di noi. Ho fatto sia il B.A. che il M.A. a Oxford, Mississippi, che è anche la casa di Faulkner. Lui è ovunque in quella città, e anche in quello che scrivo trova il modo di infilarsi ad ogni pagina, senza che me ne accorga nemmeno.

La memoria del passato e il ricordo delle origini è uno dei temi più ricorrenti nel tuo lavoro. Come fa questo legame con il passato a coesistere con la volontà, o necessità, di fuggire, di andartene via?

L’idea di fuga è legata da un nodo strettissimo a quella delle origini. Ovvero, devi conoscere ciò da cui stai scappando per poter raccogliere la forza necessaria a scappare. Ed è vero anche che ci sono un sacco di partenze in quello che scrivo, in parte perché non ho fatto che partire praticamente per tutta la mia vita e in parte anche perché nella vita – e non solo nell’arte – restiamo spesso fedeli a un senso di perdita e manchevolezza. Lasciare un posto infatti significa tanto superarlo quanto perderlo.

Perciò non è problematica la coesistenza tra memoria e l’impulso di andarsene. Il difficile sta nel tenere duro e guardare avanti una volta che si è partiti. Ho il sospetto che molti scrittori abbiano una memoria molto lunga, sicuramente per me è così e mi ritrovo a passare il mio tempo guardandomi indietro, non semplicemente con un senso di perdita e nostalgia, ma con la determinazione di capire in questo modo il mio presente e il mio futuro, sia che ci creda o meno. Passando tutto questo tempo chiuso nella memoria, spero non di liberarmi dal passato ma di riconoscerne la necessaria armonia con il mio presente.

Parafrasando T.S Eliot, potremmo dire che Katrina è stato un fattore temporale oltre che distruttivo, e quindi «Katrina the destroyer is Katrina the preserver»? Ha materialmente distrutto il passato opponendosi così alla possibilità di ricordare e allo stesso tempo però ti ha dato la possibilità di scappare, permettendoti di ricostruire da lontano, nella memoria, i luoghi e i momenti di quel tuo stesso passato?

Questa è una domanda veramente interessante. C’è quel vecchio detto secondo cui non si può veramente scrivere di un posto prima di averlo lasciato, e per molti versi Katrina ha significato esattamente quello che tu dici.

Quando è arrivata Katrina avevo già lasciato la mia terra, the Coast, e i suoi effetti furono, come hai detto così bene, di cancellare materialmente il passato. Il mio ritorno, perciò, fu proprio verso quel palazzo della memoria che ognuno di noi si erige per conto suo. L’unica differenza sta che per me non c’è più l’antecedente fisico di molti, di tutti i miei ricordi.

Il mio dovere, almeno come lo vedo io, adesso è di ricostruire quel palazzo tale e quale era, ben sapendo che il retaggio di Katrina per me almeno, sarà il mio tentativo di ricordarsi ciò che è andato perduto.

In Estate l’esperienza di Katrina è messa in parallelo con il tema dell’omosessualità. Come si intrecciano i due eventi autobiografici? Esiste una sorta di dialogo e rispecchiamento tra loro?

In Estate c’è sicuramente un dialogo tra i due temi, anche se non l’avevo pensato sin dall’inizio. È venuto naturale, credo, perché è capitato che la maggior parte dei miei amici on the Coast dopo Katrina erano gay, e passavamo molto tempo al gay bar che poi è diventato il set principale del racconto.

In termini narrativi e di composizione del saggio, funziona poi come un utile luogo d’incontro e Katrina è l’avvenimento a cui tutti noi stavamo reagendo. Per cui qualsiasi dialogo esista tra le due cose è più che altro frutto del caso, anche se comunque il peso di vivere in un ambiente post-Katrina si è trasferito sulle spalle di Jay e sulla sua incapacità di continuare a vivere la sua vita come aveva fatto fino a quel momento e come magari sperava di continuare a fare.

Leggo il bisogno di Jay di sposarsi come un tradimento delle sue origini. Ancora una volta ricordare è il verbo chiave che conclude la narrazione. Come possono le parole, sia scritte che dette (coming out) aiutare a fondare e rafforzare l’identità gay e la sua consapevolezza?

Come scrittore penso di tendere a esagerare, a enfatizzare l’importanza delle parole, sia nella mia vita quotidiana che nel più vasto e generale schema delle cose. Ma è vero che le parole hanno un impatto devastante nelle nostre vite, sia scritte che pronunciate. L’atto del coming out è, come hai detto, un momento chiave, un atto che le persone eterosessuali non sono costrette a fare. Per molti aspetti dichiarare: «Io sono ____» agli amici o alla famiglia è un gesto strano. Ma, almeno per adesso, è ancora richiesto.

Lo scrivere di quell’identità d’altro canto non è affatto obbligatorio, eccetto per quelli di noi che non riescono a farne a meno. Scrivo per scoprire le cose che non conosco. È questo lo scopo di questo racconto, come di tutti gli altri che ho scritto.

Che ruolo ha avuto la religione nel tuo percorso educativo a scuola e in famiglia? Campi di correzione religiosi sono ancora un mezzo diffuso per raddrizzare, e quindi pervertire, le origini di un ragazzo omosessuale?

Il ruolo che la religione ha avuto nella mia educazione è un po’ difficile da inquadrare con esattezza, anche se senza dubbio il suo ruolo è stato fondamentale e incredibilmente complesso. La religione non mi ha danneggiato irrimediabilmente, sarebbe troppo facile dirlo, anche se in un certo senso sarebbe anche vero. La religione ha complicato e acuito la mia comprensione del mondo, agendo come una specie di segnale stradale lungo la via.

Secondo me questo è ciò che la religione sa fare meglio: ci prepara per eventi che non possiamo capire e che, da soli, non potremmo mai prepararci a ricevere, che si tratti di morti, nascite, tragedie o grandi gioie. E, se per un verso ho abbandonato religione e fede molto tempo fa, quella base è ancora qui, perché continuo a ritornare a quei modi antichi di vedere il mondo, più spesso di quanto non mi piaccia ammettere.

Nella mia vita comunque la religione è spesso stata causa di rovine e violenza. Mi sto riferendo al fondamentalismo, questo è bene specificarlo. Sono grato di non essere stato mandato in uno di quei campi, che ancora esistono, nonostante stiano passando sempre più di moda anche tra coloro che ancora insistono a considerare l’essere gay una scelta iniqua.

Progetti e aspettative per il tuo futuro da autore?

Sto lavorando a molti saggi in questo momento, come sempre del resto. Sto anche cercando di finire di sistemare un manoscritto di poesie, con l’aiuto di qualche amico. Ho finito quel manoscritto poco dopo esser tornato da Gerusalemme, e vorrei davvero vederlo uscire qui fuori nel mondo. Sto anche lavorando a un libro sempre di non-fiction, che però è ancora all’inizio.

Per quanto riguarda speranze e aspettative, posso solo dire che spero di continuare a scrivere bene e il più a lungo possibile.

Riccardo Antonangeli
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