Racconti: See You Space Gattopardo
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See You Space Gattopardo

Un viaggio sintetico nella Donnafugata cyberpunk.

12 Ago
2019
Racconti

Tutta la famiglia Salina discese dai gusci per il sonno criogenico. Il Principe, rallegrato dalla prospettiva di giungere presto alla sua Donnafugata sintetica; la Principessa irritata ad un tempo ed inerte cui la serenità del marito, però, dava ristoro; le ragazze stanche; i ragazzini eccitati dalla novità e che il criosonno non aveva potuto domare; e Bendicò che, precipitatosi fuori dall’ultimo guscio, inveiva contro i suggerimenti funerei delle cornacchie che roteavano basse nella luce azzurrina di Alnilam. Tutti erano bianchi di liquido bio-conservativo delle capsule fin sulle ciglia, le labbra o le code; nuvolette biancastre si levavano attorno alle persone che giunte all’arrivo si asciugavano l’un l’altra. Tanto più brillava fra il sudiciume la correttezza elegante di Tancredi.

Aveva viaggiato in iper-moto e, giunto al piccolo spazioporto di Donnafugata mezz’ora prima della navetta interplanetaria, aveva avuto il tempo di spolverarsi, ripulirsi e cambiare la cravatta bianca con una in plastica trasparente. Quando aveva tirato fuori l’acqua dal pozzo si era guardato un momento nello specchio del secchio e si era trovato a posto, con quella benda nera sull’occhio destro che faceva parte della skin sbloccata dal suo avatar tre mesi fa, ai combattimenti nello scenario di Palermo, per essere sopravvissuto a un headshot, con quell’altro occhio azzurro che sembrava aver assunto l’incarico di esprimere la malizia anche di quello eclissato, col filetto scarlatto al di sopra della cravatta di plastica che discretamente alludeva alla red-suit che il suo pg aveva portato.

Vicino al pozzo premuroso incominciò la colazione. Intorno ondeggiava la campagna funerea, gialla di stoppie, nera di restucce bruciate; il lamento delle cicale riempiva il cielo: era come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspetta invano la pioggia, una Sicilia sintetica creata in una zona sicura al di qua dei bastioni di Orione. 

L’ultimo tratto del percorso appariva breve; il paesaggio, non più sconosciuto, aveva attenuato i suoi aspetti sinistri. Fra non molto si sarebbe giunti alla Madonna delle Grazie che, da Donnafugata, era il termine delle più lunghe passeggiate a piedi sotto la cupola ad atmosfera controllata. La Principessa si era addormentata, Don Fabrizio, solo con lei nell’ampia carrozza, era beato. Mai era stato tanto contento di andare a passare tre mesi a Donnafugata quanto lo era adesso in questa fine di Agosto 2860, e non soltanto perché di Donnafugata amasse la casa, la gente, il senso di possesso feudale che in essa era sopravvissuto. Per esser sinceri, lo spettacolo che aveva offerto il canale streaming dei giochi di guerra di GigaPalermo-9 negli ultimi tre mesi lo aveva un po’ nauseato. Avrebbe voluto aver l’orgoglio di esser stato il solo ad aver compreso la situazione e ad aver fatto buon viso al “bau-bau” in red-suit; ma si era dovuto render conto che la chiaroveggenza non era monopolio di casa Salina. Tutti i gigapalermitani sembravano felici: tutti, tranne un pugno di minchioni: Màlvica, suo cognato, che si era fatto beccare dalla psicopolizia del Dittatore e che era rimasto dieci giorni in gattabuia; suo figlio Paolo altrettanto malcontento ma più prudente e che aveva lasciato a Palermo per andare a farsi di deuterio. Tutti gli altri ostentavano la loro gioia, portavano in giro baveri adorni di coccarde tricolori, facevano cortei da mattina a sera e, soprattutto, parlavano, condividevano, facevano dirette, postavano; e se magari nei primissimi giorni dell’occupazione tutto questo baccano aveva ricevuto un certo senso di finalità, queste carnevalate gli apparivano sciocche e sciape.

Doveva, però, convenire che tutto era andato per il meglio: grazie a Tancredi, il cui FalconEva non aveva di certo sfigurato nei tanti deathmatch a squadre accanto al Gearibaldi del Dittatore, nessuna delle proprietà dei Salina era stata intaccata. Era bastato pagare la costosa postazione del biotrasmettitore aptico per far combattere il giovane nipote a fianco degli 1K in tuta rossa.

Da quando la Confederazione dei Popoli del Sole nel 2173 aveva deciso che tutte le guerre si sarebbero combattute su una piattaforma multiplayer con proiezione bioaptica sviluppata da Nuova Atari, sopravvivere ai grandi sconvolgimenti come il Risorgimento del Settore-7 era diventato solo una questione di moneta, proprio quella che Fabrizio aveva e che al nipote Tancredi mancava. Ma perché il nipote facesse davvero carriera nella gerarchia del nuovo ordine del Settore-7 i quattrini del Gattopardo non bastavano: anche per questo andavano a Donnafugata-2, qui avrebbero incontrato Don Calogero Sedàra e sua figlia Angelica, la cui florida bellezza era paragonata a quella della prima imperatrice della Galassia, Valentina Nappi. Don Calogero aveva fatto fortuna concludendo certi buoni affari con La Testa di Jeff Bezos, dittatore di Rigel-7, che l’avevano reso il più ricco possidente di Donnafugata. Come dimostravano gli ologrammi del Gattopardo svettanti sulle facciate dei palazzi e delle chiese della congregazione di John Turturro, la potestà feudale del piccolo pianeta nella cintura di Orione apparteneva ancora ai Salina (del resto, era stato il suo avo Don Giuseppe Ximenes Salina Atreides a farlo costruire), ma la quantità di criptovaluta posseduta da Don Calogero era superiore anche a quella dei Salina, e sarebbe andata tutta ad Angelica.

Pochi giorni dopo Tancredi era partito per Betelgeuse per riprendere il suo posto al seguito del Dittatore — era stato scelto tra tutti i players del suo reggimento e avrebbe proseguito la campagna nel party degli “1K Champions” con lo stesso Garibaldi. Angelica seguitò a visitare casa Salina. Ufficialmente, la ragazza andava per chiedere a Don Fabrizio informazioni su Tancredi, in realtà ciò accadeva più per mantenere un decoro che per reale necessità visto che, segretamente, la ragazza scambiava con lo spasimante brevi filmatini su Neurosnap. Fabrizio doveva far esercizio di taglio e cucito per non dir troppo alla giovane sulle intenzioni di Tancredi attratto tanto dalle bellezze della fanciulla quanto dalla sua dote. Questo sforzo sartoriale non mancava di provocare in Fabrizio un certo fastidio: si trovava all’improvviso invecchiato, senza nemmeno usare FaceApp, a dover agire con prudenza, quando i suoi antenati non si curavano delle conseguenze delle loro azioni fin dai tempi in cui il remoto avo, del quale portava il nome, aveva macchinato per sopravvivere alla grande onda dell’Unità d’Italia.

Fin da quando era nata l’Italia, ad oggi che essa era un puntolino agli estremi confini del Settore-7, i Salina non avevano mai più dovuto preoccuparsi della volontà popolare, intossicata dalla propaganda degli sgherri dell’imperatrice Valentina e di chi l’aveva preceduta, e avevano potuto continuare a far sfoggio della loro nobiltà contro ogni rivolgimento politico che, in teoria, avrebbe potuto privarli dei loro diritti. Non avrebbero potuto essere più sicuri della loro posizione nemmeno se fossero stati i reali del Wakanda: nel Settore-7 se hai il nome giusto e sufficienti denari, nulla poteva rovesciarli.

Matteo Cutrì
Matteo Cutrì
Nato a Bronte, classe 1990. Ha studiato lettere tra Catania e Bologna. Vive e insegna a Modena, creatore di Decadentismo alcolico e altre voluttà, ha scritto per Prismo e The Bottom Up
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