Musica: Perché il Primavera Sound è il miglior festival del mondo
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Perché il Primavera Sound è il miglior festival del mondo

Non c’ero mai stato al Primavera di Barcelona — e allora che scrivi a fare con questo titolo acchiappa clic, tra le altre cose, se è la prima volta che ci vai, commenterete voi. È perché ci siamo innamorati.

13 Giu
2019
Musica

Niente a che vedere con la maestosa accozzaglia che è la line-up del Mad Cool Festival. Non ha la storia, quella storia così rivoluzionaria, di Sir Glastonbury. Non è il Coachella, la Guantanamo degli youtubers e degli instagrammers. No, al Primavera Sound di Barcellona non troverai mai Chiara Ferragni dimenarsi con il piccolo Leoncino sulle “note” di Drab Majesty all’Adidas Original Stage, e sì, la vip area si trova in un minuscolo yacht club riadattato per l’occasione a sagra della torta fritta e delle paillettes: una piscinetta dove nessuno ci sguazza, al massimo i piedini a mollo — la brezza primaverile catalana non dà tregua —, un dj appassito che preferirebbe di gran lunga il palcoscenico vista spiaggia del Lotus Stage e invece: invece l’impressione che si ha dall’alto è che chi ha pagato il doppio non si stia divertendo poi tanto, o meglio, che non abbia alcun senso trovarsi nella vip area del Primavera. Perché il posto dove essere è semplicemente il Primavera, quello vero, ovunque, in ogni momento, con chiunque.

Breve postilla di chi scrive su chi scrive. Non c’ero mai stato al Primavera di Barcelona — preferivo quella pacifica protesi per anziani che è il Nos Primavera di Porto, stessa qualità, meno km da macinare, più sardinhas assada na brasa — e allora che scrivi a fare con questo titolo acchiappa clic, tra le altre cose, se è la prima volta che ci vai, commenterete voi. È perché ci siamo innamorati, avevamo paura di innamorarci di Barcelona, è per quello non ci siamo mai stati, noi della prima volta. Perché al Primavera è tutta una questione d’amore (ci arriveremo, ci arriveremo) e d’universalità.

Il Primavera quest’anno compiva diciannove anni — eppure se andasse al Coachella non potrebbe ordinare nemmeno un Margarita — e tanto è cambiato da quelle prime scalcinate edizioni di una ventina di anni fa (allora i Pulp headliner, ora Jarv is…) eppure da appena maggiorenne il festival indie per eccellenza si ritrova davanti un punto di non ritorno. Ricercarla ancora e ancora per poi celebrarla quella grandezza alquanto ingestibile e così tanto ambita (le fatidiche 200.000 presenze del 2017, l’anno di rottura) o cambiare tutto e dare vita ad un nuovo inizio? Si è scelta una terza via: il famigerato The New Normal che tanto ha impaurito gli aficionados d’un tempo. Da sempre patria dei perdenti (altro che losers, perdenti veri) della vita, dei feticisti musicali, degli intransigenti di una certa attitudine onnivora e pure — diciamolo, su — spocchiosa, fautori di quell’indipendentismo stilistico nella sua forma più nobile e acre che seppur rendendo grande questo festival lo ha portato, nel tempo, a cambiare faccia con un gesto rivelatore: includendo. Come, lo vedremo, ma il rischio vivissimo di perdere gli affezionati di un tempo — chi vorrebbe gli Shellac headliner, per intenderci — e le nuove leve che vedono in Rosalìa la Madonna era altissimo. Eppure ce l’ha fatta.

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.

Ma la vera novità è che l’istituzione Primavera non ha deciso di includere solo a livello musicale, ampliando i già ampi orizzonti musicali — esplorati peraltro e con successo già nell’ultimo lustro, con l’apertura verso il metal (i Carcass!), l’hip hop di classifica e non, il pop di qualità — ma ha deciso di misurare il polso alla società cercando di rinsavirla. E se per un festival musicale solo normale questo significherebbe lanciare J. Balvin come headliner e «il nostro lo abbiamo fatto», per il Primavera tutto ciò si traduce in una scelta — visti i tempi bui che la povera Europa si ritrova a vivere incupita da quel così maschio sovranismo — alquanto azzardata e, per alcuni, decisamente forzata se non si traduceva in un risultato di qualità effettiva: una line-up formata al 50% da artiste donne. Tutto ciò non dovrebbe diventare notizia, ma i tempi sono quelli che sono (sic!), e allora godiamocela questa rivoluzionaria parità di generi, questo multiculturalismo, quest’utopia (mi allargo) tradotta finalmente in realtà. Come è potuto succedere? Perché proprio lì e non in Italia?

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.

Perché il Primavera negli anni ha lavorato ai fianchi e al fianco del suo pubblico. Trasformando la sua gente smaccatamente e irriducibilmente indie — un covo di disadattati che guardava male qualsiasi concessione al mainstream,  al capitalismo, pure a Gargamella se avesse fatto del reggaeton, insomma a qualsiasi cosa potesse minare il loro orticello fatto di chitarre per nulla effeminate, sia mai — in un manifesto della contemporaneità che dovrebbe diventare quotidiana e manifesta. Sì, perché questo The New Normal si vedeva continuamente, nel modo di vestire, nella libertà dei gesti, nella convinzione di tutti di essere in un luogo dove sono quello che sono e non è affar tuo, di te che mi guardi, ma di tutti noi, qui e ora, là fuori chissà. Questo perché fin dagli albori il Primavera si è fatto umilmente dettare la linea musicale dal suo pubblico per poi plasmarlo e crescere assieme; e se assieme abbiamo raggiunto una certa apertura musicale perché non provarci con tutto il resto? 

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.

È un’umanità sedotta dal Primavera che ha deciso di fare un passo avanti, di animarlo, o addirittura di rianimarlo dopo gli ultimi, neri, venti elettorali. E viene in mente la frase con cui la derekjarmaniana Kate Tempest ha concluso il suo live, ammettendo che sì la cosa che amo di più sono le facce delle persone, ammutolendole per un momento, quelle persone, e lo diceva così, come una statua di greche tensioni, incazzata e chiaroscurale, una dea imperfetta dal sorriso teso, serrato, da farti indie-treggiare di un passo per poi fartene fare due in avanti poco più tardi, alle tre di notte, in riva al mare, quando il pogo e i saltelli a tempo travolgeranno il pubblico di JPEGMAFIA, uno che tra una manciata di anni lo ritroviamo headliner ovunque, perché tra quel delirio di corpi, ecco che lì davvero ti accorgevi delle facce delle persone. Ed è tutta qua l’essenza di questo nuovo mondo aperto: l’apertura musicale che ti porta dallo spoken word psichedelico di Tempest, donna e bianca e incazzata all’hip hop di lotta di JPEGMAFIA, uomo, nero e incazzato: tutto questo ti porta poi a tutt’altro. Forse ci siamo, il The New Normal è questo: le persone, niente di più, niente di meno. Nulla di simbolico o celebrativo, un messaggio finalmente innovativo e che si tocca. Vero.

E Barcelona è la premessa e la cornice a tutto ciò. La società multiculturale, un’apertura naturale verso tutto ciò che è lontano e diverso, una città che è il Mediterraneo tutto, dove, per dire una piccolezza che vuol dire molto, le biciclette e le persone che ci stanno sopra hanno la precedenza su tutto e ci sono dei parcheggi per le biciclette — quello pure ad Amsterdam, che vuol dire — vuol dire vuol dire, che è terreno fertile ed è già tanto. Barcellona dove tutto è permesso se il rispetto è rispetto. Possiamo realmente aspirare a tutto ciò in Italia? No. E la colpa, per una volta, non è del governo gialloverde, quella è una conseguenza naturale di quello che purtroppo siamo, ma è nostra la colpa. La colpa è di tutti noi se, esempio fra tanti, Perfume Genius viene insultato da insulti omofobi durante l’esibizione dell’anno scorso al TOdays di Torino. I più “acculturati” riuscirono pure ad insultarlo nella sua lingua madre, gridandogli “faggot”, uomini e donne uniti nel discriminare qualcuno per il suo orientamento sessuale, ma pensa la fantasia, la novità. E sono questi pochi a non permettere ai tanti che allora li zittirono di non essere terreno fertile per un nostro Primavera. Riusciamo nella miriade di piccoli festival — perlopiù in provincia, si pensi all’Ypsigrock, questo sì un Primavera in miniatura — a ricreare delle piccole oasi felici ma non riusciamo a inseguire quella universalità di cui sopra. Quanti anni ci impiegherà il Terraforma o un Zuma qualsiasi a diventare un festival che cambia le carte in gioco (ammesso che vogliano diventarlo, ma mettiamo caso)? Un decennio, e poi arriverà l’amministrazione comunale di turno a costringere tutti ad un passo indietro. Invece Barcelona è parte attiva nelle dinamiche del festival. Non lo ospita soltanto, ma lo coccola di attenzioni. Gli eventi sono diluiti durante tutta la settimana, i servizi sono impeccabili. La città ci guadagna, il pubblico si sente catalano acquisito. 

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.

Perché sono le piccole cose a fare grande un festival (e mi perdonerete l’ovvietà di questa affermazione). Come prima di ogni live, con i megaschermi a lampeggiare messaggi anti-violenza che invitavano chi ne fosse stato vittima a denunciare presso i punti d’ascolto allestiti nel festival. Senza parlare poi della svolta ambientalista, i bicchieri riciclabili e collezionabili (pure questo è The New Normal, li collezioni tutti e venti e ti regaliamo l’abbonamento per il prossimo anno). Nulla di stravolgente certo, però c’è da ammettere che il festival catalano ha saputo carpire prima di tanti altri festival dove la società sta andando. Sventolando un slogan che per una volta non è rimasto solo un hashtag.

E poi c’è la musica. Dove ti capita di abbracciare il meravigliosamente sudaticcio Brett Anderson che si fa una passeggiata tra la folla durante The Drowners oppure di ammirare inermi un Bobby Gillespie che non si regge in piedi e bofonchia Jesus a casaccio e infarcisce ogni sua danza con un battimano laterale, rigorosamente, meravigliosamente fuori tempo al ritmo di Higher Than The Sun. Oppure di passare nel giro di mezz’ora dalle meravigliose coriste bulgare in abito tradizionale accompagnate da una Lisa Gerrard versione Elizabet I Tudor presso l’Auditori al pop disastroso di Carly Rae Jepsen. Di venire spazzati via presso quel bunker disumano che risponde al nome di Your Heineken Stage dai Comet is Coming (li rivedremo ovunque) oppure rimbalzati dalla presa bene presso un parcheggio sotterraneo musicato da Anthony Naples. Per non parlare della regina Erykah Badu, sontuosa, levàte Rosalìa, ma chi ti vuole.

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.

Perché sì, il Primavera, dopo il pippone su dove andrà la società e come inseguirla, anticipa i tempi, detta la linea musicale che verrà e sì, dentro ci saranno i Sons of Kemet e il loro jazz contaminato dal mondo che non conosciamo ancora e pure Miley Cyrus, facciamocene una ragione. Perché come gli Arcade Fire furono “scoperti” dal mondo il primo maggio 2005 in un palco periferico del Coachella, probabilmente in New Mexico, probabilmente si dirà lo stesso dei live di JPEGMAFIA o di Caterina Barbieri  di quest’anno (a tratti devastante, con standing ovation finale), tra qualche anno. Tornano in mente le parole di Nick Cave riguardo l’All Tomorrow Parties: Auschwitz ma con della buona musica. Qui è tutt’altro e l’ha sintetizzato bene Geoff Barrow dei Portishead (al Primavera con i Beak>): qui si respira un’aria di comunità, qui tutto è diverso. E dal prossimo anno ci si sposterà pure a Los Angeles e in un’altra città rimasta ancora misteriosa. Sono le quattro di notte e la comunità si avvia verso casa, in lontananza si sentono le note di Tomorrow Never Knows dei Beatles, ci si avvicina ad annusare che aria tira. C’è Jarvis Cocker che svogliato mette i dischi aggrappato al suo fedele vodka tonic. Poi il centinaio di persone si scuote, comincia a ballare. E allora pure Jarvis si lascia convincere. Balla con tutti, più di tutti. Al prossimo anno con i già annunciati Pavement (The Old Normal?). O forse semplicemente Normal.

Primavera Sound 2019, foto di Federico Pevere.
Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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