Musica: Roma come Manchester
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Roma come Manchester

Due consigli di ascolto per volare in direttissima dalla cameretta al Regno Unito.

La Capitale ha apparentemente poco a che vedere con la cittadina industriale inglese culla della new wave e del britpop; spesso la musica più bella nasce proprio nelle annoiate province plumbee: è a Manchester che sono nati i Joy Division, gli Smiths, gli Oasis, gli Stone Roses. L’Inghilterra degli anni ’80 era avvilita dalle politiche economiche neoliberiste di Margaret Thatcher: la musica esprimeva più che mai «il desiderio di restare vivi, la gioia e l’energia della gioventù nonostante la povertà, la depressione, l’alcolismo, le fabbriche che chiudono, la disoccupazione», scrive John Robb nel suo libro The North Will Rise Again: Manchester Music City 1976-1996

Dal canto suo, caotica e frenetica, la Roma di oggi ci può forse apparire tutt’altro che cupa e crepuscolare: negli ultimi tempi, sembra essere più la patria delle canzonette spensierate, che raccontano i pomeriggi passati con gli amici al bar o tra i vicoli di Trastevere.

Ma non sono forse spesso le grandi città ad essere “Città sole” come scrive Olivia Laing? Non è nello scheletro di questi grossi conglomerati urbani decadenti che ci aggiriamo ogni giorno in metropolitana, vestiti da grigi impiegati, alla ricerca di un po’ di conforto? È la peculiarità e il vantaggio delle sottoculture: si muovono nascoste a tutto il resto, dove spesso non andiamo a cercare o facciamo fatica a vedere. «When you’re looking at life in a strange new room, maybe drowning soon, is this the start of it all?» canta Ian Curtis all’inizio di Exercise One dei Joy Division.

Questi due consigli d’ascolto hanno la pretesa di mostrare che anche a Roma, oggi, si suona malinconico. E lo si fa anche molto bene. 

La musica dal vivo in questi mesi ha subito una brusca frenata, ma dalla nostra cameretta è sempre possibile emozionarci o piangere ascoltando le nuove uscite.

La prima che vi segnaliamo è Naufrago, il nuovo singolo di Revif. Registrato insieme a Fabio Grande (I Quartieri) e Pietro Paroletti (Mai Stato Altrove), il brano è uscito il 28 aprile scorso, e — nel solco di Phoenix, DIIV, Craft Spells o dei più classici di Tears for Fears e New Order — fa confluire influenze dream pop e new wave in un sound dal gusto indie pop.

Revif è Alessandro Cavarra, musicista e cantante di Roma, formatosi sui dischi indie rock, new wave e britpop. Dopo due singoli con i Khloe, nel 2016 pubblica con gli Egeeo un Ep omonimo, co-prodotto con la Costello’s Records. Per il suo progetto da solista e ha scelto di usare la parola francese per “rinascita”, quanto mai evocativa.

Mentre in sottofondo suonano i synth, Revif, con una linea vocale che ricorda un po’ Liam Ghallagher, un po’ Daniele Groff, canta il testo di Naufrago, che delinea un percorso emotivo che tocca i temi dell’amore, della solitudine e dell’incomunicabilità. Al riguardo, dice: 

«Non possiamo pretendere di essere sempre consonanti con gli altri, anche con le persone che amiamo. Come facciamo quindi a liberarci dei nostri istinti distruttori, figli delle incomprensioni? Convivere con quelle parti di noi che riconducono la vita a un assoluto sublime e gelido e che mettono le realtà sotto una teca di vetro diventa sempre più difficile. Più che una terra unita sembriamo scomposti in un arcipelago di isole che vivono per conto loro, contraddicendosi continuamente. Siamo quindi costretti, come un naufrago, a cominciare la nostra odissea emotiva».

E di solitudine parla anche l’LP della band romana Portnoy, che è già dal titolo una dichiarazione d’intenti: Per non restare soli; in tempi difficili di distanziamento e isolamento, perché non proporsi come quell’”antidoto” auspicato da David Foster Wallace? 

I Portnoy sono un gruppo dalle chitarre vibranti, nato dall’incontro a Roma nord sui campi di calcetto tra Marco Pittiruti e Francesco Catalfamo, ai quali si sono in seguito aggiunte la bassista Alessandra Garofalo e la batterista Simona Mellone. L’album è stato registrato presso il VDSS Recording Studio ed è disponibile su tutte le piattaforme musicali.

Il loro nome è tratto dal romanzo di Philip Roth, Lamento di Portnoy, e i riferimenti letterari non finiscono qui: il testo del brano Dinosauri è ispirato all’ultimo racconto della raccolta Eleven kinds of loneliness di Richard Yates, dal titolo Builders. Bob Prentice è uno scrittore di scarso successo che lavora per una società assicurativa, e che un giorno si ritrova a lavorare per un tale Bernie Silver, che lo incalza a scrivere, scrivere come un costruttore:

«Capisce che in un senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa? […] Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» […] Supponiamo che lei costruisca una casa in questo modo. E allora? Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta?»

La domanda è: «Dove sono le finestre?». Da dove entra la luce? E alla fine Bob constaterà:

«Bernie, vecchio mio, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia le finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.»

«Maldestri costruttori, hai lasciato anche qualche spazio aperto» cantano allora i Portnoy. L’idea, dicono nelle interviste, è che scrivere canzoni sia in fondo un processo liberatorio e quasi “psicanalitico”, ma soprattutto che fare musica significhi anche creare un legame profondo con gli altri, una strategia per restare connessi e «convincerci che non ci estinguiamo soli, come dinosauri».

Le tracce di Per non restare soli riescono tutte a conciliare ritornelli orecchiabili con suoni umbratili tipicamente new wave e post punk. 

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia filosofia. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude