Musica: Thom Yorke è come il Friuli
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Thom Yorke è come il Friuli

Evitando di fare un elenco di tutte le persone a cui abbiamo fatto del male, diventando così pronti a rimediare ai danni recati loro, abbiamo deciso di redimerci tornando a Casa, noi friulani emigrati chissà dove.

23 Lug
2019
Musica

Ogni fan dei Radiohead è costretto all’attraversamento di tre fasi cruciali nel corso della propria meditabonda vita. La prima: abbiamo ammesso la nostra i m p o t e n z a davanti ai Radiohead, le nostre vite sono divenute improvvisamente incontrollabili (si consiglia a proposito la compilation Johnny Greenwood is the controller, aiuta a riprendersela), periodo vagamente collocabile tra l’uscita di The Bends, ah l’adolescenza, gli amori estivi e tutta quella roba che non esiste più, e Amnesiac, della serie come abbiamo fatto a ritrovarci già così adulti. Durante la seconda fase abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi e abbiamo invece ammesso la reale natura dei nostri torti, i primi sintomi si hanno con Hail to the Thief per poi deflagrare con l’appassito The King of the LimbsIn Rainbows è stata solo una ricaduta, ora tutti insieme, diamoci la mano, è stata solo una ricaduta. La terza fase non esiste, o meglio, nessuno è sopravvissuto per raccontarcela, si vagheggia su ateaseweb.com che sia una sorta di resa dei conti tra noi stessi e la band di Oxford, una sfida a duello: o sto dalla vostra parte, e sarà per sempre nonostante un altro disco solista di Phil Selway, o ri-comincio con la mia vita. Ok, tre fasi che ricordano vagamente un bignami dei dodici passi degli alcolisti anonimi. E lo sono, li ho copiati, difatti.

Evitando di fare un elenco di tutte le persone a cui abbiamo fatto del male, diventando così pronti a rimediare ai danni recati loro — preludio alla terza fase — abbiamo deciso di redimerci tornando a Casa, noi friulani emigrati chissà dove, e c’è chi ha interrotto la raccolta di marijuana in Colorado per presenziare all’Evento dell’estate friulana 2019 dopo i memorabili concerti di Bjork del 2007 e degli stessi Radiohead nel 2012. Casa nel nostro caso è una Villa (Manin) presso Passariano, infangata dalla depressissima campagna tra il Veneto e il Friuli, passando attraverso i fantasmi di Fraforeano, Belgrado e Muscletto. O Canussio. E Varmo, tutti paesi che hanno un’esistenza che va al di là, proprio nel senso dell’al di là. Non dimentichiamo che è estate anche in Friuli, non solo nel restante emisfero nord, e tra qualche ora ci costringeremo a degli spiaggiamenti a cavallo tra Bibione, se ti senti europeista di cuore e con la testa, e Lignano Sabbiadoro se hai l’anima sovranista annaffiata dall’ennesimo spritz bianco. Bella stagione che non ci preclude di gustarci lungo il viaggio un certo brutalismo congenito in ogni opera pensata e costruita dall’animo triveneto a tal punto dal sentirci la bocca impastata da quel marasma congenito — tutto è congenito qui — fatto di bucolici aperitivi e da quella diffidenza che ce l’abbiamo nelle ossa, niente da fare, niente, diffidenza e basso profilo sino alla morte.

Già di base una possibilità a Thom Yorke non gliela si nega, no no. Se poi c’abbiamo a che fare con Anima, che non sarà un disco da prima fase, ma senz’altro non da seconda (scriviamo come pensa Rob Gordon di Alta Fedeltà), diciamo che Anima interdice. Dunque terza fase! Insomma, un disco che ha qualcosa da dire e lo dice molto bene — fine recensione. E questo, assieme all’ottimo Suspiria dell’anno scorso (già soprannominato dai più brillanti presenti al concerto “Sospirai”), ci è bastato per ritornare a casa prima del solito abbrustolimento agostano. La senti, tutta questa regalità, la sentiamo già lungo la lunghissima strada così dritta, così imponente che vorresti ancora immaginarla bianca di ghiaietta e invece asfalto che ti appesantisce il fiato fino alla barocca Villa, sede tra le altre cose di tre puntate di Giochi senza Frontiere (una nel 1972 e due indimenticabili nel 1993 a cui chi scrive presenziò), oltre alla memorabile mostra inaugurale del Tiepolo del 1971, dopo il massiccio restauro della Villa negli anni sessanta.

Lo sentiamo già rosicchiare quel dialetto capace di ammaliarti nella sua totale impossibilità, impossibilità intesa in tutte le sue accezioni più impossibili. Due addetti al parcheggio discutono della possibilità per un uomo etero di portare in braccio un cane di piccole dimensioni lungo le stradine dell’Outlet di Palmanova, lo fanno parlandosi addosso, ognuno con la sua linguaccia e la sua parlantina come se fossero due monologhi ben distinti, non guardandosi mai addosso, sullo sfondo un paninaro che sembra lì abbandonato dal glorioso concerto degli Iron Maiden del 17 agosto 2010. Un bofonchiare, una sorta di delirio personalissimo fatto tutto di versacci che potrebbero risultare senza senso che ritroviamo nel parlarsi addosso di Yorke sul finale sincopato di Harrowdown Hill, primo tra i tanti sussulti di un concerto che sorprenderà man mano.

Ché all’inizio sono tutti interdetti. Tutti abbandonano da subito l’idea di ascoltare canzoni dei Radiohead — «Cosa volete che faccia? I Radiohead?», dirà un Thom Yorke eccitatissimo durante i secondi bis, per poi fare una canzone del Thom Yorke solista. Impensabile, questo show è tutto suo e l’ha pensato nei minimi dettagli. Le forme create sullo schermo da Tarrik Barri, e ancora ricreate e poi sciolte, e di nuovo redivive e quasi sanguinanti, davvero, a poco a poco catturano perlomeno l’attenzione visiva del pubblico friulano. Nigel Goodrich gigioneggia e fa quello che Thom Yorke non fa: cioè suonare. Gattona con le braccia come se si arrampicasse su un muro immaginario, sghignazzando di e con se stesso, pure, oppure incastonato in uno scalcinato moonwalking, che gli vuoi dire alla creatura. C’è chi si allarga fin quasi verso l’esedra di ponente al ritmo del battimano in crescendo di The Axe, a ritagliarsi un proprio spazio personale dove sfogarsi fissando le colonne bianchicce e sudanti, dando, come novelli darkettoni, le spalle alla folla perché questa danza è una cosa solo mia. O chi, assecondando la coreografia yorkiana di Not The News, braccia svolazzanti a segmentare la faccia incredibilmente a tempo, una versione velocizzata de La notte vola di Lorella Cuccarini, dunque chi si lascia andare a balli sfrenati — se non sono le anfetamine, c’hai preso Thom.

È come se si reinventasse in tempo reale e davanti ai nostri occhi, e noi, seppur ancora diffidenti, noi con lui — passatecela questa, ma è davvero così per noi fan della prima ora. Noi, come i due ragazzi hippie che non faranno altro che rotolarsi sempre più verso l’esedra di levante, stavolta, ignari del live, artefici più che vittime nonostante la meravigliosa impossibilità al movimento cui si sono costretti, pensiero stupendo durante i battiti angusti di Black Swan. Noi, per certo vittime dei tre passi dei Radiohead, allucinati e spaesati da quello che non conosciamo, eppure di nuovo sorpresi da quello che conosciamo come il finale ossessionato di Amok (degli Atoms for Peace, di cui riproporrà solo questo pezzo), che si ripercuote infinito su 5 mila cervelli che fanno come una bottiglia di tocai gelido a mezzodì. I colori si fanno più luminosi, emergono le facce dei presenti perché hanno delle facce, facce, il noi di cui vado blaterando dall’inizio di questo pezzo, perché uno scrive ma gli altri dettano. Un noi mai così eterogeneo e che è figlio di questa terra poco ciarliera e musona pure, eppure. Eppure una certa curiosità che portava dieci anni fa le nonne di Sesto al Reghena ad armarsi di sedia di vimini alla volta di Patrick Wolf, perché no, Patrick Wolf, per dire, quanto amiamo lo sconosciuto, il presunto bello. O il migliaio buono di persone che un mese fa, alle 11 di mattina, hanno assistito all’improbabile live dei Selton qui al Parco di Villa Manin, entusiaste come se c’avessero davanti Neil Young in piazza a Rivignano. E così oggi. Nonnine, coppie di splendidi sessantenni che al concerto ci vengono in bicicletta, «perchè dicono che suona uno bravo», e poi, sorprese, si riscoprono a saltellare su ciò che resta di un Thom Yorke che ricarica esausto le prime file durante Twist (apice assoluto), e ancora impiegate del catasto di Latisana, giornalisti falliti di San Michele al Tagliamento, buzzurri da Aprilia Marittima, professori di lettere da Casarsa della Delizia che non diventeranno Pasolini ma la sua anima la trascinano ad ogni passo. Qui tutti annusano e s’incuriosiscono, altrove non succede, ve lo assicuriamo davvero, di trovare un pubblico così, di gente che si fida se c’è del bello. E Yorke sembra assecondare il tutto. Parla poco, si lascia andare quando serve, sembra rinato e poi scompare — in sintesi, la vita in queste lande. Esce due volte per i bis. Siamo tutti sorpresi. Attacca Suspirium, sbaglia una due volte, ride e ride. Un cuore stilizzato sul megaschermo — nessuna metafora, davvero — continua a sanguinare mentre se ne vanno tutti, di nuovo silenziosi e sudati, per nulla pensierosi.

È un mercoledì sera. Tutti si avviano verso casa. Una dozzina di persone chiede gentilmente alla sicurezza se Yorke uscirà per firmare qualche autografo. La donna dai lineamenti duri e secchi dietro la transenna dice — come se lo conoscesse, e il dubbio mi è rimasto, una donna della bassa friulana e Thom Yorke all’orario dell’aperitivo che si conoscono e si capiscono — che, testuale, il cantante non è il tipo, non si fermerà a parlare con i fan, quel che c’era da vedere l’abbiamo visto, me l’ha detto lui. Ci viene il dubbio che sia davvero così. Non è stato amore questa sera, forse solo il ricordo di un amore — e risolviamola così sta terza fase, rimaniamo amici, via. Lungo la strada riconosciamo la disposizione delle case e delle persone che ci vivono dentro, le immaginiamo e stiamo meglio, e come recita l’ultimo dei dodici passi: abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.

   

Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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