Racconti: Autolavaggio
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Autolavaggio

  Davide chiede di restare in macchina. Il figlio del proprietario annoiato sorride generoso, non c’è nessun problema. Il sole sta tramontando da qualche parte mentre le nuvole restituiscono passivamente il suo ultimo calore. La temperatura scenderà quella notte. Chissà se la giacca a vento basterà a tenerlo al caldo? Casa di Valeria è sempre […]

autolavaggio

 

Davide chiede di restare in macchina. Il figlio del proprietario annoiato sorride generoso, non c’è nessun problema. Il sole sta tramontando da qualche parte mentre le nuvole restituiscono passivamente il suo ultimo calore. La temperatura scenderà quella notte. Chissà se la giacca a vento basterà a tenerlo al caldo? Casa di Valeria è sempre così fredda, dovrebbe decidersi a mettere il riscaldamento centralizzato.

Le ruote della Fiat di Davide vengono agganciate dal rullo. La sensazione di movimento che si prova su una macchina con il motore spento ricorda quella del treno delle miniere al Luna Park, seduto in attesa, mamma che saluta accanto all’aiuola, poi uno strappo brusco e via, dentro il tunnel. Anche adesso Davide sta entrando nel tunnel. Ventitré anni dopo. I primi getti d’acqua colpiscono il cofano della macchina e risalgono su fino al parabrezza. C’è ancora la cacca di un piccione sul vetro. Davide se lo ricorda. Era appena uscito dallo studio dentistico, era Ottobre e fuori faceva freddo. Il dottore chiedendogli di passargli la diga di gomma gli aveva fatto notare che i guanti in lattice vanno tirati tutti su, non lasciati a coprire malamente il polso. Soprattutto farlo sulla mano destra e non sulla sinistra è una cosa che dà nell’occhio, evidenzia una sciatteria e un’approssimazione che Davide non può permettersi. Non ancora almeno. Più tardi salendo in macchina, un po’ mortificato dall’esperienza con i guanti, aveva trovato la cacca di piccione. Eccola lì la sua sciatteria. Di nuovo. Aver lasciato il vetro sporco per due mesi senza preoccuparsi di lavarlo, continuando a rimandare, a promettersi, se non di portare la macchina all’autolavaggio, almeno di scrostarla con uno straccio giallo e un po’ d’acqua di qualche fontanella.

Getti di acqua da destra e sinistra cancellano completamente il tunnel: l’arrivo del sapone crea sul parabrezza una massa indistinta di forme, impossibili geografie ancora da disegnare.

È strana la luce lì fuori, ha qualcosa che Davide non riesce più a far coincidere con l’immagine mentale della sua città: una città sopravvissuta alla sua morte, come una lumaca cui una suola distratta ha frantumato la conchiglia, come suo nonno che dopo i due interventi sorrideva ancora ogni volta che lo vedeva. La città sarebbe dovuta morire almeno dieci anni prima. Sicuramente prima di suo nonno. Morire in uno dei mille modi in cui può morire una città, rinunciando però all’epica che può venire da un attacco militare, un bombardamento a tappeto, un attacco terroristico, preferendo un collasso altrettanto repentino ma più simile al rapido fluire dell’acqua di una vasca da bagno giù per lo scarico. Cosa sarebbe rimasto, sul fondo, della città? È possibile trovare l’equivalente urbano di un ciuffo di capelli su una ceramica bianca?

Cazzata. Ho usato di nuovo la padella con il fondo bianco, quella che non è antiaderente. Questo vuol dire che si attaccherà tutto un’altra volta e che la cena verrà uno schifo. L’unica soluzione è restare qui, davanti alla padella, a girare come una cretina per circa tre quarti d’ora. Non ho grandi alternative. Do una bella girata e corro in camera a prendere il cellulare.

Sul letto, tavolo, per terra attaccato al cavo. Dove cazzo l’ho messo?! Cesso. Già. Almeno se Davide mi scrive mentre giro i pomodorini posso rispondergli. La prima parte della serata andrà bene, ne sono sicura. La cena magari non è eccezionale ma comunque meglio di “Bellanapoli”, la pizzeria qui sotto dove camerieri del basso Lazio fingono di parlare napoletano invece di preoccuparsi di cuocere due minuti in più le loro pizze. Solo una cosa fa più schifo di una pizza bruciata sotto ed è una pizza cotta poco, con il pomodoro ancora crudo. No, fa più schifo questo pappone di  pomodori se non lo giro bene. Berremo un po’ di vino, poi ci metteremo sul divano. Fino a lì avrò fatto la mia parte, il mio ruolo di brava fidanzatina che cucina e si prende cura del suo uomo che torna tardi dal lavoro.

Ma sul divano inizierà la tortura. Per carità, Davide sa un sacco di cose, ha un modo di guardare al mondo che è affascinante, poetico. Tutto giusto. Ma io voglio scopare. Non c’è niente di male a essere chiari con se stessi, con quello che uno sente e vuole. Certo mio padre non sopporterebbe di sentirmi parlare così, sono sempre stata una brava figlia, una di quelle che non porta mai a casa il fidanzato per rispetto verso i suoi genitori.

I miei genitori sono quel tipo di persone che quando da bambini con mio fratello guardavamo tutti insieme Terminator alla scena di sesso cambiavano canale. Per pudore dicevano. Ero strana io allora? Che ho sempre pensato fosse la scena più bella del film! Vorrei davvero avere il coraggio stasera di guardare Davide negli occhi, prendere la sua testa, accompagnarla lentamente tra le mie gambe e dirgli: «Leccamela». Se solo Davide lo facesse. Invece parlerà, parlerà, parlerà. Del nuovo scrittore sudamericano che ha pubblicato questa raccolta di poesie e che ovviamente bisogna leggere. Del film che ha vinto il festival di boh e che bisogna assolutamente andare a vedere. Tutto bello, tutto interessante, senza dubbio. Devo girare i pomodorini.

Le nuvole in cielo hanno adesso il colore profondo del cobalto. Un colore in via di dissoluzione, mentre si rispecchia con fatica nella scura carrozzeria scintillante. Venticinque euro sono il giusto prezzo per avere indietro una macchina così. Nuova. Con le superfici scintillanti. Davide mette in moto e si allontana incontro alla notte. Valeria lo sta aspettando. È bello sapere che una persona ti aspetta da qualche parte, che nonostante tutto, le maree della solitudine ancora non l’hanno affogato. Valeria lo capisce, lo sente: ha il raro dono di accendere la sua fantasia.

Con lei accanto è bello navigare verso altre realtà, altri mondi, universi lontani. Una fantasia libera e sconfinata cui solo un pieno rapporto tra un uomo e una donna può dare forma.

Davide accende la radio. Una volta aveva letto un articolo chiamato Jeffrey Lee Pierce canta ancora per noi, un patetico tentativo di rendere attuale e spendibile l’eredità di un cantante morto nel 1996. Come se il tempo non fosse trascorso, come se la morte fosse solo una ruota che finisce un attimo fuori strada mentre si corre a 150 chilometri all’ora su un’autostrada.

 

I gave you the key to the highway / and the key to my motel door/
and I’m tired of leaving and leaving / so, I won’t come back no more.
(The Gun Club – Mother of Earth)

 

Da giovane aveva sognato di trasformare la sua città in un piccolo agglomerato di case del Sud degli Stati Uniti. Pochi edifici nei pressi di una palude, l’aria umida e appiccicosa, le zanzare ovunque come in uno sfiancante racconto sudista.

Resta la malinconia tipica dei sogni irrealizzati, delle fantasie che non trovano uno sbocco e rimangono, nel migliore dei casi, private ossessioni.

Ma non questa notte. Le luci dei lampioni si riflettono sulla carrozzeria che brilla e scintilla in mezzo al buio. Passerà a prendere Valeria in quel motel lungo l’autostrada, la chiave è sempre sotto lo zerbino. Lascia stare la cena, non ha importanza. Guidiamo fino alla palude, ascoltiamo il ronzio delle zanzare e la luce lontana delle piccole stelle.

Jeffrey Lee Pierce canta ancora per noi.

 

Foto di Luca Dammicco.

Germano Boldorini
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