Da più di duemila anni le identità di Trastevere si sommano tra loro, incrociando stereotipi, ideologie e visioni del mondo. I confini tra realtà e immaginario si sfumano, rendendo difficile distinguere cosa sia davvero questo quartiere da quello che vorremmo che fosse. Quante Trastevere esistono? [Foto di Nicoletta Branco]

Si dice che ai piedi del Campidoglio, tra il 1100 e il 1414, fosse custodito un leone in una gabbia. Nell’epoca medievale il leone era il simbolo della città di Roma, capace di rappresentare forza, maestà ma anche saggezza; la sua presenza ai piedi del Campidoglio era a protezione dell’intera città, fondata da Saturno proprio sulla cima del Colle Fatale.
In una domenica di novembre del 1414 un ragazzo si accostò troppo alla gabbia e venne dilaniato dal leone. Dopo una lunga riunione l’amministrazione decise di sopprimere la fiera nel Palazzo Senatorio, di fronte alla statua di Giulio Cesare. Il Leone venne sostituito da una Lupa e la sua spoglia venne donata al capo del rione Ripa che la seppellì in un orto di là dal Tevere.
Nel corso degli anni la sepoltura divenne un importante luogo di orgoglio popolare per tutti gli abitanti della sponda “sbagliata” del fiume, il riferimento di un’identità diversa dalla città matrigna. Quando nel Settecento venne effettuata la prima ripartizione dei rioni era ormai chiaro che il “ripartimento transtiberino” non poteva più essere accorpato al rione Ripa: quest’ultimo scelse, per il proprio araldo, il timone di una nave, mentre i trasteverini scelsero, ovviamente, la caput leonis.

Nel corso degli anni le narrazioni attorno alla polisemia del simbolo si sono stratificate. Si ritiene che la testa del leone rappresenti i cristiani martirizzati che abitavano a Trastevere. In epoca romana questi venivano deportati nelle arene e fatti sbranare dalle fiere. Allora il leone sarebbe l’animale carnefice e il rosso sullo sfondo il sangue versato dai martiri. Per altri, più semplicemente, simboleggerebbe la forza e la fierezza dei trasteverini.
In ognuna di queste leggende ricorre la scelta di una contrapposizione dei trasteverini alla città di Roma, di cui si riterrebbero, al contempo, la parte migliore e un corpo estraneo. È per questo che l’espressione “Romani-Trasteverini” esprimerebbe tanto romanità autentica, quanto non-romanità. Non a caso Gabriella Ferri cantava nella prima strofa «semo romani, n’più trasteverini» come due cose separate, mentre nella seconda strofa aggiustava: «semo romani, trasteverini».
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La testa di leone su sfondo rosso campeggia anche al centro della saletta interna del Bar San Calisto, accanto alle foto stinte di vecchi pugili e di squadre romane scrupolosamente bipartisan. La saletta compare anche in una scena de La Grande Bellezza di Sorrentino: Jep entra con la solita aria da flâneur e guarda angosciato e stupito gli anziani seduti. L’inclusione nei luoghi della Roma sorrentiniana conferirebbe al bar quell’aurea di autenticità posticcia che attribuiremmo ormai a molti locali trasteverini e romani in generale.
Questo dell’autenticità è un discorso chiave quando si parla di Trastevere. Il Bar San Calisto è stato protagonista di Barricata San Calisto, un documentario girato da Ivano De Matteo nel 2000 che vuole raccontare, attraverso un bar di riferimento nella cultura del quartiere, la perdita dell’identità della Roma trasteverina, o almeno la sua trasformazione. In questo contesto il San Calisto rappresenterebbe un’isola felice di resistenza, «un posto che è cambiato ma è rimasto sempre lo stesso».

Nelle interviste ai trasteverini c’è soprattutto la nostalgia: «Io vengo al Bar San Calisto perché è rimasto l’unico de Trastevere» dice una signora con la voce roca di sigarette. «Hanno aperto tutti ‘sti pidocchiari, ‘sti zozzoni e ‘n sapemo più do anna, n’ce capimo più gnente. A noi c’è rimasto Marcello: ce mette er caffeuccio a mille lire perché semo nati qua». Più avanti, un ragazzo più giovane, sui 30 anni, esprime lo stesso concetto in modo più triste: «Quanno stavamo tutti insieme se capivamo ar volo, co ‘no sguardo, adesso qui ‘a gente ride pe’ cose che io nun capisco proprio». In sottofondo si sente uno stornello romano di primo Novecento, la voce, sempre un po’ tremolante, canta: «Vecchia Roma sotto la luna nun canti più/Li stornelli e le serenate de gioventù/Er Progresso t’ha fatto granne ma sta città/Nun è quella ‘ndo se viveva tant’anni fa».
Il discorso sulla perdita di autenticità è così sedimentato che è ormai diventato impossibile individuare i confini fra retorica e realtà. Se già negli anni ’30 la “Roma de ‘na vorta” era diventata un topos, la nostalgia di quelli nati negli anni ’40 cosa rimpiange? E di quelli nati negli anni ’60? Quale immagine di Trastevere rincorre ciascuno di loro?
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Quindici anni dopo non pensavo che il San Calisto avesse mantenuto la sua centralità identitaria. In fondo il 2000 dista troppe ere culturali per non immaginare un cambiamento, specie se il cambiamento era già il topos di un documentario dell’epoca. Eppure, dopo un paio di pomeriggi passati ai suoi tavolini, mi sono accorto che il bar è rimasto il punto di riferimento obbligato per chi vuole capire qualcosa di Trastevere. Attorno ai tavoli sciamano ancora molte delle facce che si vedevano nel documentario: Marcello, il proprietario; suo figlio; Ivano De Matteo stesso; persino la signora con la bocca stretta che ti ferma con la richiesta nasale «che c’hai ‘na sigheretta»? Gelatino e Peroni sembra ancora il menù di riferimento del locale.

Al tavolo vicino l’ingresso, sguardo basso sul Campari e faccia paonazza, c’è Er Vichingo, una leggenda che ha superato i confini locali. Tutti me lo indicano come quello con cui parlare. Capelli portati sempre lunghi e ricci, stando ai racconti Er Vichingo pare sia proprio quello citato da Carlo Verdone quando in Acqua e Sapone è ossessionato da gente che continua a chiedergli se frequenta «er giro der Vichingo a Fregene». È un personaggio così iconico che alcuni registi lo chiamano nei film per interpretare sé stesso: In Pranzo di Ferragosto, di Gianni De Gregorio, per esempio Er Vichingo è il pescatore amico del protagonista. Quando il film è stato presentato al Festival di Venezia è arrivato in sandali, calzoncini e canottiera, dimostrando di non uscire mai dal personaggio. Provo a informarmi su quello che fa nella vita ma nessuno sa rispondermi con precisione: «Però paga sempre tutto. Sia qua che da Augustarello, er ristorante a Piazza de’ Renzi». Immagino quanti altri ragazzi come me sono andati a chiedergli qualcosa su Trastevere, per scrivere un pezzo o fare un servizio al Telegiornale, così decido di non andarci a parlare. A vederlo da fuori non sembra avere preoccupazioni e mi chiedo se è davvero così. Mi viene in mente un’altra frase del documentario: «Si può stare, infinitamente, senza chiedere una limonata […] (il bar nda) conserva una visceralità trasteverina, di tipo filosofico: ovvero “fai che cazzo vuoi”».
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«Roma è la città delle illusioni, non a caso qui ci sono la chiesa, il governo e il cinema, tutte cose che producono illusione» dice Gore Vidal in un cammeo in Roma, di Federico Fellini. Lo scrittore parla seduto a una lunga tavolata alla “Festa de Noantri”, l’unica tra le feste rionali di Trastevere che mantiene una certa tradizione. La sua origine risale al 1500, quando alcuni marinai del vicino Porto di Ripetta trovarono una statua di legno della Madonna alla foce del Tevere; la portarono ai frati carmelitani di San Crisogono che la riconobbero come la vergine del proprio ordine. La Madonna fu collocata nella Chiesa di Sant’Agata e da lì la vergine esce soltanto una volta l’anno, il sabato successivo al 16 luglio. Da quel momento la “madonna fumarola” divenne la protettrice del rione Trastevere e le edicole sacre sono presenti praticamente ad ogni angolo del quartiere. Il culto della Madonna a Trastevere è pari solo a quello dei coltelli, sui quali venivano incisi i nomi delle innamorate «Nina, Nunziata, Rosa, Amore mio, Còre mio»: si dice che non è Festa De Noantri quella che finisce senza almeno un accoltellato e la stessa genesi del nome deriverebbe da un litigio. Un giorno un trasteverino si “appiccicò” con un “forestiero” che stava importunando una trasteverina e pare essersi rivolto a lui con uno scioglilingua leggendario: «Che ne diressivo voantri si noantri quando venissimo alle festa de voantri ce comportassimo come ve comportate voantri alla festa de noantri?!». I ‘noantri’ sarebbero i trasteverini – che infatti in genere si riferiscono al quartiere con l’epiteto “er rione de Noantri” – mentre i ‘voantri’ sarebbero gli estranei, ancor meglio se “di là dal Tevere”. Se la dialettica di scontro con un nemico immaginario è un meccanismo consolidato di costruzione dell’identità culturale, i trasteverini sembrano davvero ossessionati dalla ricerca di diversità. Andando indietro nel tempo fa impressione notare con quanta perseveranza sia stata perseguita la retorica della contrapposizione. Prima alla Roma monarchica, poi a quella imperiale, poi a quella papalina, poi a quella corrotta, infine a quella borghese. Ancora a inizio Novecento erano comuni espressioni come «Che vai dentro Roma?» e ci si riferiva ai trasteverini come quelli che «Nun passeno ponte». In tal senso Trastevere anticipava l’isolamento attuale delle periferie romane, condannate dalla mancanza di infrastrutture pubbliche a rimanere delle cittadelle desolate.

A proposito della riottosità dei trasteverini illumina un detto popolare riguardo il carcere di Regina Coeli: «A via de la Lungara ce sta ‘n gradino/chi nun salisce quelo nun è romano/nun è romano e né trasteverino».
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Mi consigliano di venire la mattina per parlare con qualche residuo trasteverino. Arrivo verso le 11 di un martedì e trovo degli anziani che prendono tavoli e sedie dal San Calisto e li trasportano direttamente al centro della piazza. Mi avvicino e gli dico che sto scrivendo un articolo e che vorrei fare loro qualche domanda su Trastevere, reagiscono come a qualcosa a cui erano preparati, uno di loro – che si presenta come “Gigi er trapanatore” – mi fa notare che un anno fa il TG5 lo ha immortalato davanti alla Basilica di Santa Maria in un servizio intitolato Gli ultimi trasteverini. Poi mi spiega che in realtà lui non abita più a Trastevere: radunati alla tavola della briscola su sette trasteverini solo due continuano a vivere nel quartiere, gli altri sono stati quasi tutti sfrattati ma continuano a venire al San Calisto ogni mattina per giocare a carte. Da Marconi, Portuense, Monteverde, prendono l’8 e scendono a piazza Sonnino, limite ultimo a meridione del quartiere. Alcuni sono stati sfrattati addirittura negli anni ’80, altri più recentemente, quasi sempre a causa dell’aumento degli affitti, drogati prima dall’arrivo degli statunitensi innamorati di Roma, poi da quelli che vengono a studiare alla John Cabot, l’università americana a via della Lungara. Gli studenti sono a Roma spesso per periodi ridotti di tempo, e non trovano né il tempo né la voglia per integrarsi realmente nel tessuto sociale della città. Chiedo se gli americani facciano vita di quartiere, mi risponde «Gli americani nun se vedono, al massimo se vede Giuliano Ferrara che scende in ciavatte a porta’ a spasso er cane». Mi viene il sospetto che forse sto cercando la Trastevere sbagliata.
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I primi abitanti di Trastevere furono quelli che non erano legati agli affari della città ma a quelli del fiume: marinai, pescatori, portuali, raggiunti poi dagli orientali, soprattutto persiani ed ebrei. La grande presenza di minoranze etniche ha contribuito a generare il senso di “diversità” del quartiere. La Trastevere precedente all’Unità d’Italia doveva essere un luogo pericoloso, claustrofobico, fatto di strade anguste e insalubri: il riferimento non era la città dall’altra parte del fiume, chiusa nell’immobilismo papalino, ma quella magica immaginata oltre il mare.
Questo conferiva a Trastevere, e a certi suoi angoli, un’aria onirica felliniana.

Superata l’insegna del Caffè del Moro – dove un marinaio e due bersaglieri offrono un bicchierino a delle ragazze africane – si scende verso via della Renella, che prende il nome da una spiaggetta balneare frequentata dai trasteverini fino alla fine dell’Ottocento. Vicino alla spiaggetta sorgeva, interamente in legno, il Teatro Politeama: qui si poteva assistere soprattutto a spettacoli di marionette, mentre d’estate veniva aperto e ospitava imponenti circhi equestri.
Se vogliamo trovare uno spartiacque storico profondo nel mutamento di Trastevere dobbiamo individuarlo nell’erezione dei muraglioni sul Tevere, che hanno privato il quartiere del contatto diretto con il fiume. «Una monotona arginatura di travertino abbaglierà la vista dall’una all’altra sponda del fiume. Un lungotevere noioso avrà usurpato il luogo di un paesaggio mirabile, forse unico nel genere». Scriveva Giuseppe Baracconi nel 1904.
È forse in quel momento che Trastevere è diventata veramente Roma.
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La contrapposizione fra Trastevere e la città di Roma ha forse permesso alle controculture di vedere nel quartiere un terreno naturale dove stabilirsi negli anni ’70. In una celebre scena del film Trastevere – che in parte racconta appunto l’arrivo degli alternativi nel rione – un barista domanda a un altezzoso conte: «Arivano li stranieri, l’artisti, i capelloni, l’intellettuali compreno ‘ste case, certe scatole de bacarozzi, a peso d’oro e li trasteverini piano piano se ne vanno. Che ce trovate in Trastevere che venite tutti qui?». Ancor prima di Monti e Pigneto, è stata Trastevere ad essere protagonista della prima gentrificazione della capitale: le motivazioni politiche si univano a quelle economiche, come ricorda un ex militante nel documentario su San Calisto con un pizzico di idealismo: «Si spendeva poco per l’affitto, si mangiava per niente e si beveva per niente. La gente del posto accettava la cultura “altra” nascente, la sentiva sua».
Che fine hanno fatto tutte le gallerie d’arte e i salotti letterari che sono spuntati in quegli anni?
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Risalendo San Francesco a Ripa verso il viale, superato “Ivo er pizzettaro” e il negozio di fritti dove pranza il ceto impiegatizio, si arriva alla Conad. Qui è possibile trovare, tra gli scaffali, i fagioli dolci Heinz, il burro d’arachidi Skippy e lo sciroppo d’acero Vertmont. Se si cercano degli indizi sul tessuto socio-culturale di un luogo bisogna andare al supermercato. Dietro piazza Sant’Egidio, tra vicolo del Cedro, Porta Settimiana e via della Lungara i menù esposti fuori dai bar sono scritti in inglese e includono anche il Frappuccino. Faccio caso ai nomi sui citofoni: Stephenson, Orgil, Kunkt, Evers, Uli Schmidt. Tutte queste persone in quale Trastevere vivono?
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Girando per piazza Santa Maria trovo due americani seduti per terra che disegnano la basilica. Avranno poco più di vent’anni e la faccia cosparsa di crema solare. Mi dicono che sono studenti della John Cabot, che da quando vivono a Roma amano andarsene in giro a disegnare l’arte. Mi dicono che naturalmente la città li fa impazzire, anche se quando gli chiedo che posti frequentano mi fanno capire che difficilmente si allontanano dal triangolo Trastevere-piazza Navona-Campo de’ Fiori, e dal pub Drunken Ship. Quando gli chiedo cosa preferiscono di Roma mi danno una risposta che mi innervosisce: «Qui è tutto veeery slow, tutti sono rilassati». Per un attimo mi sono sentito come se mi vedessero con una pizza al posto della faccia.

Queste persone sono semplicemente piene di stereotipi, oppure vivono dentro una Trastevere immaginaria, quella rimpianta negli stornelli, quella che molti di noi avrebbero voluto fermare nel tempo?
Trastevere fa ormai parte di quei luoghi entrati in una psico-geografia internazionale – un po’ come Kreuzberg, Montmartre, Manhattan –, luoghi su cui si rifrange la città in sintesi. Luoghi che vivono nella contingenza empirica locale, ma che al contempo si proiettano in una dimensione globale a metà tra reale e immaginario. Ripensano la propria identità mescolando stereotipi e realtà di ogni epoca: Trastevere è la somma di tutte le idee di Trastevere.
“Trastevere immaginaria” è tratto da “R. XIII – Trastevere, storie al di là del fiume”, monografia cartacea nella quale DUDE MAG racconta alcune tra le infinite storie del rione numero tredici di Roma.
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