Social Network. Le parole che ti ho già detto.
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
3027
https://www.dudemag.it/letteratura/social-network-le-parole-che-ti-ho-gia-detto/

Social Network. Le parole che ti ho già detto.

Abbiamo preso il nostro buon vecchio italiano e lo abbiamo riempito da capo, come un abito vintage lo abbiamo indossato per accostarci ai banconi della festa […]

Parlare di social network e 2.0 è diventato retrò e autoreferenziale. Lo facciamo da troppo tempo e da troppo tempo lo facciamo attraverso gli stessi strumenti che critichiamo/osserviamo con attenzione sociologica. In effetti, da quando anche le testate giornalistiche hanno capito che un semplice tweet può fare notizia –con più o meno rigore, con più o meno enfasi- lentamente, i concetti di realtà virtuale, Second Life e avatar sono stati assimilati anche dai non “nativi” digitali. Se fino a qualche anno fa sussisteva la distinzione tra identità-mondo reale e avatar-realtà virtuale, oggi questo muro può dirsi praticamente abbattuto: il nostro profilo in rete è la nostra succursale nel mondo dell’etere, non un personaggio alternativo dietro il quale mascherarsi, privo di qualsivoglia continuità col nostro “io” biologico.

Con simili premesse, quello che appare veramente retrò è sentire ancora parlare di impoverimento della lingua italiana causato dall’utilizzo spropositato dei nuovi media da parte di studiosi che ancora si ostinano a tenere una posizione da apocalittici, piuttosto che da integrati, secondo la celebre distinzione che ne diede Umberto Eco diversi anni or sono. È successo nel primo pomeriggio di Rai 2, nel programma condotto da Chiara Lico, Divieto di Sosta. Gli ospiti in studio nella puntata del 19 giugno sono stati interrogati riguardo l’evoluzione dell’italiano e non si è esitato a puntare il dito contro la tendenza sempre più spiccata di prestiti e calchi dalla lingua inglese a discapito della creatività data da neologismi, sempre più in disuso, o parole nostrane prodotte in luogo di quelle straniere, per indicare uno stesso referente. Si tratta di un dato di fatto che non può essere negato. Tuttavia esplorato sempre dalla stessa prospettiva, che è la prospettiva reganiana degli anni Ottanta dove un Paese mostra la sua ricchezza e il suo prestigio procedendo per accumulo. Stando a questo punto di vista la lingua italiana si troverebbe oggi in un melmoso stato di putrefazione, morente, colonizzabile, sterile, incapace di dirsi produttiva. Quello su cui non ci si sofferma mai e che invece potrebbe cambiare il modo di guardare alla nostra lingua madre, è il suo aspetto eco-friendly proprio in epoca di social network.

È vero, “acquistiamo” vocaboli dall’estero, ma da qualche anno, invece di sprecare e produrre nuovi termini, si sta verificando in modo massiccio il fenomeno della risemantizzazione: prendere termini poco utilizzati e renderli ad alta frequenza accoppiandoli a un significato nuovo e di quotidiano utilizzo. Il riciclo dei vocaboli è vicino al riciclo dei vestiti, della carta, della plastica e contribuisce a renderci al passo coi tempi senza necessariamente ricorrere a prestiti stranieri. Le parole sono molte, ecco un breve elenco.

Seguire: esiste accanto al termine follower, e deriva principalmente da Twitter. Significa che una certa persona riceve aggiornamenti o notifiche di un altro contatto. Di recente anche Facebook ha attivato questa dicitura, insieme a social network a contenuto musicale come Spotify o Deezer. Prima dell’avvento di questi strumenti si poteva solo seguire la retta via, seguire il gregge, seguire conigli bianchi o- se proprio dovevi seguire qualcuno- il termine esatto sarebbe stato stalker.

Aggiungere: un posto a tavola, dello zucchero o del sale, per dare più sapore a un piatto, aggiungere del detersivo alla lista della spesa. Oggi si aggiungono gli amici alla lista dei contatti.

Amico, contatto: altri termini risemantizzati, non per contenuto ma probabilmente per intensità. Puoi essere amico di qualcuno anche senza averlo mai visto né averci mai parlato. Il suo “contatto” esiste, ma è per lo più potenziale, sta lì, giace e non ha nulla a che vedere con il tatto.

Mi piace/piacere: ha scritto bene Jonathan Franzen in uno dei testi raccolti in Più lontano ancora, affermando che «un fenomeno collegato a tutto ciò è l’attuale trasformazione, generata da Facebook, del verbo piacere: da una disposizione d’animo a un’azione compiuta con il mouse, da un sentimento a un’affermazione di scelta del consumatore. E in genere, nella cultura commerciale, “piacere” ha sostituito “amare”». Insomma, da consumatori ci siamo trasformati in fan. Il fatto che possa piacerci qualcosa, rende automaticamente quel qualcosa parte della nostra personalità, ci caratterizza in quanto individui. Il prodotto coincide con l’identità.

Evento: è la rivoluzione più grande di questo processo di riciclo-risemantizzazione. Prima dell’avvento dei social network l’evento era qualcosa di esclusivo e unico, qualcosa di grande a cui raramente era possibile prendere parte, se non per conoscenze speciali, inserimento in liste giuste, contatti con i pr che contano o inviti diretti. Bisognava essere “qualcuno” per partecipare a un evento, che generalmente stava a indicare una sfilata o un vernissage importante, un opening party di una mostra o l’inaugurazione di un locale. Oggi qualsiasi cosa può trasformarsi in evento se inserita nell’apposito spazio sociale che ne indichi luogo, orario e numero di partecipanti. Una semplice cena in casa può diventare un evento, un trasloco, un aperitivo tra pochi amici, una riunione di famiglia, le pulizie di primavera.

Abbiamo preso il nostro buon vecchio italiano e lo abbiamo riempito da capo, come un abito vintage lo abbiamo indossato per accostarci ai banconi della festa, per tirare fino a tardi, per farci fotografare accanto a una star del momento. E magari prima di noi quel vestitino non si era mai ritirato oltre mezzanotte. Non si chiama decadenza, né impoverimento. Le cose cambiano e non è giusto né sbagliato. Solo forse che è importante starsene a osservare come.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude