Racconti: La parte del cattivo
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La parte del cattivo

  Era l’inizio del 2009 e l’umore in America era migliorato, per molti, fino a diventare una diffusa sensazione di speranza. A causa di alcune forze nella mia vita, sia prevedibili che imprevedibili, io speravo perlopiù di riuscire a superare un’altra ora, un altro giorno, un altro cambio di pannolino, un’altra corsa al nido. Per […]

 

Era l’inizio del 2009 e l’umore in America era migliorato, per molti, fino a diventare una diffusa sensazione di speranza. A causa di alcune forze nella mia vita, sia prevedibili che imprevedibili, io speravo perlopiù di riuscire a superare un’altra ora, un altro giorno, un altro cambio di pannolino, un’altra corsa al nido. Per dirla altrimenti, la speranza era un gioiello sbrilluccicante nella vetrina di un negozio: un lusso che non potevo permettermi. Forse ero depresso e di certo non dormivo abbastanza.

Mia figlia aveva un anno, la mettevo a letto di sera e poi mi svegliavo per la pappa notturna. Poi mi ritrovavo spesso a dormire con lei su un piccolo futon, così stretto che dovevo sdraiarmi in diagonale sul materasso, il suo corpicino nascosto al sicuro nel triangolo che il mio corpo formava con il muro e la testiera del letto. Di solito mi svegliava alle quattro, quattro e mezza del mattino – era dura – ma poi schiacciava questi epici pisolini pomeridiani da cui risorgeva appena in tempo per fare merenda e guardare una partita di pallacanestro in TV, insieme a me.

In quel periodo la pallacanestro dei college, per la precisione la squadra di basket maschile dei Kansas Jayhawks, era diventata una specie di salvezza per me, qualcosa in cui credere, qualcosa per cui preoccuparmi oltre a quel dramma quotidiano che è la vita con una neonata. Laureato di terza generazione alla Kansas University, sono cresciuto a Lawrence, in Kansas, come tifoso sfegatato dei Jayhawks e la mia passione non si era raffreddata con l’età o il passare del tempo. Nell’aprile del 2008 la squadra aveva vinto il suo secondo campionato nazionale, almeno da quando ero in vita: festeggiai la vittoria da solo, saltellando nel giardino di casa nostra a Fresno, in California, e urlando con tutto il fiato che avevo in gola, tanto forte da far riemergere i vicini, preoccupati, dalle loro abitazioni.

Mia figlia è cresciuta guardando me… che guardavo le partite. Spesso riuscivo a percepire il suo sguardo fisso su di me che consumavo il pavimento del soggiorno, sbraitavo contro il televisore e urlavo cose come «BUM!» oppure «E VAI!» quando i Jayhawks facevano canestro. All’epoca, il capitano della squadra era il playmaker Tyshawn Taylor: un giocatore capace di suscitare tanto la mia ammirazione quanto il mio sdegno. Mia figlia sapeva tutto di quell’amore tormentato. Perciò non avrebbe dovuto sorprendermi se nel bel mezzo dell’infuocato campionato di Big 12 Conference, un periodo in cui parlava a malapena e sgambettava in pannolino e t-shirt, l’avessi beccata di nuovo a fissarmi. Dalle profondità di quel minuscolo diaframma provenne una delle sue prime frasi di senso compiuto- il genere di cose che un padre non vede l’ora di sentire. In attesa del momento giusto, gli occhi che andavano da me alla tv, urlò a pieni polmoni: «Forza, Tyshawn!»

*

Non sono mai stato un tipo da teatro, e non ho mai fatto il protagonista o sostituito qualcuno nelle recite al liceo – sono stonato come una campana, non so ballare né interpretare un monologo… a meno che non si parli di performance sul campo di basket, quel palcoscenico nel Midwest dove d’inverno, due o tre sere alla settimana, di fronte a una sparuta platea facevo la mia parte riuscendo a portarmi a casa anche qualche applauso. A volte era proprio come se fossi nel posto giusto al momento giusto… anche se la maggior parte delle partite finivamo sopraffatti e sconfitti. Affrontavo queste performance come se fosse una questione di vita o di morte, e da esse dipendesse la mia sopravvivenza. Davvero, non avevo altra scelta se non quella di alzarmi e fare la mia parte: recitare il mio ruolo o scaldare la panchina, stare sul palco o dietro le quinte.

Con il mio metro e novantatré, sulle statistiche ufficiali risultavo un tantino più alto ma la mia corporatura era quella di una guardia o di un’ala piccola e iniziai da centro per il più grande liceo dello stato del Kansas. Da junior, avevo preso il posto di uno dell’ultimo anno che, dopo avermi affrontato per settimane durante gli allenamenti, aveva lasciato la squadra all’improvviso dicendo di non avere più la stessa passione. Ero convinto che non avesse le palle per prenderle da me tutti i giorni in allenamento; all’epoca, ero schifosamente orgoglioso di aver costretto un diciottenne a ritirarsi. Non sarebbe stato né il primo né l’ultimo a esprimere la profonda frustrazione che giocare contro di me gli suscitava. Più tardi, mi avrebbero detto più d’una volta che qualcuno «odiava giocare contro di me, ma amava giocare con me» cosa che prendevo sempre come un complimento, forse lasciandomi sfuggire il rovescio della medaglia, senza chiedermi se c’era un aspetto positivo nel fatto che odiassero avermi come avversario.

Non ero né rapido né agile. Avevo un discreto lavoro di piedi, il che significava solo che sapevo dove piazzare il mio corpo in modo da creare gli angoli migliori per i tiri facili ed impedire in maniera strategica che l’avversario avanzasse. In attacco avevo una buona scivolata laterale, un buon controllo delle mani che mi consentiva un tocco morbido, un discreto tiro in sospensione cadendo all’indietro e una notevole virata. Ma era sul lato difensivo che davo il mio più grande contributo alla squadra: il mio ruolo di flagello in difesa è forse quello che mi ha fatto guadagnare più presenze sul campo. Solitamente in attacco ero la terza o quarta scelta, o l’opzione paracadute. Ma in difesa ero il cattivo per eccellenza, un duro, la belva del pitturato. Durante ogni singola gara della stagione, difendevo quasi sempre sul ragazzo più alto e grosso della palestra: significa che dovevo difendere su giocatori di post basso che mi superavano di sedici, diciassette centimetri e pesavano dieci chili più di me, oppure dovevo vedermela con giocatori di quasi due metri, più esili e veloci, che avrebbero potuto sfondare il tetto con un salto, se permettevo loro di superarmi. La pressione era tanta, ma io facevo del mio meglio per essere all’altezza

Una volta in campo, mi trasformavo in un provocatore che andava giù di colpi, spinte, gomitate, e che ti avrebbe fatto un culo così prima di lasciarti segnare un canestro. Per alcuni, ero uno che giocava sporco, un imbroglione, un tormento. Ma ero semplicemente un giocatore dalle doti fisiche limitate spinto su un palcoscenico aperto, un ragazzo che aveva interiorizzato il monito immutabile di suo padre «L’area dei tre secondi è casa tua. Non lascerai mica che una guardiuccia qualunque entri in casa tua, vero?»

No, signore!

Prendevo sempre fallo per recapitare un messaggio chiaro. Se fossi entrato in casa mia te ne saresti accorto, anche se questo per me voleva dire tornare in panchina, seduto accanto al coach. Ero, come descritto dallo scouting report di una squadra avversaria, «Lento ma MOLTO fisico». Mi sentivo orgoglioso quando i genitori e le famiglie degli avversari se la prendevano con me, mi urlavano contro dagli spalti, ricoprendomi di ingiurie. A volte, mi piaceva perfino rivolgermi al pubblico: li fomentavo e facevo la parte del cattivo. Era come se fossi autorizzato ad orchestrare il loro scontento, la loro agitazione. Passavano più tempo a osservare me di quanto non facessero con i loro figli. Probabilmente, tutto quel potere era fin troppo per un adolescente. In un certo senso era come se mi somministrassero una dose di adrenalina e speed.

La seconda gara del mio terzo anno di superiori si giocò contro Shawnee Mission South, una squadra che vantava non uno ma ben tre futuri giocatori di Division One, uno dei quali sarebbe finito a giocare per i miei amati Jayhawks. Quella sera dovevo vedermela con il loro centro di due metri e otto, Dan Augulis. Nei giorni precedenti l’incontro, in allenamento, nei corridoi della scuola e perfino nei pochissimi media locali non si faceva altro che parlare di come sarei riuscito io, un metro e novantatré per ottantaquattro chili, a fermare il gigante Dan Augulis. Come avrei potuto impedire a Dan Augulis di dominare il pitturato? Come potevo tenerlo lontano da casa mia? Dopotutto, non ero certo un candidato alla Division One, io, e Dan Augulis aveva i suoi sedici o diciassette centimetri ufficiali più di me. Iniziava a sembrare un mostro, una specie di mito. Una leggenda.

Mio padre mi diceva sempre che se riuscivi a far concentrare gli avversari su di te – scatenando in loro una rabbia e una frustrazione tali da distrarli dal gioco – avevi già vinto metà della battaglia. Io credevo di aver già perso metà della battaglia contro Dan Augulis ancora prima ancora dell’inizio della partita, quindi avevo parecchio da farmi perdonare. Dovevo fare in modo che lui pensasse a me. Fare in modo che mi odiasse. Ma io volevo che avesse paura di me.

Dal momento della palla a due, che Dan Augulis si aggiudicò senza fatica, il mio unico obiettivo fu quello di massacrarlo psicologicamente. Non volevo solo intimidire Dan Augulis. Volevo umiliarlo. Volevo distruggerlo. È difficile spiegare la concentrazione e l’energia richieste da un simile impegno. Non che l’avessi previsto ma, una volta lì, cavalcai quell’onda per il resto della gara.

Forse quel mio inatteso ruolo di bullo era reso più credibile dal fatto che, mentre giocavo un quarto con la squadra delle riserve, tanto per riscaldarmi, una gomitata dritta nell’occhio mi aveva spaccato il sopracciglio e il sangue fuoriuscito mi aveva impiastricciato il viso. L’allenatore mi ricucì con un cerotto a farfalla, ma il mio occhio si era già gonfiato, diventando viola e semichiuso, prima dell’inizio della partita di prima squadra. Sulla palla a due, sembravo un boxer che le aveva prese di brutto ma era così folle da desiderare ardentemente un altro round.

Dan Augulis era alto. Molto, molto alto. Quando prese palla e io allungai il braccio sinistro per difendere, la mia mano superava a stento il suo gomito. Poteva tirarmi in faccia tutte le volte che voleva; quindi quando afferrò la palla, dirigendosi deciso verso il canestro, io sollevai la mano sinistra sventolandogliela in faccia. Poi attaccai.

Piegai il braccio destro, serrai il pugno e me lo portai al petto, trasferendo tutta la potenza sulla spalla. Appena Augulis sollevò la palla per tentare il tiro, mi tuffai sotto le sue braccia e, con il gomito destro, gli assestai un colpo veloce, ma potente, alla cassa toracica.

Bum!

E un altro ancora, bum!

Non m’interessava neanche che facesse canestro. Volevo solo fargli sentire i miei colpi.

La prima volta, riuscivo a intuire che non sapeva bene come comportarsi. La seconda, aveva l’aria spaventata. Lo osservavo guardare me invece di prestare attenzione ai suoi compagni o ai coach. In quel momento, seppi che era fatta: ce l’avevo in pugno. Ogni volta che prendeva palla, si allontanava fisicamente da me, indietreggiando, cercando di passarla per non vedersela con la mia aggressività e i miei gomiti. Ero riuscito a metterlo fuori gioco.

Sembrava spaventato, o almeno seriamente infastidito. Io mi nutrivo della sua paura, della sua agitazione. Mi gonfiavo, carico come se mi avessero attaccato ad una presa della corrente. Volevo di più, volevo ferirlo.

Lo sfottevo, gli dicevo che non era così bravo come tutti pensavano, che non era un candidato papabile per la Division One. Schernivo ogni tiro mancato e lo deridevo. Stavo segnando poco anche io, ma non m’importava perché lui era sulla stessa barca. Mancò una schiacciata su contropiede e io scoppiai a ridergli in faccia, dicendogli quanto fosse patetico, prendendolo in giro finché non apparve terrorizzato, offeso da quell’attacco violento di parole e veleno.

Leggevo nei suoi pensieri: «Chi è questo?» E avevo la risposta: sono il tuo cazzo di incubo, Dan Augulis.

La gara fu combattuta e, alla fine, perdemmo di pochi punti. Era stata una delle partite più belle della stagione, contro una delle squadre più forti dello stato. Ma forse, anche uno dei miei momenti peggiori come essere umano. Mi sento ancora in colpa per il modo in cui giocai quella sera, anche se mi valse un titolo sul giornale locale, il giorno dopo, e ricordo ancora quel nome – Dan Augulis – mentre ho dimenticato le facce di centinaia di altri ragazzi che ho affrontato in campo.

*

Mi piacerebbe dire che quella mia violenza nei confronti di Dan Augulis rappresentò un punto di svolta e che presto avrei rinunciato a quel ruolo, ma la verità è che dopo il liceo ho continuato a giocare per le squadre locali in molti dei posti in cui ho vissuto. Alla fine ho smesso per davvero di giocare, in parte perché le mie ginocchia non avrebbero retto ancora a lungo, ma anche perché mi ero reso conto che il campo tirava fuori il peggio della mia natura competitiva; compresi che lo sport, il basket, lo sport che amavo così tanto, legittimava una trasformazione che io non accoglievo.

Arrivai a questa conclusione durante l’università, quando giocavo con i colleghi della facoltà d’inglese: pur giocando le stesse partite, loro avevano motivi molto diversi dai miei per farlo. Giocavano per tenersi in forma e per dimenticarsi di libri, scartoffie e lezioni di scrittura. A loro non importava essere bravi o meno. Giocavano perché amavano passare il tempo insieme. Giocavano perché era divertente.

Io giocavo perché volevo vincere e, soprattutto, perché odiavo perdere. Giocavo perché volevo dominare e distruggere un altro uomo in una competizione ufficiale. Farmi degli amici non m’interessava e provai un piacere sadico quando uno dei professori del dipartimento, il tizio responsabile della mia ammissione al corso di scrittura del primo anno, decise di unirsi alla nostra solita partitella. È difficile descrivere, senza sembrare una persona orribile, il piacere che provavo nell’umiliare questo tizio in campo. Di solito le nostre battaglie iniziavano così: lui mi piazzava una mano davanti alla faccia e io cercavo di liberarmene a furia di schiaffi. E da lì andava sempre peggio.

In mia difesa dirò che lui era competitivo quanto me (se non di più) e che spesso si sobbarcava il compito di difendere su di me, proprio come facevo io al liceo con il giocatore più grosso e più bravo in campo.

Sul campo da basket diventavo una persona diversa, un uomo che non riconoscevo – o che non volevo riconoscere. Era un’esibizione di aggressività e prepotenza a cui dovevo rinunciare. Dopo le partite, non riuscivo a dormire. Rivivevo ogni momento, mi giudicavo, preoccupato di diventare qualcun altro, una persona che non mi piaceva poi tanto. Non ero io, quello. Non volevo più interpretare quel personaggio. Dovevo allontanare quella parte di me, o almeno provarci. Anche se mi rendevo conto che quella rabbia, quell’atteggiamento sarebbero sempre rimasti celati sotto la superficie.

Mentre scrivo, si avvicina un’altra stagione di pallacanestro in Kansas. La mia ex moglie vive a qualche isolato di distanza e io sto con i bambini metà della settimana, ogni mattina quando li porto a scuola e nel pomeriggio quando vado a prenderli alla fermata. Durante l’anno, non guardo molto la televisione e non vado in fissa per altri sport. Il football non mi interessa e seguo il baseball solo durante i playoff. Ma da novembre ad aprile, tutta la mia attenzione viene totalmente assorbita da una passione per i Jayhawks che sfiora il fanatismo.

Una volta, in occasione dell’incontro tra Jayhawks e Bucknell, una squadretta, del campionato NCAA, invitai un amico a guardare la partita. Mentre la gara regrediva in una delle più grandi sconfitta nella storia del torneo, mi ritrovai raggomitolato sull’ottomana in posizione fetale ad assistere alla disfatta dei Jayhawks.

Il mio amico mi guardò e disse: «Sento che non dovrei essere qui».

Aveva ragione. Volevo che se ne andasse. Non volevo che fosse testimone di tanto disonore. Non volevo che assistesse al fallimento dei miei santi.

Il temperamento che definiva il mio gioco in campo si è trasformato in un ruolo che ora impersono quando guardo le partite con un’intensità che di solito spetta a chi le partite le gioca per davvero. Urlo, mi agito, cammino avanti e indietro per la stanza. Mi accovaccio e grido al televisore, imploro i giocatori di dare di più, critico gli arbitri, insulto perfino i giocatori avversari come se fossi in campo. Non posso guardare le gare della Kansas University in pubblico, un po’ perché ho difficoltà a controllare i miei accessi d’ira, ma anche perché sono convinto che la squadra abbia bisogno della mia attenzione totale. In quei giorni, i miei figli hanno paura quando guardo le partite. È una specie di tormentone. Non vogliono starmi intorno e, appena possono, si ritirano nelle loro stanze per guardare un film al computer.

Guardare le partite di pallacanestro della Kansas University non è – con mia grande vergogna e umiliazione – l’attività familiare di quand’ero bambino. Non ci riuniamo intorno alla TV, non indossiamo la casacca dei Jayhawks, non facciamo tutti il tifo per la squadra di casa. Al contrario, io cammino nervosamente e urlo da solo, mentre i miei figli si disperdono negli angoli più remoti della casa. Non so cosa sto insegnando loro sul tifo o sul fanatismo. Da piccola, mia figlia si allontanava raramente da me: era costretta a respirare l’atmosfera singolare delle partite della Kansas, quei momenti in cui papino si trasformava in una specie di sgherro rabbioso. Cercava di stare al passo e, almeno per un po’, mi osservava felice: quel mutamento nel personaggio doveva essere puro spettacolo. Diventò bravissima a imitarmi, una minuscola caricatura urlante, uno specchio che rifletteva i miei lati peggiori da tifoso di basket.

Ricordo che mi accovacciavo di fronte allo schermo, sbraitavo contro persone che non potevano neanche sentirmi e poi abbassavo lo sguardo su mia figlia in pannolino, piegata nella posizione della tripla minaccia (tiro in sospensione, palleggio o passaggio) che mi fissava, gli occhi spalancati per la meraviglia, lo stupore o la paura, mentre tutti e due urlavamo «Forza, Tyshawn!» sperando che i nostri eroi non ci avrebbero deluso.

***

Traduzione a cura di Milena Sanfilippo.

Ringraziamo Catapult sul quale questo racconto è apparso la prima volta.

Illustrazione di Tallulah Pomeroy per Catapult

 

Steven Church
Steven Church
Steven Church è autore di cinque libri, tra cui “One with the Tiger: Sublime and Violent Encounters Between Humans and Animals”. È fondatore e nonfiction editor per il magazine “The Normal School”. Insegna nel programma MFA di Fresno. www.steven-church.com
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