Letteratura: Un giorno tutto questo sarà tuo
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Un giorno tutto questo sarà tuo

Questo racconto fa parte dell’antologia “Pensiero madre” edito Neo Edizioni a cura di Federica De Paolis.

5 Set
2016
Letteratura

Questo racconto fa parte dell’antologia “Pensiero madre” edito Neo Edizioni a cura di Federica De Paolis.

 

COPERTINA-PENSIERO-MADRE AA_VV - Neo Edizioni

 

Prima arriva la scoperta dell’eros, subito dopo del paternalismo.

Lui si sta comprando casa, la porta in questo spazio smisurato e vuoto, lei si guarda intorno, poi fissa con intenzione il pavimento. Lui le dice: «Se resti con me, tutto questo sarà tuo». 

Non immaginava si potesse pronunciare una frase del genere fuori dalle vignette del New Yorker o dal Far West, ma lui ha sempre avuto il mito della frontiera e un concetto di terra che si estendeva dallo Ionio al cuore nero dell’America.

Ad ogni modo non c’è mai andata a vivere in quella casa, e nemmeno a scopare. Anni dopo, quando l’ha vista arredata in fotografia, il pavimento non sembrava più niente.

La frase però le è restata in testa, anche se tutto quello non è mai stato suo.

C’è un’altra frase non sopporta: Un giorno questo dolore ti sarà utile. Si chiede se un tempo avesse la stessa risonanza. Se addirittura fosse mai stata coniata prima di Peter Cameron. Ultimamente le sembra un’idea molesta che sta prendendo piede, come il lascito rispolverato di qualche vecchio pensatore. O un guru. Gandhi, Osho, una veggente apocalittica. Nelle press-release dei dischi si descrivono queste parabole perfette: la perdita di un genitore, di un amico, di un grande amore, mesi di sofferenza compatta e intellegibile, il buio, e poi la luce fuori dal tunnel che ti porta a sfornare un nuovo album. Sono artisti maturi, in un senso tutto nuovo. Non è più il riflusso dopo sogni di barricate, ma un’introversione candida dove erigere altarini ai propri lutti privati.

Quindi, sì, se la creatività si misura nei risultati, quel dolore si è rivelato utile quanto una botta di cocaina per finire una color correction.

E lei cosa si aspetta dal giorno che verrà? Non una casa, non la gloria e neppure un figlio. Non le vengono in mente titoli.

È contenta di essere ancora tra i nati degli anni ’70, ma a parte il vezzo estetico, non sa bene cosa significhi. La sua generazione rivendica con rabbia composta il mancato passaggio del testimone. Al posto di chiamarlo potere, si è scelta una metafora agonistica. Non ha problemi ad afferrare il concetto, ma non saprebbe proprio che farci con questo testimone a ritrovarselo fra le mani. Per cui ogni volta che ha fiutato il rischio di un’investitura, l’ha schivato. Non vuole eredità, non vuole darla.

Quando è morto suo padre, si è presa il suo orologio. Simbolicamente è un passaggio di consegna pure quello. Almeno nei film è così che funziona. I padri regalano un orologio ai loro figli. Un orologio che hanno ereditato da loro padre, e così via…

Tuo padre l’aveva ancora al polso quando è stato abbattuto sopra Hanoi, l’hanno catturato e messo in un campo di prigionia vietnamita, sapevano che se quelli avessero visto il suo orologio glielo avrebbero confiscato, portato via, per come la vedeva tuo padre questo orologio era tuo di diritto, che fosse dannato se quei musi gialli mettevano le mani sui beni di suo figlio, per cui l’ha nascosto nell’unico posto che sapeva possibile, nel sedere, per cinque lunghi anni l’ha tenuto infilato lì nel sedere.

Le madri non hanno orologi da dispensare alle figlie perché le donne dovrebbero averne uno in dotazione interna. Si tramandano il senso del tempo attraverso il sangue. C’è chi ha il ritmo nelle vene, chi l’inesorabile ticchettio.

Il Baume & Mercier di suo padre, in compenso, non funzionava più. Non che avesse troppa importanza, visto che lei non ha mai imparato a leggere le lancette.

Quando va a nuotare non sa mai quanto tempo è rimasta in acqua. In fondo alla piscina c’è un grosso orologio appeso al muro, per lei è come un quadro che muta in continuazione, ma non sa decifrare il mutamento.

Porta a riparare l’orologio per una sorta di missione, e l’orologiaio la sequestra un’ora dentro al negozio. Le fa raccontare tutto. Ricordi su ricordi inventati intorno a quell’oggetto privo di scopo. Poi le chiede novanta euro. «E lo sconto ricordi?» fa lei. Ma era chiaro avesse voglia di parlare con qualcuno, e l’orologiaio pure. Mestieri in via di estinzione, le componenti meccaniche, l’avvento del digitale, come perdersi una roba del genere?

L’orologio l’ha portato per un pomeriggio. Il giorno dopo si è dimenticata di metterselo. Il giorno dopo ancora ha deciso di dare più peso alla dimenticanza che ai novanta euro. A volte ha l’impressione di vivere per prevenire un’abitudine.

Sua madre le ha sempre detto che quando non riusciva ad avere figli, guardava con odio le pance delle altre. La parola invidia sarebbe più appropriata, ma sua madre parla di odio. Lei pensa di non aver mai provato un sentimento così netto verso un’altra donna. Non è una questione di intensità ma di nitidezza. Non ritiene che i propri sentimenti siano così incisi.

Ora sua madre invidia le pance delle figlie delle amiche. Però non parla più di odio. A lei sembra una differenza importante: significa che è disposta a odiare solo per se stessa, non per sua figlia.

Sua madre se n’è andata dal paese per studiare all’università. Ha cominciato a lavorare appena dopo la laurea. Lei non le hai mai sentito usare la parola “femminismo”. Quando le parla del ’68, condensa tutto in una fotografia in cui finge di suonare la chitarra e finge di fumare uno spinello nella casa dello studente. Sempre a giudicare dalle foto, aveva un discreto numero di minigonne al tempo, e un cappotto di pelliccia che la faceva somigliare a Maria Schneider.

Da piccola la mollava per periodi interi a casa dei nonni, anche se ora sta riscrivendo la propria storia sulla scia di un pentimento quasi mistico che ha il potere di distorcere la realtà.

«Ho vissuto solo per i miei figli» le dice con un uso particolarmente performante della memoria creativa.

Quando non era al lavoro, ovvero a scuola a insegnare, o a preparare i laboratori di teatro e le recite di fine anno, o a organizzare gite che non prevedessero l’aereo, passava il tempo a letto con l’emicrania. Non si potevano accendere le luci. Non si poteva parlare. Era consentito solo sintonizzarsi sulla radio, come in tempi di guerra.

«Se tornassi indietro, andrei prima in pensione per dedicarmi solo ai miei figli» le dice.

Lei è contenta che non sia possibile tornare indietro – per quanto il nuovo pensiero mistico di sua madre preveda eclissi e aggiustamenti temporali – e non le fa notare che è andata in pensione alla prima occasione utile, riscattando tutto il riscattabile.

Ci sono cose che ha deliberatamente scelto di ignorare. Per dire: la capoeira. Presume di avere a grandi linee compreso il senso senza interrogarsi su meccanismo e sfumature. Di base presume e basta, il preconcetto le sembra una forma più sofisticata dell’oggetto in questione. Quindi non si sente inadeguata se attraversa un parco con dei tizi vestiti di bianco che fanno capoeira senza provare alcun interesse. Tuttavia, di fronte a una donna incinta, all’evidenza della sua pancia, si sente inadeguata. In difetto di interazione. Non conosce il linguaggio, non conosce le regole. Eppure non può scegliere di ignorare. Non dissimula interesse, perché non è nemmeno in grado di dissimulare. Quando le chiedono di tastare i movimenti attraverso i vestiti, non sente mai niente. Ritira subito la mano. Poi di nuovo viene afferrata per il polso e condotta con le dita verso la nuova fonte di movimento. «Sentito?». «Ah sì» risponde.

Non sa se è vero. In ogni caso, non ha nessuna idea di cosa provare nel caso abbia veramente sentito del movimento.

Si appella a una conoscenza pregressa, a una conoscenza istintiva, ma è ciò che ha rifiutato per tutta la vita.

«Hai sentito adesso, era fortissimo!» Annuisce verso il nulla.

Come tutte le ragazze che non hanno mai usato metodi contraccettivi, si è convinta di essere sterile. Poiché non ha nessuna controprova a riguardo, le basta il fatalismo delle proprie convinzioni. Fra poco la definizione “ragazza” diventerà più problematica, e le sue convinzioni avranno ancora meno bisogno di accertamenti scientifici.

Non ricorda di aver mai desiderato un figlio mentre faceva l’amore se non durante un amplesso sotto stupefacenti in cui si era convinta di poter partorire un ragazzo già ventenne e tormentato. Un musicista a voler essere precisi, una specie di Kurt Cobain immune all’invecchiamento. Questa sua convinzione, però, si era rivelata fallace.

«Ma se tu facessi un figlio con un’altra donna e io diventassi, non so, la zia?» chiede al suo ragazzo.
Anche in questo caso, la parola “ragazzo” comincia a essere problematica, ma non è mai riuscita a dire “compagno” senza che sembrasse affettato, e “fidanzato” senza che sembrasse ironico, sebbene non sia certa di che tipo di ironia si tratti.

Ha l’impressione che ci si sposi pure per questo. Ha notato che molti amici maschi non vedono l’ora di pronunciare la parola moglie.

Altri amici maschi pronunciano l’espressione “orologio biologico” come un dato appena acquisito, come fosse la ricetta di un cocktail che prima non conoscevano. Si lamentano di incontrare donne che flirtano spudoratamente con l’idea di maternità, riducendo loro a puri strumenti di un desiderio già architettato. Uomini scissi tra l’acquisto del pacchetto donna coetanea con l’optional di un figlio a venire, o della ragazzina scafata ma indubbiamente “sedotta” dalla loro posizione nel mondo. Questi sarebbero i famosi maschi fragili che fanno la fortuna degli analisti. Lei annuisce di fronte al loro dilemma come si fa con i pazzi.

Per quanto la riguarda, l’orologio biologico – qualsiasi cosa voglia dire – le ha fatto sapere che il tempo di ripresa da una sbronza si è allungato di varie ore. A volte di un pomeriggio intero. Rimpiange tutte le sbronze che non si è presa quando i tempi di recupero coincidevano col richiamino di vodka della mattina dopo. Adesso nemmeno ci prova a farsi un sorso appena sveglia. Le sembra più mortificante questa consapevole rinuncia che rivedersi in una foto dell’università.

Se dovesse formulare anche lei un suo dilemma sarebbe più o meno così: è in un’età in cui può ritrovarsi a una festa di ventenni come a una cena di cinquantenni. È la prima volta nella sua vita. Si sente fuori luogo in tutti e due i casi, sebbene  sappia – da un punto di vista convenzionale – di non esserlo, il che le induce ulteriore disagio. Il tipo di disagio è diverso: il primo è malinconica distanza, il secondo pura insofferenza. In nessun caso c’è in ballo del romanticismo, neppure nella sua forma più disperata o patetica. La seduzione è più simile a un tic collettivo, sempre meno complesso. Ha smesso di schermirsi quando le viene offerto un taxi, così come quando le viene offerto un acido. Accetta o rifiuta, ma non mette più in scena le mossette di un tempo. Non sa se rimpiangere pure quelle, ad alcune ci era affezionata. Sono la mia parte più vera, aveva scritto una volta. Il mito dell’autenticità, però, non lo rimpiange affatto.

Una volta diceva: io sono fatta così. Ora non fa che prendere le distanze da se stessa. Ha scoperto il piacere innocuo di cambiare idea su tutto, però tiene il punto sulla coerenza degli altri. Non le dà fastidio l’incoerenza ma la sciatteria dei ricordi, persone che dimenticano frasi, gusti, volti, scoperte, certe discussioni in cui avevano tirato fuori le carte migliori. Ha capito che la maturità è essenzialmente questo: una rimozione blanda e indolore. Forse con la vecchiaia arriverà l’imbarazzo, forse persino l’angoscia, ma oggi i suoi amici non battono ciglio nel non ricordare il nome dei loro compagni delle elementari o la trama di un film visto due mesi prima. Di fronte a una tale perdita della memoria, così spudorata, così poco conflittuale, si chiede cosa abbiano da trasmettere questi uomini e queste donne ai figli che verranno. Di che amore amino la vita, quando non si gettano a terra dilaniati dal dolore nel vedere sfumare di fronte ai loro occhi il viso del migliore amico di infanzia. Perché qualcuno dovrebbe credere alle loro parole, perché un bambino dovrebbe ubbidire agli ordini, o seguire i consigli di una madre che non conserva nulla della propria fanciullezza? Lei conserva tutto, un esubero di ricordi senza destinatario.

Il desiderio di maternità cela un’ansia di cambiamento, le dice un amico. Quindi il non desiderio è un’ansia di stasi, pensa lei. Oppure significa sentirsi ancora una figlia, sentirsi allo stesso tempo figlia e orfana. Si è sempre innamorata di uomini che avrebbe immaginato padri, ma non di se stessa né di bambini suoi. Si è svegliata dentro stanze piene di giocattoli, è restata a pomiciare con passione alla fine di un concerto mentre sul display di un cellulare vedeva comparire la faccia sorridente di una quattrenne, ha guardato compiaciuta le braccia di ragazzi giovanissimi spingere carrozzini tecnologici in fila al supermercato. No, non cambierebbe niente di tutto questo.
Se si sente chiamare “signora” fa finta che sia un automatismo da commercianti pigri; quando dentro uno dei pochi taxi che si è concessa in autonomia, il tassista le ha chiesto: «Sta bene, signora?» non ha nemmeno risposto e ha dato la colpa alla scelta borghese di prendere un taxi. Eppure la stanchezza di questi giorni, gli scivoloni per via del guano, il freddo che ha cominciato a soffrire per la prima volta in vita sua, be’, non è sicura possa prendere tutto come altre manifestazioni di borghesia.

Nel mondo in cui sta per entrare, tutto ciò che ha paura di perdere è la propria irresponsabilità.

Veronica Raimo
Veronica Raimo
Scrittrice, nata a Roma nel 1978. Ha esordito con Il dolore secondo Matteo nel 2007 per minimum fax, l'ultimo suo libro è Tutte le feste di domani, Rizzoli 2013.
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