Racconti: Cadere nei vortici della metaletteratura (due estratti da “Dimenticheremo tutto”)
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Cadere nei vortici della metaletteratura (due estratti da “Dimenticheremo tutto”)

Un libro che racconta la storia di una sceneggiatura di un film che prende vita e comincia a modificare la realtà che racconta

30 Set
2016

Un libro che racconta la storia di una sceneggiatura di un film che prende vita e comincia a modificare la realtà che racconta: Dimenticheremo tutto di Riccardo C. Mauri e Giuseppe Schiavone edito da Visiogeist è questa caduta nei vortici e nei livelli della metaletteratura, nonché dei sottoboschi cinematografici e televisivi che popolano il mondo di Max Profeta, regista iconoclasta dietro cui è facile intravedere una parodia di Sorrentino e Garrone, alle prese con la lavorazione del suo ultimo film.

Il libro discute i limiti del linguaggio televisivo/cinematografico per parlare in verità dei limiti di chi utilizza quel linguaggio, un linguaggio che ci parla da decenni: qualifichiamo quello che possiamo dire sempre come una scelta circa quello che non diciamo. Per questo, anche quando non parliamo della tv e del cinema, stiamo scegliendo di non parlare della tv e del cinema, della varia umanità che sopravvive nelle anticamere di quel mondo e della meno varia umanità che non ha alcun problema a ridere alla macchinetta del caffè replicando con approssimazione quell’imitazione di Crozza, quel tic di Mentana, quella bestemmia di Timperi, quella gaffe di Luca Giurato. Differenza e ripetizione.

Il web ha esploso e disintegrato questo linguaggio, alla fine iterando lo stesso tipo di dispositivo di generazione della realtà: una serie di riferimenti, di coordinate linguistiche nei confronti delle quali siamo costretti a posizionarci. Non esistiamo fuori da questi spazi.

E se il silenzio è l’ultima forma di resistenza, allora del sacrificio di cui non siamo capaci si è incaricato Max Profeta: il silenzio catodico, quando la realtà glitcha prima di spegnersi.

“Dimenticheremo Tutto” è il diario di un uomo negli ultimi giorni della sua vita, i più felici, ritrovato in una cassetta di sicurezza dell’Aeroporto di Malpensa 2000, di cui pubblichiamo in anteprima due estratti.

 

***

 

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“Ok, ma, in buona sostanza, volete che ci siano delle esplosioni?”

Ho l’impressione che, mentre Frankie fa questa domanda così violentemente diretta ed evasiva, mentre si spoglia mettendo gli altri all’angolo come le donne sanno fare, ho l’impressione che qualcuno mi stia toccando i capelli. Mi volto e vedo Valenti – adesso non c’è teoria alternativa che possa convincermi del contrario – che mi sta toccando i capelli. Mi volto e gli afferro il polso. Mentre lo faccio un boato apre l’acqua della piscina e ci inonda come non era stato capace di fare il sole magenta di un tramonto qualunque.

Il rimbombo dell’acqua esplosa è tutto particolare e ovatta le mie orecchie insieme sicuramente a quelle di tutti i presenti, che pure sembrano accusare di meno. Mi lascio andare a questo gesto antico e mi schiaccio le orecchie con i palmi delle mani, come penso fossero abituati a fare i civili durante i bombardamenti. Mi fa sempre ridere quando qualche trombone reazionario teorizza la deboscia delle generazioni che non hanno vissuto la guerra. Eppure adesso penso che forse avrei reagito con più dignità al rumore di un’esplosione a pochi passi da me. Poi rispondo da solo a questi pensieri con frasi da frustrato tipo “la dignità è l’onore dei perdenti,” che puntualmente finiscono in qualche sceneggiatura.

Lo scoppio della piscina ha comunque qualcosa di magnifico. Guardo Frankie che si strizza il lembo della sua camicia indonesiana presa alla Rinascente di Milano, mi guarda e mi fa: “Che botta!”

Mentre mi sistemo in volto gli occhiali che non porto, con questa faccia da supplente di italiano che prende schiaffi da uno studente, alla ricerca di una reazione virile e puntuale che non arriva; mentre frugo nel taschino della mia camicia alla ricerca di una sigaretta e di un paio di occhiali da sole, o di un naso finto e di una parrucca; mentre Frankie da amico – l’amico che non è – mi porta una mano alla spalla come se fossi un bambino a cui hanno rubato l’ennesima bici: dal fondo del nulla arriva il Nokia tune del mio cellulare.

“Pronto?” dico con un tono veramente qualunque. “Adesso mi credi?”

La voce che mi ha minacciato ieri sera, sempre al telefono.

Faccio qualche passo in là per allontanarmi.

“Eh. Ma chi cazzo sei?”

“Via Marmorata 5, Testaccio. Ti aspetto.”

Click.
Mi guardo intorno. Tutti mi fissano, in silenzio, e qualcuno inizia a muoversi piano verso di me.
Basile davanti, Valenti dietro, il primo mi guarda spiritato.

“Max, dacci il tuo script. Sappiamo che sei andato avanti.”

“Non vorrai mica rifiutare una consulenza legale di livello che ti potrebbe senz’altro parare il culo dalle querele, no? Lo sai che la gente della TV querela solo a sentirsi nominare al bar…”

“Stai tranquillo, non cambieremo niente…”

“Ma sì, solo un controllino…”

Frankie mi guarda e sorride come il bastardo che è sempre stato. Di fronte alle avvisaglie del mio terrore alza i palmi delle mani per farmi accettare, come un atto di fede, l’inevitabilità di quello che sta accadendo.

Il mio sistema limbico decide di entrare in funzione. Mi rilascia una scossa lungo la colonna vertebrale che arriva dritta all’inguine. Il mio istinto ferino inizia a mettere in atto la migliore strategia di sopravvivenza che la natura abbia mai concepito: la fuga.

Frankie fa un passo di troppo verso di me. Apre la bocca in un movimento lentissimo e solenne come un habemus papam. Inizia a scandire: “MA-C-S, com-pli-men-ti, sei su Neanche per…”

Alla fine della parola “complimenti”, che è l’ultima che ho potuto sentire, sono già a venti metri da lui. Corro come un malato di mente inseguito dai diavoli. Corro attraverso il cancello, che è aperto, corro lungo la strada. Corro incontro alla prima auto che vedo arrivare, come nel finale di Non aprite quella porta.

Batto sul cofano di questa povera signora dei Castelli Romani.

Mi porta. Corsa. Taxi. Roma. Testaccio. Marmorata 5.

Non so il citofono. Leggo la citofoniera con urgenza e voluttà.

Abderrazak

Int. 5

Angelucci

Morositas

Burla

Mantoni

Redondini

Belandi

Mi guardo intorno. Motorini, tram, macchine, solito. Sembra che tutto sia lì a minacciarmi. “Stonf” un rumore sordo mi indica che qualcuno da dentro ha premuto “Apri”. Faccio per farmi da parte perché è un portone piccolo e non vorrei intralciare (io sono una di quelle persone che se va a sbattere contro un manichino gli chiede scusa) ed ecco il portoncino spalancarsi e fuoriuscirne questa figura tozza e indefinita, con un berretto calato sul volto e un bomber bello gonfio di muscoli. Nonostante mi sia fatto da parte questo trova il modo per darmi una spallata e si mette a camminare via con passo duro e concitato. Entro nell’androne e inizio a salire a piedi, convinto che qualcosa mi indicherà l’appartamento giusto.

Sono sei piani. Inizio com’è ovvio dal primo. Davanti a tutti gli appartamenti si percepisce la voce fredda e lontana delle TV attraverso le porte serrate. Secondo, terzo, quarto piano.

Al sesto piano noto un appartamento con la porta socchiusa.

Entro con circospezione.

Il soggiorno è illuminato unicamente da un vecchio TV color catodico bloccato su una replica di Beniamina Parodia che insegna delle ricette che mi sembrano piuttosto generiche. In quell’ambiente cupo la dissonanza con il loft e l’urtante simpatia della conduttrice mi è quasi insopportabile. Mi imbatto in qualche cosa di ingombrante e soffice, come un piumino mal riposto o un peluche di grandi dimensioni.

Il costume rosso giace davanti alla televisione, faccia in terra.

Lo tocco, è pieno e ancora caldo.

Lo volto. Non riesco nemmeno a gridare.

Scendo le scale come uno che ha toccato il cadavere di un uomo a cui hanno appena sparato in faccia.

Quella notte non dormo e la passo tutta a piangere e a fumare. Alle sei del mattino vado a prendere una boccata d’aria in balcone e mi suona il telefono. Un messaggio. Mi verso dell’amaro Ramazzotti prima di avere il coraggio di guardare il monitor. È Piccorello. “Max, cazzo abbiamo smontato adesso. Non sai che serata ti sei perso. Poi ti spiego.”

Butto un’occhiata finalmente determinata ai bagagli che mi aspettano all’ingresso di casa. Ne acchiappo uno, un vecchio trolley dalla capienza appena simbolica ma dalle rotelle oliatissime.

Sei ore dopo sono all’aeroporto di Malpensa. Fiumicino non mi sembrava sicuro e il Freccia Rossa in prima classe è un luogo di ammirevole riservatezza.

 

***

 

Il Dorisol Recife Grand Hotel sembra l’unico resort dignitoso in giro per Recife. La città ha uno skyline demenziale: palazzi da venti/ trenta piani che escono ogni seicento metri dalle crepe della strada scorticata dal sole. Come se avessero bisogno di respirare in testa alle case che non ci sono. O come se i costruttori avessero immaginato di dover proteggere il valore del loro investimento da un futuro che non è mai arrivato. Sotto la tettoia che ripara dal sole africano la porta girevole dell’ingresso del Dorisol ci aspetta Mimmo D’Avolio, senza occhiali da sole. Mentre usciamo dal taxi mi sento Don Johnson anche se sono vestito di stracci e ho addosso un sudore che comincia a marcire. Mimmo ha i capelli ricci e brizzolati (un sale e pepe che deve costargli della manutenzione, credo), un fisico infelice, spalle a gruccia, vita stretta, pancia gonfia e appuntita, petto compresso e indossa solo una polo bianca, un costumino a metà coscia blu e un paio di Havaianas. Pompeo ci ha detto che è un ex-attore, di quella generazione di putti che Pasolini raccoglieva dalla strada nel nome del cinema reale e nell’orizzonte delle sue infatuazioni. All’epoca dicevano che fosse omosessuale, ma ha più l’aria di un laido e di un cialtrone, capace di qualsiasi cosa pur di non lavorare. Pompeo mi ha appena spiegato che è una specie di Gigi Rizzi qui. È lui il proprietario del Dorisol. Ci accoglie allargando le braccia, come chi ti rivede dopo un tempo infinito e immaginava avrebbe sentito di più la tua mancanza. O come un bambino che non ha buone ragioni per il disastro che ha appena combinato. Ci mostra la hall con l’orgoglio fanatico delle madri e dice di lasciare i nostri bagagli ai facchini, ché li sistemeranno loro nelle camere. Attraversiamo l’intera area lounge dell’edificio per uscire al lato opposto, direttamente sulla spiaggia. Mentre appoggiamo i piedi sul selciato della piscina veniamo crivellati di drink — alcolici e non — contenuti in bicchieri di vetro spesso che gocciola di frescura. Metto le mie mani feline su un Mojito, mentre Pompeo agguanta un Negroni, o un Americano. Armando si fa portare una Nastro Azzurro e un bicchierino di cachaça. Per la prima volta ho l’impressione che solo in italiano usi affettazione e cortesia esasperata. Ma forse tutti sono più garbati in una lingua nella quale non hanno dato forma ai propri vagiti. L’Atlantico è lunghissimo e non sembra deporre a favore dell’ipotesi per cui la terra sarebbe sferica o quasi. Mi sto levando le scarpe usando i piedi quando esce dall’acqua una ragazza, avrà poco meno di trent’anni e il fisico di Susanna Messaggio — un gran fisico per una donna di cinquanta. Ha i capelli neri e lucidi come il retro di un iPhone 4, e li sbatte a destra e sinistra mentre corre verso di noi zuppa di oceano. Il naso magniloquente e presuntuoso è un segno molto esplicito della sua provenienza partenopea. Ci saranno altre cento persone sulla spiaggia, eppure lei viene chiaramente verso di noi, alzando i tacchi ad ogni passo di questa corsetta di ninfa, spolverando sabbia come una bambina distratta o poco educata. Mette gli avambracci bagnati sulle spalle di Mimmo e gli dà un bacino sul naso. “Lei è Pamela” dice Mimmo rivolgendosi a noi e sbloccando l’apparecchio del ralenti che teneva incastrato il tempo. È qui, adesso, ma ha il viso, il fisico e il fare della televisione commerciale degli anni ‘90. Ha la malizia ancora colpevole con cui era lecito sbattere ragazzine sedicenni in faccia ai pomeriggi spompi di un’Italia derubata del sogno della competizione internazionale e del sei per mille dei depositi bancari. Saluta me e Pompeo con due baci sulle guance e ad Armando stringe la mano. Armando fa un cenno a Pompeo che ricambia con un segno genericamente accomodante dopo il quale Armando si allontana, per così dire, per i cazzi suoi.

 

Dimenticheremo tutto, 224 pagine, Riccardo C. Mauri & Giuseppe Schiavone, ISBN 9788890917097.

 

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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