Letteratura: Prove domestiche di imbalsamazione
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Prove domestiche di imbalsamazione

  Forse perché ho passato l’adolescenza in uno stanzino ricavato da mio padre di tre metri quadri (è la misura reale, non un’esagerazione a scopo letterario), ho sempre odiato il concetto di stanza, l’idea di suddividere lo spazio a seconda della funzione: qui si va al bagno, qui si dorme, qui si scrive. Se convivi […]

 

Forse perché ho passato l’adolescenza in uno stanzino ricavato da mio padre di tre metri quadri (è la misura reale, non un’esagerazione a scopo letterario), ho sempre odiato il concetto di stanza, l’idea di suddividere lo spazio a seconda della funzione: qui si va al bagno, qui si dorme, qui si scrive. Se convivi con qualcuno, di solito quel qualcuno ci tiene a queste convenzioni.

Non so se come alibi regga, ma è questo il motivo per cui almeno un paio di volte l’anno mi trasferisco da Roma a Berlino con l’idea di scrivere cercando non una stanza, ma una casa tutta per me. Il che significa monitorare gli spostamenti dei miei amici che vivono lì, aspettare che partano per un mesetto e appropriarmi della loro casa. Mi piace non sapere dove sono le pentole, dove si accende l’abatjour, scoprire dischi mai sentiti.

Lo scorso novembre mi son ritrovata nella casa vuota di Dag, che si stava separando dalla moglie. Non c’era nulla a parte un materasso a terra, una scrivania, una sedia, una lavatrice imballata, un fornelletto da campeggio e una serie di scatoloni con su scritto “Ship to Sarah”. Nel momento in cui prendevo possesso della casa, Sarah si trovava già in California. Sulla scrivania aveva disposto per Dag, in ordine maniacale, le bollette da pagare, i contratti da chiudere, il numero di telefono di chi aveva comprato la lavatrice.

L’avevo vista solo una volta Sarah, una californiana rubiconda che aveva preparato una cena incredibile ed era stata tutto il tempo a ricevere complimenti dagli ospiti e sorridere. Ricordo che io avevo portato una bottiglia di vino più costosa di quanto potessi permettermi, ma nessuno ci aveva fatto caso. Mi era bastato quello per odiare lei e le sue mani paffute perennemente affaccendate a servire. Dag è un musicista, non ho mai saputo cosa facesse Sarah a parte cucinare. Le scatole in procinto di imbarcarsi per la California non rivelavano molto: brutte scarpe, salopette, libri di Kundera, Il profeta di Gibran, tazze per la colazione con le scritte, un tappetino da yoga, un porta-incenso.

Questo restava di quattro anni di matrimonio, che a me sembravano un tempo assurdo considerato che Dag ha ventisette anni, e non mi capacitavo come in quattro anni fosse riuscito incontrare un’americana, apprezzare le sue scarpe, sposarla, lasciare la Svezia, trasferirsi a Berlino, campare di musica, trovare un appartamento, comprare i mobili, fare le cene, vendere i mobili e separarsi.

Quando ho tirato fuori dallo scatolone il tappetino da yoga per apparecchiarmi un pic-nic casalingo con un paio di uova, dal rotolo di spugna è caduto un oggetto. Ho chinato lo sguardo per ritrovarmi sul piede un passerotto. Morto. Imbalsamato.

La cosa bella di vivere da sola è che puoi urlare senza essere tacciata di isteria. Ho urlato, il passerotto è rotolato a qualche centimetro dal mio piede fissandomi col suo occhietto di bambola. Aveva un cartoncino attaccato alla zampa: n.5.

I suoi compagni – dal numero uno fino al tredici – erano sepolti sotto strati di sciarpe di lana. Li ho tirati fuori dalla scatola, li ho schierati sul parquet in ordine crescente. Le uova strapazzate erano lì accanto a raggrumarsi nel piatto.

Ho dieci anni più di Dag, ma mi ha insegnato lui a battere le mani a tempo ai concerti. Mi piaceva il suo modo naturale di accostarsi alle cose, di ridere alle battute senza chiedersi quanto fossero intelligenti, di guardare un film senza notare i buchi di sceneggiatura. Ora davanti al plotone di passerotti imbalsamati mi sentivo in colpa per aver giudicato sua moglie dai titoli dei libri. Mi sentivo adulta nel peggiore dei modi possibili.

Le notti berlinesi sono avvolte dal silenzio. A volte ho problemi a dormire per la totale assenza di rumori. Ma alle prime luci dell’alba si sente il cinguettio degli uccelli come in campagna. Ci sono alberi in tutti i cortili. Quella notte non ho chiuso occhio con i passerotti morti a far da guardia alle scatole. La mattina il cinguettio mi è apparso un canto macabro. Era Sarah a uccidere gli uccellini? E chi li imbalsamava?

Quando mi sono alzata, le uova del giorno prima erano ancora nel piatto, assalite da una processione di formiche. Altre formiche, già sazie, si arenavano di fronte ai passerotti, quasi in adorazione dei tredici totem.

Ho ripulito uova e processione ma non riuscivo a toccare gli uccelli.

Le notti successive mi alzavo nel buio irrigidita da una lucidità convulsa. Nella penombra osservavo tremante lo stormo impagliato: avevano tutti il becco rivolto verso l’alto, quasi in uno sforzo del capo di allungarsi, o come se volessero dire qualcosa e gli fosse stata strozzata la voce in gola con la paralisi dell’imbalsamazione, le zampe ricurve all’indietro, fatte apposta perché si potessero avvinghiare a un ramo e ora non agganciate a nulla. Ho notato le sfumature diverse del piumaggio. Nella mia testa hanno cominciato ad avere dei nomi, il marrone, il magro, il cattivo… Ritenevo che fossero maschi, o addirittura tredici fratelli. Perché tredici?

Ho immaginato che la storia tra Dag e Sarah fosse stata pensata come un’esplorazione in una miniera: all’inizio del loro rapporto avevano comprato per gioco un passerotto, e dopo un po’ ne avevano fatto il simbolo di come andavano le cose tra loro. Come i primi minatori che si portavano dietro un canarino per rendersi conto della mancanza di ossigeno sotto terra. Poi il passerotto era morto e loro ne avevano comprato, o forse catturato, un altro. E così via, ogni volta che era morto l’uccello, lo avevano sostituito, pensando che quel rito prolungasse magicamente la loro relazione. Ma tredici passerotti in quattro anni sembravano un’ecatombe innaturale.

Se potevo capire il senso dell’imbalsamazione – nemmeno io sarei riuscita a buttare o a seppellire un simbolo – la domanda era perché si fossero fermati a tredici. Sapevano fin dall’inizio che la loro storia non sarebbe durata di più di tredici salme pennute?

Poi sono iniziati gli incubi. Ho sognato Sarah che cucinava passerotti e si schermiva per i complimenti. L’ho sognata partorire uova giganti. Ho sognato Dag che saltava sul materasso e mi torturava con un lungo becco di metallo. Ho sognato di svegliarmi con le mani coperte da un piumaggio sottilissimo. Poi non ho sognato più nulla. I passerotti erano ancora lì, chiusi dentro un’intenzione che non mi era accessibile.

Nel cinguettio del mattino udivo i risolini di scherno di Dag e Sarah.

Con la nobile presunzione degli scrittori credevo che la loro vita mi appartenesse. Non ho scritto una sola riga durante quel mese. Non ho capito nulla di loro.

 

Illustrazione di Mariachiara Di Giorgio

Veronica Raimo
Veronica Raimo
Scrittrice, nata a Roma nel 1978. Ha esordito con Il dolore secondo Matteo nel 2007 per minimum fax, l'ultimo suo libro è Tutte le feste di domani, Rizzoli 2013.
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