Musica: Come prendere le misure della notte: intervista ai Peter Kernel
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Come prendere le misure della notte: intervista ai Peter Kernel

Venerdì 9 marzo esce The Size Of The Night, il quarto album dei Peter Kernel, progetto svizzero canadese di Aris Bassetti e Barbara Lehnhoff. La mia idea è che negli ultimi dieci anni non esista una sola band che abbia fatto meglio di loro, e ci sono un paio di dischi, White Death Black Heart […]

Venerdì 9 marzo esce The Size Of The Night, il quarto album dei Peter Kernel, progetto svizzero canadese di Aris Bassetti e Barbara Lehnhoff. La mia idea è che negli ultimi dieci anni non esista una sola band che abbia fatto meglio di loro, e ci sono un paio di dischi, White Death Black Heart (2011) e Thrill Addict (2014), che restano sempre lì a disposizione per una conferma. I Peter Kernel non hanno dalla loro parte solamente l’energia, la tensione e l’incanto dei loro pezzi; non hanno solo una scrittura capace di trasmettere urgenza e immediatezza senza che questo impedisca loro una ricercatezza, un’eleganza e una varietà di soluzioni che sorprendono l’ascoltatore e lo tengono incollato anche ai brani che ha ormai imparato a memoria; e non hanno solo la capacità di esprimere queste loro qualità tanto su disco quanto dal vivo; hanno soprattutto uno stile unico che li distingue da qualsiasi altra formazione abbiate nel vostro personale pantheon di gruppi che suonano “il rock con le chitarre” (nel mio ci sono Sonic Youth, Pixies e Mclusky). Ho fatto una lunga chiacchierata con Aris Bassetti per saperne di più su questo loro nuovo lavoro, che è poi anche il loro nuovo capolavoro.

 

Iniziamo con le presentazioni: quando come e perché si sono formati i Peter Kernel, e per quale motivo avete scelto di chiamarvi così?

Ho incontrato Barbara alla scuola di comunicazione visiva di Lugano nel 2002 o 2003 ma non ci siamo mai parlati veramente. Poi un giorno ho scoperto i suoi lavori video e lei ha scoperto la mia musica. Abbiamo iniziato Peter Kernel più che altro per musicare i suoi cortometraggi, ma quasi subito ci siamo resi conto che potevano funzionare anche dal vivo. E da lì non ci siamo più fermati, abbiamo dato assoluta priorità all’attività concertistica. All’attivo abbiamo più di 600 concerti in tutta Europa, Stati Uniti e Canada. Se non suoniamo moriamo. Il nome è arrivato in modo molto disinteressato. Ci chiamavamo El Toco (in veneto), ma i giornalisti scrivevano sempre “El Loco” oppure “latino, salsa…”. Quindi un giorno ci siamo detti basta e abbiamo deciso di creare questo personaggio attraverso il quale sfogare tutte le nostre passioni: musica, video, foto, grafica…

Tu sei un graphic designer e Barbara è una filmmaker: in che modo unite (o separate) i vostri lavori con l’attività della band?

Abbiamo fatto la stessa scuola, lei però si è specializzata in video e io in grafica. Nel 2011 io ho lasciato la vita da grafico frustrato e sottopagato per fare solo Peter Kernel. Lei ha lasciato la vita da filmmaker ben pagata alla televisione Svizzera per fare solo Peter Kernel. Abbiamo scelto di fare i musicisti sottopagati, ma soddisfatti e fieri di ciò che facciamo. Nessun capo, decidiamo noi tutto e facciamo noi tutto. In questo senso credo che siamo riusciti a vivere della nostra musica anche grazie alle competenze che abbiamo.

 

 

Veniamo a The Size Of The Night: quali storie e quali temi hanno portato alla scelta del titolo? Come si misurano le dimensioni della notte?

Ma ti dirò che ci sono tante storie dietro a questo disco. Forse il più difficile per noi. Alcuni temi si possono raccontare, altri abbiamo deciso di tenerli per noi. Da quando abbiamo fatto uscire Thrill Addict nel gennaio del 2015 abbiamo girato l’Europa in lungo e in largo, e quando abbiamo iniziato a chinarci su nuove idee ci siamo ritrovati cambiati e forse un po’ più aperti. Solo che la vita ci ha messo alla prova subito con una serie di eventi importanti e uno di questi ha influenzato tanto ciò che siamo ora. Il 24 gennaio del 2017 è venuto a mancare Andrea Cajelli, il membro nascosto dei Peter Kernel. Colui che ci ha registrato tutti i dischi fino a quel momento. Era un amico, uno psicologo, un sostenitore, una fonte di ispirazione e soprattutto un pilastro. Ci interessava sempre il suo parere. Ci fidavamo ciecamente.

Nel momento in cui dovevamo iniziare a preparare il disco nuovo ci siamo ritrovati da soli e persi. Per qualche settimana non siamo riusciti a fare nulla. Tutti i piani fatti e le tempistiche decise sono saltate. Non riuscivamo nemmeno a pensare di andare in studio con qualcun altro. La prima cosa che ci è venuta in mente di fare era quella di omaggiare Andrea. Sentivamo il bisogno di farlo urgentemente. In quel momento stavamo facendo delle prove per un progetto parallelo (Peter Kernel & Their Wicked Orchestra) in cui suoniamo i nostri brani rivisti per pianoforte, arpa, violoncello, viola e Harmonium; quindi, da soli, senza un’idea precisa, senza nessuna nozione a riguardo, ci siamo registrati malamente alcuni di questi brani e uno scritto apposta per lui. È stata un’esperienza strana ma importante se non fondamentale. E quando è arrivato il momento di registrare The Size Of The Night ci siamo buttati. Abbiamo letto informazioni qua e là, abbiamo guardato tutorial, ci siamo ricordati i consigli di Andrea e alla fine siamo riusciti a fare qualcosa di cui andiamo molto fieri nonostante abbia dei difetti tecnici. È un disco sincero e intenso per quello che rappresenta. È un momento strano questo. Ci siamo ritrovati dentro a cose oscure dove non si vedono i limiti o i confini, quindi ci siamo messi a lavorare molto per limitare questo buio. È un po’ come se avessimo preso le misure della notte.

Cosa mi dici invece della copertina? Come mai c’è una foto (davvero molto bella) del cane che aveva Barbara a presentare il vostro nuovo lavoro?

Non avevamo un’idea precisa di cosa volevamo mettere in copertina, ma quando per caso ho visto questa vecchia foto ho subito capito che era quella giusta. Io avevo sempre solo visto questa immagine in un quadro dipinto da sua nonna. Era la prima volta che vedevo la foto originale. È stata una sensazione strana, ma famigliare. Lo sguardo di Arrow (il suo nome) è maestoso, importante, mi faceva pensare a una specie di guardiano che ha vegliato sulla notte appena trascorsa. La foto è stata presa di mattino presto. La luce è pazzesca, sembra un dipinto.

 

 

I testi del disco sono tutti in inglese, ma in due brani (il singolo Men Of The Women e The Shape Of Your Face In Space) ci sono dei passaggi in una lingua che non riesco a identificare, credo sia qualche dialetto lombardo, è corretto? Funzionano benissimo, ma non posso fare a meno di chiedervi come vi è venuto in mente.

Esatto, il dialetto della Svizzera Italiana è molto simile a quello lombardo. Ci è venuto in mente perché io in famiglia lo parlo e ci sembrava il momento per provare a fare una cosa del genere. Trovo che il connubio con la nostra musica crea un effetto inaspettatamente interessante. In Men Of The Women sembra quasi qualcosa di orientale.

Questa storia del dialetto mi fa venire in mente un’altra cosa. Io vi ho conosciuti trovandovi sul palco dell’Indierocket di Pescara nell’estate del 2011. Poi vi ho visti dal vivo a Roma alla fine del 2012, una data che resta tuttora la vostra ultima apparizione nella capitale, e che per inciso avevo organizzato proprio io. Da allora i vostri concerti in Italia si contano sulle dita di una sola mano, mentre avete girato in lungo e in largo l’Europa, in particolar modo Germania e Francia. Insomma, l’impressione è che nonostante abbiate forti legami con l’Italia la storia d’amore con questo paese non sia ancora mai sbocciata.

È strano per noi. Ci sentiamo vostri cugini, viviamo a due passi dall’Italia, riceviamo davvero tanti messaggi di affetto dal vostro paese, ma per qualche oscuro motivo non riusciamo ad organizzare più di qualche data sporadica. Ci piacerebbe tanto venire a trovarvi di più, e ci stiamo lavorando. Speriamo di riuscirci con questo disco.

 

 

Tornando alle nuove canzoni: è tutto materiale scritto dopo Thrill Addict, o c’è qualche pezzo che era rimasto fuori da album precedenti e che avete ripescato e registrato solamente ora? Mi fai una piccola guida alla tracklist di The Size Of The Night?

Diciamo che ci sono alcuni spunti che avevamo scritto sul finire della produzione del disco precedente, ma che non abbiamo avuto tempo di completare. Quando abbiamo ripreso in mano quella manciata di secondi li abbiamo però rivisti completamente nella loro veste. There’s Nothing Like You era inizialmente nata per una scena di un film del quale stavamo scrivendo la colonna sonora (Il Nido di Klaudia Reynicke), era la scena in cui viene confessato un omicidio. Poi però la regista ha preferito non metterla e siccome ci piaceva tanto l’abbiamo presa e trasformata in vero brano. Pretty Perfect invece è forse l’unico spunto che arriva da più lontano e credo si senta. Ci piace moltissimo la semplicità e il minimalismo del brano, ma non eravamo mai riusciti a finirlo. Questa volta siamo riusciti a dargli qualcosa che strizza l’occhio ai film western (ahahah magari lo vediamo solo noi), e il finale l’abbiamo aperto e reso indefinito. Sembra che finisce e invece no, e poi finisce ma in modo quasi insoddisfacente. Una sorta di duello finale che non va come si sperava. Comunque è una canzone in onore di qualcosa di molto preciso. Chissà se qualcuno lo capisce. The Secret Of Happiness è una canzone che ci abbiamo messo tanto a finire. Ci sentivamo sempre vicini a qualcosa di bello ma non eravamo mai soddisfatti dei dettagli. È una canzone estremamente delicata; come si fa a parlare del segreto della felicità? Il ritmo è incalzante me gentile, ci sono tanti momenti sospesi dove abbiamo lasciato spazio anche allo sguardo perso nel vuoto. Quando la suoniamo ci commuove, e questo ci crea qualche difficoltà dal vivo. Terrible Luck è una canzone che stavamo per lasciare perdere perchè ci pareva troppo giocosa, fuori dal disco. Poi un giorno ho ritrovato un messaggio di Andrea che diceva che stava riascoltando le demo e che questa era stupenda ma non l’aveva capito subito. L’abbiamo riascoltata e strutturata un po’ meglio e alla fine aveva qualcosa che ci riportava sempre lì a riascoltarla. Ci ha creato una sorta di dipendenza. Dal vivo è una di quelle più divertenti da suonare.

Drift To Death è qualcosa che stiamo indagando da un po’. È un brano fatto con loop di chitarre, alcuni sono al contrario, altri ho imparato a suonarli come se fossero al contrario. Ci piace molto l’ambientazione che si crea. Parte poi si ferma, poi riparte e poi si ferma di nuovo. Ad alto volume fa il suo effetto. Men Of The Women è un brano che sembra semplice ma che è difficilissimo da suonare dal vivo. Adoro le parti vocali di Barbara e mi diverte molto l’uso del dialetto della Svizzera Italiana nei ritornelli. È stato divertente far cantare Barbara (canadese lingua madre inglese) in dialetto. The Revenge Of Teeth è una canzone molto intensa che ci scuote ogni volta che la riascoltiamo. Non so se la faremo mai dal vivo. Il finale l’abbiamo sfumato perché volevamo che andasse avanti all’infinito. The Shape Of Your Face In Space è il brano che abbiamo lavorato di più. Volevamo qualcosa di molto ritmato, ma anche un po’ annoiato. Avevamo registrato due ritmi diversi di batteria, uno con Ema e uno con Hannes e non riuscivamo a deciderci quindi alla fine li abbiamo tenuti tutti e due. Uno l’abbiamo messo sul canale sinistro e l’altro su quello destro. Ci abbiamo messo un po’ per riuscire a suonarlo dal vivo in tre. This Storm Will Last è il brano che più di tutti ci spinge il corpo in compressione durante i concerti. Crea una tensione che ci entra dentro e finisce per sembrare una tempesta per davvero in concerto. Quando finisce la coda delle ultime note riprendiamo fiato. È strano, è come se lo suonassimo in apnea. Ci devasta, ma allo stesso tempo ci libera. The Fatigue Of Passing The Night è una sorta di ninna nanna deviata che parla di quando cerco di farmi passare un attacco di panico. Ci sembrava perfetta per chiudere. Dopo la notte arriva il giorno. E se la notte è stata difficile a volte ci si riposa meglio durante il giorno. Anche ad occhi aperti.

In generale è un disco che abbiamo suonato con un’intensità diversa dagli altri. L’abbiamo riempito di noi, nel bene e nel male.

Parliamo un momento di video, perché i vostri sono sempre stati fuori dall’ordinario. Il mio preferito è quello di I’ll Die Rich At Your Funeral, che non ho nemmeno più parole per descrivere. Adoro poi quelli di Your Party Sucks e It’s Gonna Be Great, sono entrambi anche piuttosto divertenti. E se ne potrebbero citare molti altri ancora. Per i nuovi brani per adesso però non avete girato niente del genere: il video del primo singolo There’s Nothing Like You potrebbe essere una gif animata, quello del secondo, Men Of The Women, lo avete realizzato usando le riprese del pubblico durante un’esecuzione dal vivo del brano. Avete perso interesse per i videoclip?

Ahahah no, ci manca solo il tempo. Siccome siamo noi due a fare tutto è diventato davvero complicato trovare il tempo per fare tutto ciò che vogliamo. Abbiamo appena girato il video per Terrible Luck che è un po’ in direzione di I’ll Die Rich At Your Funeral. È stata un’idea che Barbara ha avuto, scritto, girato e montato nel giro di poche ore e ti assicuro che ci trovo dentro una poesia pazzesca. Ok, sarò di parte, ma ti giuro che mentre lo giravamo non capivo cosa stessimo facendo, e ora quando lo guardo penso che ha qualcosa di magico. Comunque l’interesse non l’abbiamo perso. Anzi, se un giorno ne avremo il tempo vorremmo scrivere e girare un film.

 

 

Piccolo passo indietro nel tempo: tra Thrill Addict e The Size Of The Night c’è stato l’EP registrato insieme a The Wicked Orchestra, uscito lo scorso anno, a cui accennavi prima. Quando lo avevate annunciato io avevo avuto brutte sensazioni, guarda che cazzata fanno ora i Peter Kernel, pensavo, quando le rock band si mettono in testa che è giunto il momento delle soluzioni sinfoniche e orchestrali nove volte su dieci non esce fuori nulla di buono, figurati loro che hanno sempre avuto come motto tutto il contrario: «a beat, something loud and a few words». Naturalmente mi sbagliavo, l’EP è stupendo ed esalta il lato più ipnotico dei pezzi che avete riproposto in quella nuova veste. La domanda è: la considerate solamente una parentesi o è qualcosa su cui potreste tornare, magari per un album intero e con brani nuovi?

È iniziato un po’ per gioco e per finire abbiamo girato l’Europa con questo progetto. È un progetto con un grande potenziale, ma che è complicato da gestire e organizzare. Per ora lo teniamo lì come chicca da tirar fuori ogni tanto, in futuro si vedrà. La nostra priorità rimane il duo/trio.

Tutti i vostri dischi sono stati pubblicati dalla vostra etichetta, On The Camper Records. Io ammiro molto il vostro approccio DIY e so che fareste la stessa scelta altre mille volte, ma dopo tanti anni di attività mi piacerebbe sapere che tipo di bilancio ne avete fatto, quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi della strada che avete preso.

Siamo molto fieri di non essere mai scesi a compromessi con nessuno, anche se le occasioni per avere più “successo” le abbiamo avute. Siamo fermamente convinti che se una cosa la costruiamo e gestiamo noi, allora ne conosciamo tutti i segreti e nessuno potrà mai portarcela via o fregarci. Il limite di questo è che siamo solo in due a gestire tutto e spesso non riusciamo a fare tutto ciò che abbiamo in mente. Abbiamo mille idee e sogni nel cassetto. Chissà se riusciremo mai a fare tutto.

 

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Consiglia musica su Movimenta e ha organizzato concerti e festival. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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