Racconti: Natale senza freni
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Natale senza freni

Un racconto di Natale.

La mattina di Natale, sulla strada provinciale SP108 tra Pracchiola e Sesto Inferiore, perso in uno dei punti più isolati dell’Appennino Tosco-Emiliano, Paolo Predotti stringeva il volante della sua vecchia Mercedes come se avesse dovuto trattenerla a mani nude dal precipitare a valle. È un umano delle pianure, il Preda, e non si è mai abituato alle strade ripide che portano a casa dei suoceri; quella volta, per giunta, era da solo, perché moglie e figli lo avevano preceduto, e lo assillava il timore di non aver caricato tutti i regali per i parenti. Su una stradina tanto stretta e tortuosa, non se la sentiva di accostare e controllare.

Era appena fuori dal fitto del bosco, lungo il pendio si vedevano i primi casolari. Nonostante le avvisaglie di civiltà, l’asfalto viscido poteva ancora tradire, e la Mercedes procedeva con grande cautela. Anche troppa cautela. Diciamo pure che era ferma. Nell’abitacolo, la ventola per spannare i vetri era così rumorosa che il Preda sulle prime non si era nemmeno accorto di avere il motore spento.

Constatato che l’automobile non si decideva a ripartire, che il telefono in quella zona non aveva campo, e che oltre a lasciar raffreddare il motore non avrebbe saputo cosa fare, pensò di tirar fuori il triangolo dal bagagliaio e approfittarne per controllare quei benedetti regali. In piedi davanti al bagagliaio, mentre rovistava tra i pacchi sul retro, fu colto dalla sensazione che gli togliessero l’asfalto da sotto alle suole. Si sbagliava: era la sua Mercedes che si muoveva. Cercò – letteralmente, stavolta – di trattenerla a mani nude, senza successo.

Ora. Per quanto accessoriate, le macchine non dispongono di volontà propria, e sarebbe inopportuno attribuire a quella del Preda la capacità di togliere da sola il freno a mano. Bisogna però sapere che Lydia – come potrebbe chiamarsi altrimenti, una vecchia Mercedes? – non attraversava il suo periodo migliore: al contrario, da mesi le sembrava di aver finito la benzina o di avere le ruote bucate, pur col serbatoio pieno e le ruote gonfie. Il motore al mattino faticava ad accendersi, lo sterzo era pigro, e il filtro dell’aria… Ma questi erano sintomi, non cause. Il problema vero era che Lydia non aveva nulla in cui sperare.

Eppure, mentre iniziava la sua corsa – prima più lenta, poi sempre più veloce – e si lasciava dietro il Preda urlante, del tutto impreparato a gestire la situazione, le ruote giravano finalmente libere, senza paura di centrare buche o pattinare sul brecciolino. Ah, Lydia! Avevi troppi Natali nel cofano, per accontentarti ancora dell’idea che la speranza potesse rinascere in un simbolo: fuggisti dalla noia borghese sperimentando la speranza come azione. Riavvicinarsi alla Natura! Sobbalzare goffa e allegra sui prati che declinavano e poi sui campi, il portellone aperto a molleggiare – che volo di farfalla, la tua corsa, e che scia sgargiante di pacchetti hai seminato nella campagna verdemarrone! Inzaccherata come una jeep, Lydia, eri ridicola; eri adorabile.

Travolgere quell’altarino fu forse eccessivo. La statuetta della Madonna, la croce in legno, i fiori marci, saranno stati specchietti per le allodole, avranno promesso una speranza e una pace che non erano in grado di garantire, ma Lydia! Eri un prodotto avanzatissimo della tecnica, tu, e scorrazzavi a perdifiato tra i campi come fossero il tuo ambiente naturale. Da che pulpito veniva la tua predica?

Eri ormai a valle, per fortuna senza aver ammazzato nessuno, quando finisti col muso in un canale di irrigazione e rimanesti lì. Gelata e ammaccaticcia, intasata di fango. Si racconta che anche Federico Barbarossa, re dei tuoi antenati germani, abbia fatto quella fine: affogato nel rivolo in cui si era fermato a bere, perché aveva un elmo troppo pesante e non riusciva più a tirar su la testa.

Due giorni dopo, un carro attrezzi ti rimorchiò con modi spicci, quasi brutali; ti trascinò in un piazzale tra cumuli di lamiere arrugginite; ti abbandonò senza neppure un colpo di clacson come addio. I figli dello sfasciacarrozze ti ricoprirono di lucine colorate, e passarono le vacanze di Natale usandoti come scudo durante le battaglie a palle di neve. Chissà se in questi eventi si può trovare quel famoso sentimento di speranza. Chissà se riuscì a te di farlo, prima che ti smembrassero pezzo per pezzo.

Il Preda, intanto, aveva fatto l’autostop per arrivare al pranzo di Natale dai suoceri, ed era stato perdonato per essere arrivato a mani vuote. Tornato a casa, aveva scoperto di aver dimenticato proprio il regalo per sua moglie, che si era così salvato dalla ingloriosa dispersione sull’Appennino: un navigatore satellitare per automobile.

Daniele Zinni
Daniele Zinni
È redattore e traduttore dall’inglese per DUDE MAG. Suoi racconti e scritti vari sono usciti o usciranno a breve su Nuova Tèchne (Quodlibet), Crampi Sportivi, FUOCOfuochino, 404 File not Found, Lapisvedese e Nuovi Argomenti.
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