ECNO-YEB
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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ECNO-YEB

Ho voglia di raccontarti la mia compiutezza e l’ultimo pensiero tra i vivi, amico di bell’aspetto che mi leggi su queste pagine. Ne ho voglia perchè ora mi sento molto solitario, senza allarmi, senza rumori, senza urla urbane di scontri meccanici, urti sanguigni di persone che, spallata dopo spallata, iniziano ad asocializzarsi, frustrarsi, celarsi dalla […]

Ho voglia di raccontarti la mia compiutezza e l’ultimo pensiero tra i vivi, amico di bell’aspetto che mi leggi su queste pagine. Ne ho voglia perchè ora mi sento molto solitario, senza allarmi, senza rumori, senza urla urbane di scontri meccanici, urti sanguigni di persone che, spallata dopo spallata, iniziano ad asocializzarsi, frustrarsi, celarsi dalla realtà nella finzione scenica del superego freudiano, con i suoi limiti, le sue congetture, le sue lezioni mai comprese, le sue pantomime. Nel sottosuolo non si respira, non si riesce ad ascoltare nulla di ciò che accade tra voi vivi, inutile aprire gli occhi e sentirsi circondati dall’incombenza della Madre terra. Fredda, umida, funerea.
Quel pensiero, quella domanda, continua ad attanagliarmi anche ora.

L’amore, mi ricordo distintamente l’amore. Un sentimento nell’infinità tutta che riesco a contemplare in ogni istante, adesso, da defunto. L’amore riesce a gestire la storia dell’umanità tra le sue spire gaie e maligne, simultaneamente: si vive per l’amore, si muore con l’amore nel cuore. Anche se si trapassa senza affetti intorno, fidati amico mio, l’amore che provi nei confronti di te stesso e della tua esistenza si annulla dinanzi ai tuoi ricordi, inondati dal buio del tempo e accresciuti dalla sacralità del mito che fu. Un sorriso, una carezza, lo strusciare ritmato dei sandali di lei sul tappeto del corridoio, la familiarità delle reazioni composte e l’ebbrezza dei gesti inconsulti. Di una donna si può arrivare ad amare tutto. Lei, Gretha, nome buffo da famiglia teutonica espatriata, con le sue gambe lunghe ed affusolate, i suoi capelli color rame, il suo odore di scintillante melograno appena colto, è stato il mio ultimo pensiero prima di rivolgere gli occhi al sole per l’ultima volta. Sì: si cercano, si agognano i raggi solari sul viso. Il calore, l’affetto del testimone perenne della tua esistenza, il sole. Colui che ti ha dato la vita, il motore primo, la causa ultima. Lei, al centro del disco solare, irradiata dal calore dell’amore e di quei ricordi che non si possono dimenticare: il primo bacio, la prima volta che ci si trova nudi l’uno di fronte all’altro, senza imbarazzi, immobili, in contemplazione. Poi la passione, gli orgasmi e lo stringersi, il fiato congestionato, un respiro vitale che, all’unisono, ritma un connubio corporale esclusivo, irripetibile. Solo io, lei e l’affettuosa penombra tremolante ad abbracciarci, proteggerci, difenderci.

Te la potrei descrivere come una foto, l’ultima immagine che ho stampato sul mio nervo ottico: una finestra accesa da raggi solari obliqui che, entrando nel salone, disegnavano le spirali nell’aria di qualche molecola di polvere, alzata dal mio tonfo a terra. La consapevolezza di star per morire è un forte dolore proprio in mezzo alla fronte, un ebollizione di ultra-realtà: stavo morendo, accoltellato più di una dozzina di volte. La prima coltellata mi ha spappolato un rene, poi a seguire tutte le altre. Sette volte è entrata la lama nel mio costato, spezzando costole, sgonfiando i miei polmoni, recidendo in un paio di punti l’aorta e l’esofago. Altri quattro o cinque colpi mi hanno aperto le budella, il fegato e la cistifellea. Respiravo sangue, esalavo sangue. Inghiottivo sangue, tossivo bile e succhi gastrici mischiati a siero e liquido ematico. La pozza sul pavimento di marmo si allargava sempre di più. Sembrava che qualcuno, troppo sbadato per amare i vini buoni, avesse fatto cadere un decanter in una sala di uno dei ristoranti più in voga di Los Angeles. Magari un vino coriaceo, duro sul palato, secco in gola. Un californiano dal sapore deciso. Il mio salone, poi, sembrava davvero una sala di un ristorante di lusso e il mio sangue un vino californiano o cileno intorno ai 16 gradi. Un vino di razza insomma. Solo a quel punto, inerme e prostrato al suolo, il mio assassino mi ha trafitto per l’ultima volta, con potenza, aprendomi un profondo foro sull’avambraccio sinistro che avevo alzato per chiedere, pietosamente, clemenza. In me c’era l’amore, non meritavo di morire.

Al mio tonfo a terra la polvere era facilmente distinguibile nel reverbero dei raggi solari: dal basso dove mi trovavo assistevo ad una danza ipnotica, una prova dell’esistenza di Dio e di tutta la sua grandezza. Quando si sta per morire si diventa tutti bravi cristiani, amico mio. E si pensa anche a mettersi a posto con Cristo e la Madonna. Le inferriate dietro al vetro della finestra bloccavano l’affluire della luce: sul pavimento di marmo, in parte già rosso sangue, si venivano così a disegnare delle trame circolari identiche a quelle descritte dal ferro battuto posto in protezione delle finestre. Un cerchio. Un cerchio con dentro altre circonferenze più piccole. Qualche petalo di Helleboro, eravamo in febbraio, colorava il terrazzo del mio dirimpettaio: quando si sta per compiere l’ultimo battito vitale il tempo si ferma e si riesce a contemplare il tutto in un istante e a cogliere concetti, meccanismi impossibili da comprendere in vita.

Al centro dei miei pensieri però c’era lei, la mia Gri, la mia tedesca dagli occhi gentili, amante dei gatti batuffolosi, del teatro shakespiriano e della cucina coreana. I suoi morbidi e lunghi capelli color oro, non rendevano giustizia ai suoi ingenui occhi nocciola e alle sue piccole mani minuscole. Era la donna più bella di tutte. Di tutte. La tradii una volta con una mora, caucasica, del sud degli Stati Uniti ma dai genitori georgiani. Era educata, ben vestita, ben profumata. Depilata, ovunque. Sfacciata quanto basta per prendere all’amo un vero deficiente: me. Mi portò nella sua camera d’albergo pestandomi di continuo i piedi pur di cercare il contatto fisico. Il suo corpo era statuario e con Gri, in quel periodo, mi vedevo molto poco: eravamo nel difficile incipit della nostra relazione. Ma lei, Gri, era un’altra cosa: si sarebbe dimostrata nel tempo la donna a cui sarei poi appartenuto. Le appartengo ancora, anche dopo la morte. Il mio tradimento è ciò che mi ha straziato maggiormente: nulla umilia un uomo più che la totale consapevolezza di un proprio inutile errore.

Il mio assassino mi colpì alle spalle, diritto all’altezza dei reni. Mi trovavo in salone, a casa nostra – mia e di Gri – solo. Stavo fantasticando sulla storia di un tizio, Jim, che, con il suo amico Rek, si divertiva a gettare fuori dai finestrini di una macchina in corsa oggetti di valore. Un divertimento inutile e pericoloso: prima rubavano ciò che dovevano lanciare, poi tiravano ciò che avevano ladrato. Il tutto solo per vedere l’effetto che può avere la velocità sui materiali: un computer portatile, un televisore ultima generazione, una chitarra di marca, una bottiglia di champagne di costo elevatissimo, dei cappelli firmati che si andavano a schiacciare sotto gli pneumatici delle altre vetture e anche banconote contanti che svolazzavano tra tettucci aperti e finestrini abbassati. Ero uno scrittore anche se non avevo mai avuto talento.

Mi cinse la gola tra l’omero e l’ulna con il braccio sinistro. Mi colpì, in profondità. Ebbi il tempo solo di gemere. Fui colto di sorpresa. Su iTunes giravano i Mazzy Star, ero rilassato e concentrato sulla mia opera. Non notai la sua veloce presenza nella sala. Mi sbatté la testa a terra. Di nuovo. Nel cranio mi si impresse il rumore della mia calotta contro il marmo: un cupo tonf. Mi girò rapidamente, conficcando ancora più in profondità il metallo: mi ritrovai supino. Solo il tempo di capire che era un uomo, sconosciuto, rabbioso, con la bocca spalancata e denti bianchissimi. Uno come tanti: ad incontrarlo per strada l’avrei scambiato per un qualsiasi americano di origine italiana. Moro, con la barba sfatta. Occhi appuntiti, piccoli, pieni di un rancore sconosciuto alla razionalità. Già alla seconda coltellata non sentivo più nulla: sapevo che avrei esaurito lì il mio percorso, sul pavimento di casa. Ad ogni movimento del braccio del mio omicida corrispondeva un getto ematico di lunga gittata: in terra, sul tavolo, sulla mia camicia celeste appoggiata allo schienale della sedia, sul legno della portafinestra. Sul termosifone. Eravamo arrivati alla quinta e non vedevo scemare in lui nessuna rabbia. Uno sconosciuto, in casa mia. Io: morente.

Il cervello inizia a non fare più filtro: la certezza dell’ineluttabile ti cattura e, come il sonno in una mattina ancora da sorgere, ti fa sprofondare in basso. Gli occhi ti si iniziano a ruotare all’indietro. Settima. Sei insensibile al dolore perchè diventi un atomo del dolore. Ottava: schizzo di sangue sul mio viso che cade, ricadendo come rugiada, dall’alto dell’imbeccata mortale. Mi ha centrato l’aorta. Non percepisco nemmeno più il rumore dei colpi, delle mie urla istintive, animalesche. Nona. Sento solo il suo respiro affaticato che mi secca le pupille. Decima. Undicesima. Gri, dove sei? Dodicesima. Gri? Lo sai che ti amo, Gri? Poi un altra mi trapassa un braccio questuante pietà. Altre due forse, non ha importanza. Si alza da me, o da ciò che rimane di me. Potevo imprimere nella mia memoria le ultime immagini del reale. Mi lascia lì, disteso, ansimante. La stanza è tinta del mio rosso. Non muovo altro se non gli occhi e nel tentativo di respirare, trangugio denso sangue cavernoso. Un risata. Ride di me. E’ un ladro: mi ha ucciso per portarmi via quelle poche cose che ho in casa. Una refurtiva da diecimila dollari: nè gioielli, nè pellicce, nè orologi, solo amenità di relativo valore. Io, sfinito reclino la testa all’indietro e, obliquamente fotografo con le mie retine la polvere, i raggi solari, i disegni delle inferriate, i petali di Helleboro. Null’altro.

Gri, mi ama ancora, amico mio, vero? Dammi buone notizie: è ancora mia? Ti ho interpellato apposta per chiedertelo. Mi porta sempre nel suo cuore, giusto? No. Non mi sbaglio. Se io riesco a scrivere dall’oblio dei morti per dire che l’amo, figuriamoci lei dalla luce quanto intensamente mi starà bramando.

Gri, ti amo ancora, anche dal basso dell’incombente terra che ci ha generato.

Travis Bickle
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