Musica: La Primavera di Porto
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La Primavera di Porto

Il Primavera Sound di Barcelona, certo, come no. Probabilmente il festival più bello del mondo tutto e la città più erasmusizzata d’Europa. La paella e il Parc del Fòrum. Già, già. Ma da qualche anno il marchio Primavera è stata esportato in terra lusitana, a Porto.

8 Giu
2016
Musica

Il Primavera Sound di Barcelona, certo, come no. Probabilmente il festival più bello del mondo tutto e la città più erasmusizzata d’Europa. La paella e il Parc del Fòrum. Già, già. Ma da qualche anno il marchio Primavera è stata esportato in terra lusitana, a Porto. È nato come un esperimento, ora è una realtà ben avviata. Ed è tutto un altro mondo, da affogarci dentro.

 

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La seconda città portoghese è una discesa continua, un colpo al cuore dei portoghesi. Un sali e scendi continuo nella sua luminosa decadenza. Non vi è traccia di alcuna vocazione bohémienne (la Lisbona fin troppo romanzata), né di autocompiacimento. Porto non fa nulla per piacere, eppur piace nel suo essere così dimessa e, a tratti, inerme. È una città devastata dalla speculazione immobiliare (metà degli splendidi edifici dello splendido centro storico sono vuoti, tutti in periferia!), una piccola città che ha ritrovato una dignità nella sua verità, nel suo essere se stessa. Porto non ammicca. Ti strattona.

Ti strattona e ti trattiene il respiro. Come lassù in cima alla Igreja dos Clérigos e la sua torre (dei Chierici, dos Clèrigos) strettissima, in pietra, 225 gradini che s’attorcigliano su se stessi, claustrofobia da bellezza che divora. Una mezza giornata va consumata — letteralmente, è un ex carcere — al Centro Português de Fotografia che da sempre dedica particolare attenzione ai temi etici e sociali del recente passato portoghese. Jardim de João Chagas poi e il suo infinito viale alberato, a far ombra ci pensa il Rapto de Ganimedes dello scultore Fernandes de Sà.

 

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La Casa da Música poi, preda degli skaters del Portogallo tutto che ne saccheggiano le forme a prima vista così improvvisate. Così in bilico, nella sua solitudine, quasi caduta dal cielo (sul serio, mi perdonerete l’azzardo poetico), senza presa nella piazza così diversa, altra cosa, certo, ma complementare, che alla fine si fa fatica a immaginare la Casa da Música come contenitore musicale e la si guarda solo, in procinto di cascare di nuovo. Stessa sorte per la Livraria Lello & Irmão, un’istituzione fotografatissima (è considerata la libreria più bella del mondo, meh) dove l’unica cosa vietata sembra essere l’acquisto di libri. Poco dietro c’è la fin troppo intellettualoide Galeria de Paris, dateci un occhio, è la via dei locali da non frequentare.

 

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Piuttosto il Mercado Bolhao, mercato tradizionale dalla struttura atipica su due piani e dalle due facce. La facciata esterna così borghese e rifinita, che se ci pensi quasi quasi lo eviti il Bolhao, e invece stupisce internamente con il suo cortile imbronciato e svuotato della vita che meriterebbe intere bibliografie proustiane ma vivo e devastato nei visi appena sorridenti delle donne anziane che trovano la forza di animarlo, o meglio, di tenerlo in vita, questo mercato d’altri tempi.

 

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C’è poi da perdersi negli alti giardini do Palácio de Cristal, attorno a quell’enorme bolla verde (non sembrerebbe di cristallo, che se ne dica) di cui tutti ignorano cosa mai ci sia all’interno. La vista dall’alto vale l’infinita scalata e il parco a terrazzate pure (i pavoni vi faranno da guida turistica). Da qui si vede il Douro diventare poco più in là finalmente oceano, calmarsi ancor di più. Poi si scende ancora verso il Centro Comercial Bombarda in rua de Miguel Bombarda. Tana di artisti e pseudo tali, l’atmosfera è tutta qui, uno sguardo e via glielo si concede tutto. Piccolo rifugio per artisti impauriti, il Rota do Cha’ (i suoi dolci imperdibili, poi) e il suo delizioso cortiletto interno è l’essenza di Porto tutta — puro talmente è trasandato. Poi si scende verso la Riberinha, il quartiere. L’unico consiglio, qui, è di perdersi definitivamente.

 

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A Porto c’è pure l’oceano. Si va Matonsinhos, giù giù a sud fino al Parque de la Ciudade. Poco prima ci s’imbatte in un gigantesco e improponibile monumento ai pescatori — un’enorme rete da pesca metallica nel bel mezzo di una rotonda, da buttarcisi dentro e rimbalzare. Il Parque de la Ciudade, un’enorme parco cittadino che s’affaccia sull’oceano e ne è sbeffeggiato dai venti impetuosi, è la sede — da cinque anni ormai — del Nos Primavera Sound. Dimenticate i km percorsi trascinandosi tra un palco e l’altro, le sovrapposizioni impietose, e la massa (troppo) massa del fratellone maggiore spagnolo. Qui al Nos Primavera tutto è a misura d’uomo, nessuna fila, nessuna rincorsa, e qualche headliner in meno. Insomma, il Primavera per esodati, direte voi. In parte, sicuramente. In parte si respira l’atmosfera dei primi Primavera spagnoli, quando l’hype non era a livelli stellari.

 

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E poi tutto qui, alle porte del Parque de la Ciudade, è sommerso da palazzoni tutti uguali, tutti gialli, svuotati di ogni decenza architettonica che Rimini in confronto è un borgo ligure. Tutto è al rallentatore, le strade a quattro corsie e i bazar tristi tristi — si sconsiglia la visita d’estate, si potrebbe soffocare. Nella zona vecchia di Matosinhos, vicino al porto, tra i vicoletti finalmente vocianti troviamo la vera perla culinaria di Porto: il Rey da Sardinha, e già ci siamo capiti. Qui il mondo si riduce ad una sardina, tutto è sardina. Un pranzo qui vale un weekend a Porto. Ed è pure economico. Non si può riservare un tavolo, preparatevi ad arrostire nell’attesa al 91 di Rua do Sul.

Eppure l’incubo di tutti è la francesinha, un maxi-panino costituito da due spesse fette di pane, tra cui vengono poste una fetta di prosciutto, una di carne (bistecca o fettina), a volte würstel e chourizo (salsiccia piccante). Il sandwich viene poi cosparso con formaggio fresco fuso e inondato di salsa al pomodoro e birra, spesso piccante e speziata, oppure di salsa piri-piri. Per rendere ancora più particolare e devastante il tutto vengono aggiunti al sandwich un uovo in camicia e gamberetti. La migliore francesinha la troverete al Cafè Santiago (Rua Passos Manuel 226). Per i panini col maialino arrosto bussare a Casa Guedes (Praça dos Poveiros). Se si vogliono rivivere i fasti di un tempo si consiglia la Confeitaria do Bolhão, l’autenticità fatta cafè.

 

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A Porto si beve il porto. La cantina Taylor è il posto dove farlo. È la cantina più vecchia di tutta Porto. In realtà si trova nella zona più alta di Vila Nova de Gaia, la città gemella di Porto, al di là del Douro — così finalmente affrontiamo il Ponte D. Luis I, maestoso e così ferroso, fin troppo per la troppo timida Porto. Si diceva della cantina Taylor, non preoccupatevi, nessuna trappola per turisti. La vista è poi imperdibile, c’è pure un giardino da perdersi e ritrovarsi assediati dai pavoni (ancora loro). Con 7 euro è prevista la visita della cantina e la degustazione di 3 vini.

Luogo imprescindibile per gli amanti del pericolo (e del vodka martini) rimane la Ribeira Negra, in rua Fonte Taurina — dove il sole non lo conoscono. I cocktail sono ottimi, ma è la clientela a sorprendere: ti sembrerà di ritrovarsi in un film di Tarantino tratto da Breve Storia di Sette Omicidi di Marlon James, l’Ellroy jamaicano. Qui ritroverete la peggio gioventù portoghese, la meglio. E poi c’è la musica, e di quella si racconta un’altra volta.

 

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Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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