Musica: Siamo stati a Manifesto 2019
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Siamo stati a Manifesto 2019

Prodotta da Monk Roma e Manifesto delle Visioni Parallele, la rassegna dedicata all’elettronica, alla sperimentazione e alle arti visive è giunta alla quarta edizione, dopo aver ospitato negli anni artisti del calibro di Gold Panda, Godblesscomputer, Yakamoto Kotzuga. Quest’anno si sono riconfermati alcuni ospiti delle precedenti edizioni ma la line-up è stata quanto mai multidisciplinare […]

2 Apr
2019
Musica

Prodotta da Monk Roma e Manifesto delle Visioni Parallele, la rassegna dedicata all’elettronica, alla sperimentazione e alle arti visive è giunta alla quarta edizione, dopo aver ospitato negli anni artisti del calibro di Gold Panda, Godblesscomputer, Yakamoto Kotzuga. Quest’anno si sono riconfermati alcuni ospiti delle precedenti edizioni ma la line-up è stata quanto mai multidisciplinare e dal respiro internazionale. Filo conduttore tra le varie esibizioni è stato come sempre la contaminazione tra linguaggi diversi, l’incontro di varie aree geografiche, il connubio dinamico tra clubbing e sperimentazione.

 

DAY 1

La prima serata del festival si svolge nella galleria Contemporary Cluster, nel cuore di Roma, a pochi passi da Largo Argentina: dopo l’esibizione di apertura Intergalactic di Luca Pozzi, Alexandre Bavard, Gianluca Alla, Martina Maccianti, le scale al centro del locale sono il palco di una breve anteprima della performance di teatro contemporaneo La Gabbia. Subito dopo, Luca Pozzi e Mothclub suonano live Electrolytic mentre il pubblico può sedere sui divanetti tra le interessanti opere contemporanee esposte.

 

 

Ma la vera attrattiva della serata è ovviamente l’amatissimo Populous, producer salentino consacratosi alla scena elettronica italiana dopo il successo di critica e di pubblico dell’ultimo album Azulejos e le note collaborazioni con Myss Keta. Il suo set è dominato dai suoni della Cumbia che ormai fanno parte del suo bagaglio musicale.

 

DAY 2

Ma se la serata di giovedì era solo un assaggio, siamo entrati nel vivo di Manifesto venerdì sera, per il secondo giorno del festival al circolo Monk, luogo di culto per tutti gli amanti della musica a Roma, che non a caso a solo un’ora dall’inizio della serata ha registrato il sold out.

L’esibizione audiovisiva di apertura spetta a Mana, artista torinese che ha firmato con la prestigiosissima Hyperdub per il suo nuovo album. Ci regala un’interessante contaminazione tra elettronica e grime dal fascino vagamente orientale.

 

 

Alle 23 William Basinski & Lawrence English, maestri dell’ambient e della drone music, presentano dal vivo Selva Oscura, la loro prima opera collaborativa e dal main stage scatta la magia: il pubblico siede per terra in un silenzio estatico e contemplativo, come mai ci si sarebbe aspettati di vederlo sotto ad un palco che pure ha ospitato tra gli artisti più variegati negli anni. Chiunque osi alzare il tono di voce o ridacchiare viene subito ammonito quasi all’unisono dall’uditorio, che per un’ora resta letteralmente catturato dai suoni prodotti dai due musicisti, i quali ogni tanto si sussurrano qualcosa all’orecchio come sciamani praticanti un rito mistico e capaci di rapirci in un vortice di note chill e sperimentali.

Con El Búho le atmosfere cambiano radicalmente: già presentandosi il musicista invita a mettersi comodi — seduti o in piedi non fa differenza — e d’altronde è impossibile non ballare i suoi pezzi che uniscono il sound elettronico più classico ai ritmi latini del Centro e Sud America: la sua performance è tutta una nuova Cumbia sobre el mar suonata al synth.

Headliner della serata, JOLLY MARE, il producer leccese che abbiamo amato per il suo ultimo lavoro Mechanics (2016) e la movimentata cover di Andamento Lento di Tullio De Piscopo, subito ci avverte che non la suonerà, deludendo forse solo apparentemente i suoi fan più affezionati: ci presenta in anteprima assoluta il suo nuovo album Logica Natura, esibendosi live accompagnato da un batterista con il quale le melodie del disco sono state scritte ed arrangiate. Il risultato è una performance ritmata e muscolare, senza dubbio meritatamente la più attesa.

In coda Capibara, producer romano ed interessante sperimentatore, durante la sua performance audiovisiva ci fa ballare con le attualissime contaminazioni global bass.

 

DAY 3

La serata di sabato, anche questa volta sold out, inizia puntuale attorno alle dieci sul palco piccolo del Monk con il dj set dal vivo di K-Conjog, un set essenziale ma affascinante, dai suoni molto curati. Un mix di analogico e digitale, di synthwave e indie. Molto piacevole.

Tocca subito dopo sul main stage a James Holden che si pone dietro i suoi synth modulari e le sue macchine, con una formazione che comprende un batterista, due fiati (sassofoni contralti e flauti dolci) e un rumorista tuttofare. Continua il tour di Animal Spirits disco del 2017, definito “progressive electronic”. È un concerto bellissimo, in cui l’amalgama di campioni e suoni digitali e gli strumenti dal vivo dà vita a un mix coerente e soprattutto funzionale, che conquista: una psichedelica 2.0, un lungo trip che ha soli vaghi echi nostalgici ma i piedi ben piantati nel presente, un mix di generi che danno vita all’esibizione migliore di tutta la serata. Un godimento per le orecchie, con dei suoni pazzeschi e curati al millesimo.

 

 

La sorpresa della serata è coucou chloe, ragazza androgina alfiere di un hip-hop in salsa HD da far accapponare la pelle. Durante tutta la sua performance futuristica mantiene una presenza scenica da dieci e lode: non si ferma mai, salta e balla, si rotola per terra, si getta nella folla; tutto mentre urla nel microfono distorto all’inverosimile da autotune e altri mille effetti che rendono la sua voce un meraviglioso incubo artificiale.

Ci congediamo con in sottofondo il djset di Indian Wells con i suoi suoni pettinati e precisi, dopo tre giorni intensi che hanno portato nella Capitale una grande varietà di pubblico per le performance di artisti locali ed internazionali, all’insegna delle sperimentazioni più ardite ed interessanti dei nostri giorni.

 

Foto in copertina: Francesco Casarin
A cura di Valeria Marzano e Giulio Pecci

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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