Playlistona della settimana: Playlistona della settimana #111 | Postcards from Belgrade. Kӣr a Bologna per la preview di Ombre Lunghe
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Playlistona della settimana #111 | Postcards from Belgrade. Kӣr a Bologna per la preview di Ombre Lunghe

Playlistona della settimana con Don’t DJ, Masumi Hara, ΨΑΡΑΝΤΩΝΗΣ-Ο ΔΙΑΣ, LVIV, Aby Ngana Diop.

Non fatevi ingannare dalla luce primaverile di questi ultimi giorni: a Bologna è ancora tempo di viaggi tra le sonorità scure e sperimentali di Ombre Lunghe. Parte sabato 18 marzo ad Ateliersi il conto alla rovescia per la seconda edizione del festival musicale curato da Alivelab (di cui avevamo già raccontato qualcosa qualche tempo fa), che lo scorso giugno ha trasformato l’Ex Ospedale dei Bastardini in un piccolo scrigno di scoperte musicali, raccogliendo a Bologna alcuni dei nomi più interessanti della scena sperimentale europea. Prima di riprendere la sua forma estiva espansa, Ombre Lunghe torna alle origini e affianca Habitat — l’altro format ideato da Alivelab, che da circa due anni cura parte della programmazione notturna dello spazio in via San Vitale — con una preview dalla line-up decisamente ricca di sfumature. Low Jack (FR), Pessimist (UK) e kӣr (SRB): tre nomi che spaziano tra sperimentazione e reinvenzione dei generi, con cui iniziare a intravedere le lunghe ombre che si riveleranno a giugno.

Per prepararci, abbiamo fatto un piccolo tour della Belgrado underground con kӣr –  aka Bane Jovančević, resident DJ e program manager del tempio della techno nella capitale serba, il Drug§tore, attivo da anni nella scena e passato per i migliori festival e club europei    con qualche domanda e una sua playlist di 5 pezzi.

 

 

Dj, direttore di uno dei principali club underground di Belgrado, producer. Sei in giro ormai dal 2000 e il tuo è un percorso a tutto tondo nel mondo dell’elettronica. Da dove sei partito per arrivare a essere tra i protagonisti della scena balcanica?

Molto ha a che fare con l’“educazione” musicale ricevuta quando ero ragazzino. Mi è sempre sembrato sbagliato ciò che ci insegnavano e il modo in cui lo facevano: trovavo molto più soddisfacente improvvisare da solo sul piano piuttosto che riprodurre la solita roba classica. Più tardi ho imbracciato la chitarra e ho iniziato ad esplorare la scena psichedelica degli anni ’60 e ’70. Accanto a questo, ho iniziato a sviluppare una vera e propria ossessione per il folk britannico (Bert Jansch, Fairport Convention, ecc.), e credo di esserci tutt’ora impantanato in effetti. Suonare nelle band mi ha fatto passare la voglia di far parte di gruppi, così ho iniziato a farlo da solo, pasticciando con i looper, gli effetti, ecc. L’elettronica mi ha dato modo di percepire una forte necessità di astrazione dalle forme. Insomma, se metti insieme tutto ciò, in pratica questo è quello che faccio ora: reinterpretare forme tradizionali attraverso significati contemporanei.

Per quanto riguarda la scena balcanica, non credo in realtà che esista niente del genere. Di fatto è la stessa definizione di Balcani a suggerirlo: siamo troppo distanti gli uni dagli altri, è questo il motivo per il quale siamo stati colonizzati così facilmente nel corso della storia. Ci riscopriamo uniti solo quando finiamo nella merda fino al collo. Ma mi è capitata la fortuna di essere vicino ad artisti come 33103402, Mangulica FM, Lenhart Tapes, ecc., tutti dei veri e propri pionieri a cui devo moltissimo. Lenhart e Luka [Mangulica FM] hanno iniziato a collaborare con altri ragazzi dalla Romania, con cui sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda, mentre io e Relja Bobic, il direttore artistico del festival Dis-Patch, siamo in contatto con la scena bulgara, quindi effettivamente ora possiamo dire che qualcosa stia succedendo. Lavorare al Drugstore mi ha davvero dato la possibilità di imparare molte cose riguardo la scena, il suo mercato e  tutte le sue asprezze.

Nonostante siano a meno di due ore di aereo, i contatti tra Italia e Balcani non sono forse così frequenti come potrebbero essere. Cosa puoi raccontarci dell’underground di Belgrado? E come vedete la scena italiana dall’altra parte dell’Adriatico?

Come ho evidenziato prima, abbiamo problemi a livello di collegamentio con i nostri vicini, figurarsi quindi se c’è il mare di mezzo. La Serbia sta diventando sempre più connessa e centralizzata, e questo si riflette anche nella scena musicale. Il problema più grande per me è che non c’è più sperimentazione. Le band sono bloccate in una costante reinvenzione delle vecchie forme, immaginalo come una specie di complesso d’inferiorità verso i pesi massimi degli anni ’70 e ’80. Dall’altra parte, negli ultimi 6-7 anni c’è stato un movimento nella musica elettronica che possiamo definire underground. Penso che la chiave stesse nell’organizzare serate fregandosene di avere un’attitudine “disco” o meno, che sono riuscite a far fronte ai party mediocri e tutti uguali che riempivano la scena a quel tempo. Si è iniziato a promuovere della musica diversa e da lì la gente ha finalmente realizzato che là fuori c’è molto di più oltre alla tech-house o a Miss Kittin. In più, c’è il tormentone della leggendaria scena degli anni novanta a Belgrado, ma secondo me si tratta più di un fenomeno collettivo psicologico che non di un vero e proprio movimento artistico e musicale.

Riguardo la scena underground italiana, ci sono un po’ persone qui che la stanno osservando da vicino. E questo è possibile soprattutto grazie alla fantastica pagina web di URSSS e ad una serie di etichette che stanno facendo veramente un buon lavoro. Quando abbiamo organizzato il nostro festival +++, l’headlinear ad esempio era Mai Mai Mai [passato per Ombre Lunghe nel gennaio 2015, ndr]. Ultimamente Relja Bobic di Dis-Patch sta portando nelle leggendarie Studio session di Radio Belgrade una serie di musicisti italiani underground contemporanei. Ma penso che che ci sia molto altro che possiamo fare per avvicinare queste due scene, non solo geograficamente. Il problema principale sono ovviamente i soldi. Abbiamo perso completamente il supporto dallo Stato per i progetti culturali no-profit, così dobbiamo destreggiarci tra le necessità artistiche e le sfide della sopravvivenza giornaliera: dato questo clima non c’è moltissimo che si possa fare. Qualcosa deve cambiare a un livello più profondo, di sistema!

Le tue produzioni sono particolarmente sperimentali e mescolano influenze anche molto diverse tra loro, dalla techno alla minimal alla new wave, passando attraverso sonorità ambient, tribali e sciamaniche. Come nascono i tuoi live?

Sono molto vicino a un’idea di “narrazione”, anche se non necessariamente allo stesso modo di un cantautore indie. In più, sono pessimo nel portare avanti un determinato genere di musica, anche quando ci provo. Da questo punto di vista, quando facevo Brit folk, ho lentamente iniziato a ricercare altre influenze all’interno del folk stesso, finendo così per imparare molto anche della musica tradizionale balcanica. Esiste un corpus infinito di musica estremamente complessa, che spesso viene giudicata retrograda e superficiale, che io cerco di integrare nella mia produzione al meglio che posso. Credo di aver sviluppato una sorta di mia idea personale di “folk music”, che effettivamente non ha molto a che fare con la musica folk attuale. È soltanto la mia immaginazione, come immagino che le persone comuni avrebbero a che fare con la musica se fossero lasciate da sole. Ci sono anche molti synth in mezzo. Mi piace che ogni set sia diverso, come se sentissi che ogni volta c’è una storia nuova da raccontare. Resto davvero colpito quando qualcuno mi chiede: «Hey, sai che mi hai detto questo l’altra notte, eri per caso ubriaco?».

Per Ombre Lunghe ti esibirai in un live set: dacci un assaggio del mood che ritroveremo ad Ateliersi il prossimo 18 marzo.

 

 

Questo è quello che ultimamente mi eccita di più a livello musicale. Don’t DJ implementa tutti gli elementi delle tecniche di produzionie “organiche” con una forma da club. È qualcosa di davvero sofisticato: quando lo senti per la prima volta non immagini che arriverà quella botta. Ma ogni volta che lo ascolti sei comunque in questa costante suspence hitchcokiana, quando poi la botta arriva. Ed è solo un piccolo pezzetto di tutto il “dramma” che accade qui dentro. Di grande ispirazione!

 

 

Stavamo viaggiando in moto per un’isola Greca pazzesca, c’era la super luna o come la chiamano, e il mio amico ha spento le luci e ha messo questo pezzo, guidando solo con il chiaro di luna… Adesso questa traccia resterà con noi per sempre. (Non fatelo a casa!)

 

 

Avrei potuto prendere qualsiasi altra traccia da 33.10.3402, ognuna avrebbe avuto una storia speciale da raccontare. Questo ragazzo È una storia speciale! La sua produzione è disponibile per LIES, ESP Institute e altre etichette, ma provate a cercarlo in qualche club fumoso durante una delle sue maratone di dj-set, è quello il suo habitat naturale, ed è lì che nasce la leggenda.

 

 

Alcune persone hanno questo dono di connetterti con l’inferno, con il tuo inferno personale, e quando torni indietro è davvero appagante!

 

 

This is for dancers!

 

Traduzione a cura di Laura Marongiu.

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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