Di Kazuo Ishiguro non conoscevo nulla prima che tutti gli inserti culturali e le terze pagine della stampa inglese cominciassero a ritenerlo l’unico argomento adatto ai loro articoli. Dopo aver cercato di evitare appositamente il bombardamento mediatico indotto da fini mercantilistici (l’uscita del nuovo libro del suddetto autore) mi sono ritrovata una domenica mattina in un caffè dove la prospettiva del freddo nel mondo esterno ha avuto la meglio sulle mie resistenze. È così che ho conosciuto Ishiguro. E allora leggendo ho capito di più, non solo del personaggio in questione, ma del perché di tanto rumore attorno alla pubblicazione del suo ultimo romanzo, The Buried Giant, uscito per Faber lo scorso 3 marzo.
Lo scrittore
Kazuo Ishiguro è attualmente, insieme a Rushdie, uno dei più influenti autori contemporanei ad aver adottato la lingua inglese per veicolare la propria opera creativa. Giapponese di origine, si è trasferito nel Regno Unito nel 1960, all’età di sei anni, ma ha continuato a frequentare ambienti di cultura giapponese, così come pure la sua educazione, per scelta dei genitori rimasta coerente al sistema nipponico. Nessuno della famiglia pensava a quella permanenza come a un atto di migrazione, eppure proprio la lunga sosta britannica ha permesso allo scrittore, studente di lettere e filosofia negli anni settanta, di vincere il premio più prestigioso per opere di lingua inglese nel 1989, il Booker Prize, con il romanzo The remains of the day, in Italia conosciuto soprattutto grazie al film Quel che resta del giorno, candidato a otto premi Oscar nel 1994. I numeri di Ishiguro salgono dopo il successo sul grande schermo. Ancora con Never Let Me Go, nel 2005, a riconoscimento letterario da parte della giuria dell’Alex Prize segue l’adattamento cinematografico.
Nell’immediato, la frenesia dei media per l’uscita di questo nuovo romanzo, può ricondursi a un gioco che piace molto nell’ambito del giornalismo culturale: parlare di anniversari, decennali, centenari è una tecnica spesso sfruttata per rendere interessante anche una notizia che normalmente non colpirebbe la nostra attenzione. E allora mettiamola così: a dieci anni dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo Ishiguro torna con una nuova storia. Perché mai ci avrà messo dieci anni? Cosa avrà fatto nel frattempo? Cosa lo ha ridotto – eventualmente – al temporaneo silenzio? Un libro che parte da questi presupposti, un libro che nasce da una gestazione durata un decennio, ecco – ingenuo lettore, lettore fratello – è un libro che senza dubbio merita di essere letto. Soltanto una grande storia, una storia cattedrale, può richiedere un grande periodo di scrittura.
L’Orco

«You would have searched a long time for the sort of winding lane or traquil meadow for which England later become celebrated.» I luoghi per i quali storicamente l’Inghilterra verrà celebrata, le brughiere dal verde lussureggiante mosse dal vento o i luoghi ameni della campagna, non sono parte dello scenario di questo libro, che piuttosto va cercato nel panorama desolato di una wasteland nella quale il lettore si trova immediatamente proiettato. Un contesto pre-istorico, considerando che, poche righe più avanti, l’incipit fornisce ulteriori indicazioni temporali: «most of the road left by the Romans would by then have become broken or overgrown, often fading into wilderness».
L’atmosfera di decadenza, la rovina e la distruzione di un passato ancora recente attraverso i segni superstiti della terra costruiscono con la precisione di un quadro tardoromantico quella fase storica di passaggio situata tra il ritiro dei Romani dalla Britannia e l’invasione delle popolazioni germaniche, con il violento assetto degli Angli e dei Sassoni ai danni delle popolazioni autoctone. «E mi dispiace di riportare una tale immagine del nostro Paese a quei tempi – scrive la voce narrante –, ma questo è quanto».
Quello che abbiamo tra le mani è dunque un romanzo storico. Deve essere per forza un romanzo storico l’opera che ha richiesto allo scrittore un lavoro di studio e preparazione tanto lungo quanto difficili e irreperibili i dati da recuperare per sostenere la storia. Del resto la penna di Ishiguro è ricorsa spesso a fonti storiche per dare vita e spessore ai propri personaggi. Basti solo citare il già ricordato The remains of the day e il precedente An artist of the floating world (1986). Entrambe le storie si concentrano sulle intime condizioni dei protagonisti, un maggiordomo fedele al suo Lord e un artista dimenticato negli anni successivi alla Guerra. Il secondo conflitto mondiale attraversa i discorsi e le riflessioni dei personaggi che interpretano le storie. Nel primo caso, il maggiordomo Stevens è costretto a subire nel salotto del padrone di casa le discussioni filonaziste di quest’ultimo con i suoi ospiti, politici di estrema destra, accolti in segreto nell’ostile Inghilterra. Nel secondo caso la guerra è lo spartiacque sociale che definisce anche la fortuna e la decadenza dell’artista Ono. Romanzo storico anche the Buried Giant, dunque, con la differenza che la ricostruzione procede ben oltre memoria d’uomo. Eppure.
Avanzando nella lettura con estrema naturalezza, l’occhio del lettore inciampa in un dettaglio che sulle prime non si lascia percepire per la scarsa enfasi con cui viene comunicato. Ci si deve ritornare, su quel dettaglio, a ritroso. Perché anche a una pagina di distanza, seppure la storia di questa Britannia desolata e decaduta ormai ci tiene dentro, allacciati e fedeli, ecco che qualcosa ci disturba, un ronzìo, una discordanza. Un’incongruenza che ci blocca e ci fa tornare alle righe precedenti.
«Icy fogs hungs over rivers and marshes, serving all too well the ogres that were still native to this land.» Ogres. Orchi. E non si tratta di metafore o modi particolari di riferirsi a certi briganti: Ishiguro parla proprio di creature, creatures, mostri che tuttavia non erano poi causa di meraviglia tra la popolazione del luogo. Ai tempi, spiega il narratore, c’era molto altro di cui preoccuparsi, come ad esempio come fare in modo che i terreni rendessero frutti. In ogni caso il narratore rassicura ancora: gli orchi non erano poi così pericolosi se nessuno li avesse provocati. E dunque se i nostri personaggi hanno imparato a conviverci, perché tu sei così turbato, lettore?
Il Gigante
The Buried Giant è la storia di Axl e Beatrice, una coppia di contadini che attraversano lande affondate nella nebbia alla ricerca del loro figlio perduto da anni. Lande piene di orchi, e druidi, e leggende, dove Artù e Merlino fanno parte di un passato recente che nonostante tutto si fa fatica a riconoscere, perché gli abitanti del villaggio sono in preda ad uno strano e misterioso incantesimo che gli impedisce di ricordare gli eventi. In una recente intervista rilasciata al Guardian, Ishiguro racconta che l’idea per questo romanzo ha continuato a ossessionarlo per anni senza riuscire a trasformarsi in una storia vera e propria. C’era questa immagine di un uomo e il suo cavallo, una coppia di avventurieri che sulle prime avrebbe portato lo scrittore a progettare un sistema narrativo costruito sulla tradizione dei racconti western. Eppure, nell’approfondire il rapporto di un uomo con il suo cavallo, Ishiguro è approdato a un altro grande sistema, al quale appartiene in origine la figura del cavaliere errante sviluppata poi nei secoli a venire, il sistema del patrimonio leggendario dei romanzi bretoni arturiani.
Nell’immagine dell’uomo a cavallo Ishiguro individua quella di un’intera comunità autosufficiente e costituita dai soli due individui. C’è un intero mondo che viaggia con quell’uomo ed egli stesso è fuori dal tempo. Interviene nella comunità solo se la comunità ne ha bisogno e questo accade in momenti di grande crisi. Il mondo del cavaliere solitario è costantemente attraversato dall’urgenza e dalla violenza. Alla luce di queste ossessive riflessioni, l’assetto definitivo del romanzo è stato elaborato dallo scrittore subito dopo la lettura della storia di Sir Gawain and the green knight , un poema inglese del XIV secolo dal quale lo stesso Tolkien era rimasto affascinato a tal punto da dedicarvi un saggio.
Alla storia principale che vede la coppia di coniugi impegnati nella ricerca del proprio figlio scomparso, fa da sfondo – a differenza delle precedenti opere – non un evento storico come la guerra, ma l’inquietante presenza di una nebbia che tutto inghiotte, un miasma che fa ammalare di oblìo gli abitanti dei villaggi e da questi è ricondotta al respiro di un gigante sepolto sotto una montagna. Siamo ben lontani allora dal romanzo storico del nostro orizzonte d’attesa. E non si tratta di un caso: ambientare in una determinata epoca questa storia avrebbe corso il richio di identificarla con la crisi di una determinata società, di un determinato evento. La scelta di Ishiguro è stata selezionata dall’urgenza di esplorare il rapporto delle comunità con la memoria, comunità di esseri umani in generale e non storicamente definite. Un rapporto che può essere molto diverso da quello del singolo uomo con i propri ricordi.
La polemica fantasy-nerd e la letteratura fantastica: un’apologia
La vera ragione per cui forse mi sono convinta a saperne di più sull’ultimo libro di Kazuo Ishiguro è stato un post di David Barnett in cui si accennava alla polemica venuta fuori all’alba delle prime dichiarazioni dell’autore riguardo il suo libro. Non si tratta di un romanzo fantasy, aveva detto a chi già probabilmente si preparava a definire il romanzo con aggettivi riciclati per l’ultima stagione di Game of Thrones. In particolare, al centro della discussione, è lo stralcio di un’intervista rilasciata al New York Times: «Non so cosa accadrà. I lettori riusciranno a seguirmi? Capiranno quello che sto cercando di fare o si fermeranno al pregiudizio maturato dall’apparenza? Diranno che si tratta di un’opera fantasy?»
È proprio questa scarsa fiducia nella ricezione del romanzo a indispettire parte dei lettori e della critica. In particolare la scrittrice fantasy Ursula K. Le Guin, in una recensione per the Book View Cafe fa notare come l’etichetta di genere venga in questo caso utilizzata quasi come un insulto.
«Narrazioni folkloriche ed elementi leggendari di superficie sono troppo evidenti per passare inosservati nel romanzo del signor Ishiguro, ma dal momento che si tratta di uno scrittore molto famoso, sono certa che i critici che condividono il suo stesso pregiudizio non arriveranno mai ad ammettere che lui ha corrotto la sua gravitas autoriale con l’infantile capriccio del fantasy.» Ai lettori di genere non piace Ishiguro e a Ishiguro, a quanto pare, non piacciono le etichette di genere. Fair enough. Eppure tutto questo significa una cosa: al di là delle utili suddivisioni imposte dal marketing da classifica, la distinzione in generi letterari è molto più che un semplice modo di ordinare scaffali in una libreria. Si tratta di comunità distinte e orgogliose dei propri caratteri d’appartenenza, uniche tra tutte e uguali in se stesse. L’invasione di campo di uno scrittore che fa genere a sé stante con il solo imporsi del suo nome in copertina ha creato il caos tra le copertine per i quali i nomi autoriali sono in genere l’ultima cosa ad avere importanza: nella comunità di genere lo scrittore famoso è una minaccia, il suo estro, la sua peculiarità a se stante non è fatta per seguire le regole del gioco.
David Barnett, autore dell’articolo e scrittore di fantasy, propone un punto di vista un po’ buonista sulla faccenda. Piuttosto di ghettizzare da una parte la letteratura fantasy e lasciare che questa si autoghettizzi dall’altra, bisognerebbe leggere la svolta di Ishiguro come la possibilità offerta ai suoi lettori di avvicinarsi a un tipo di narrativa che non avrebbero approcciato altrimenti, con la possibilità eventuale che questa venga apprezzata da un maggior numero di persone. Il signor Barnett, tuttavia, oltre a peccare di ingenuo buonismo, rischia di dimenticare una cosa: che l’orgoglio dei lettori di genere fantasy sta anche nel loro costituire un’enclave, una minoranza presidiata e isolata con cura dal mondo esterno. Questo è il mondo il cui vincono tutti, dice l’autore dell’articolo. Eppure se proprio un compromesso era l’obiettivo del suo articolo, il migliore, a suo tempo, era già stato dato dalla penna di Borges. In una polemica come questa l’argentino avrebbe ripetuto con aristocratico disprezzo che infondo tutta la letteratura non è altro che letteratura fantastica in quanto opera di fiction, dalla Commedia di Dante al Signore degli Anelli.
Questo sì, sarebbe stato un ottimo modo per uscirne. Ma a quanto pare anche i critici, presi dalla polemica di genere, hanno dimenticato la letteratura.
Ritornando allora a quanto detto all’inizio riguardo la lunga gestazione di The Buried Giant: Ishiguro ci ha messo dieci anni a formulare delle buone scuse per giustificare il fatto di aver scritto un romanzo fantasy.
Non le ha trovate. E questo non vuol dire assolutamente nulla.