I primi 25 anni di Friends
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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I primi 25 anni di Friends

La fiducia che David Foster Wallace riponeva negli istituti di studi demografici e nella loro capacità di produrre analisi sociologiche azzeccate era, in parte, mal riposta.

«Television’s whole raison is reflecting what people want to see. It’s a mirror. Not the Stendhalian mirror reflecting the blue sky and mud puddle. More like the overlit bathroom mirror before which the teenager monitors his biceps and determines his better profile. This kind of window on nervous American self-perception is just invaluable, fictionwise. And writers can have faith in television. There is a lot of money at stake, after all; and television retains the best demographers applied social science has to offer, and these researchers can determine precisely what Americans in 1990 are, want, see: what we as Audience want to see ourselves as. Television, from the surface on down, is about desire». 

La fiducia che David Foster Wallace riponeva negli istituti di studi demografici e nella loro capacità di produrre analisi sociologiche azzeccate era, in parte, mal riposta: le scienze sociali avranno pure una loro metodologia rigorosa, ma le interpretazioni dei dati che emergono da quelle metodologie sono elaborate da uomini e donne che vivono una certa realtà storica e sono soggetti agli schemi mentali di quella realtà storica. Sul ruolo della televisione, invece, ci aveva visto lungo.

Quando l’episodio pilota di Friends viene sottoposto al pubblico per una proiezione di prova, il verdetto fu un abissale 41% di gradimento. In quell’occasione, lo stesso episodio che quattro mesi dopo avrebbe portato sulle frequenze della NBC 21.5 milioni di spettatori viene definito non divertente, intelligente né originale, i personaggi troppo egocentrici e l’amicizia tra loro troppo superficiale. Monica (Courtney Cox) era troppo zoccola, Ross (David Schwimmer) faceva troppe battute sul suo divorzio, Phoebe (Lisa Kudrow) era troppo svampita, Chandler (Matthew Perry) troppo sarcastico, Rachel (Jennifer Aniston) troppo viziata e Joey (Matt Le Blanc) troppo macho. Il sesso era un argomento troppo controverso. Il Central Perk era un’ambientazione troppo trendy e disorientava il pubblico. Si sentiva la mancanza di un personaggio più anziano che desse saggi consigli a questi ventenni così sciocchini. Diciamocelo: il pubblico di quella proiezione nel maggio 1994 si meritava Don Matteo.

«It’s about sex, love, relationships, careers, a time in your life when everything’s possible. And it’s about friendship because when you’re single and in the city, your friends are your family». 

Martha Kauffman e David Crane (i creatori di Friends n.d.r.) avevano studiato per mesi la cultura giovanile, o l’autopercezione della cultura giovanile, intervistando le loro babysitter e guardando tonnellate di Beverly Hills 90210 e brat pack movies, il che evidentemente li aveva portati a due rivelazioni fondamentali per la concezione di Friends:

  1. avere ventisei anni e un lavoro del cavolo ti fa guardare al futuro con un misto di incertezza e speranza in cui chiunque si può identificare facilmente;
  2. avere un cast pieno di attori carini aiuta parecchio. 

Alla facciaccia delle previsioni, la sit-com riscuote consensi importanti senza perdere nessuno degli elementi del pilot originale. Come succede nella prima stagione di qualunque serie, qua e là venne aggiustato il tiro. In fase di pre-produzione, Monica era stata pensata come protagonista, Joey avrebbe dovuto essere il suo interesse romantico, mentre gli altri sarebbero stati il contorno comico; invece succede che, posta la premessa di questi sei ventenni nella New York ripulita di Rudy Giuliani, Ross e Rachel, che iniziavano a muovere i primi passi nell’oceano di possibilità della grande metropoli, si rivelano più adatti come coppia alfa. D’altra parte, c’è Matt Le Blanc che prende il suo personaggio tutto gilet di pelle e sciovinismo e lo trasforma nel Joey definitivo, tonto ma dal cuore tenero, e c’è Courtney Cox che infonde in Monica un’energia eccentrica rispetto agli schemi anni Ottanta della donna indipendente, sicura di sé e vagamente femminista, per farla diventare un personaggio più originale, l’iperattiva e un po’ insicura maniaca del controllo e dei sottobicchieri che conosciamo bene.

L’episodio ambientato durante la festa del Ringraziamento è quello che inizia a farci conoscere meglio questi personaggi e a improntare la rappresentazione del gruppo di amici come una sorta di famiglia surrogata, in grado di colmare le disfunzioni delle famiglie naturali dei protagonisti. Friends è fatto così: in venti minuti ti convince completamente che nella vita basta avere degli amici che sanno tutto dei tuoi stupidi genitori e tengono a te e dividono con te i loro panini al formaggio quando bruci la cena del Ringraziamento. Fondamentalmente, la differenza rispetto all’altra serie che parlava di un gruppo di ventenni, Melrose Place, non riguardava solo la vecchia faida di 2Pacchiana memoria, East Coast contro West Coast (anch’essa molto anni ’90). Laddove a Los Angeles la vita di condominio era un ricettacolo di corna e sociopatia perfetto per il genere soap, a New York si rivelano vincenti le dinamiche universali del microcosmo amicale e la comicità basata sulle idiosincrasie dei personaggi–talmente vincenti che il modello viene ricalcato, con alterne fortune, per due decenni.

Onestamente, l’elemento soap non era del tutto estraneo neppure a Friends. L’arco interepisodico della prima stagione, una volta ricalibrato, si concentra esclusivamente sulle vicende sentimentali di Ross e Rachel, dai timidi tentativi di approccio di lui alle distrazioni di lei: Paolo, il bellimbusto italiano, e Barry, il fidanzato mollato all’altare, reintrodotto per dimostrare che Rachel ha rinunciato definitivamente alla vita da trophy wife suburbana. La seconda stagione accentua ulteriormente il tira e molla tra Ross e Rachel con l’inserimento di un nuovo vertice del triangolo, Julie; ostacolo che, ridefinendo il rapporto tra i due, ci regala anche inquadrature epiche della povera Rachel in pieno abbrutimento, incorniciata dalla finestra dell’appartamento battuta dalla pioggia. 

È anche grazie a queste insistite geometrie se la serie arriva così presto al livello di must see, tanto sicura di sé e dei suoi mezzi da iniziare a sfoggiare un susseguirsi di guest star che erano il gotha del proprio decennio: da George Clooney e Noah Wyle a Brooke Shields, Julia Roberts e Jean Claude Van Damme. L’altra importante esibizione di autostima che inizia a emergere è la volontà di giocare con lo status quo: data una certa realtà serialmente raccontata, ogni tanto gli autori si divertono a uscire dai confini da loro stessi disegnati per (metanarrativamente) esplorare altre dimensioni e così commentare quella principale. È il caso di Days of Our Lives, la soap opera magistralmente interpretata da Joey, ma anche del prom di Rachel e Monica, mostrato tramite un home movie d’annata: in un colpo solo ci vengono regalate perle come il fatsuit, famigerato costume da cicciona che accompagnerà Courtney Cox in tutti i flashback e in un (mi perdonino i Losties) flash-sideways, ma anche il nasone di Rachel, il pornstache di Ross e, in calce, la teoria delle aragoste di Phoebe. Lo spirito del gioco torna spesso anche nelle sottotrame di Joey e Chandler, le cui vicissitudini di coinquilini/migliori amici vengono spesso interpretate, ironicamente, attraverso la stessa chiave di lettura della coppia tormentata che, canonicamente, viene riservata a Ross e Rachel. 

La terza stagione è, per entrambe le coppie, particolarmente problematica. Ed ecco che, di nuovo, Friends fa educazione sentimentale. Ross e Rachel vivono serenamente la loro storia, finché a Rachel non viene la fregola della carriera e Ross, in preda a un attacco di gelosia irrazionale, cade nella trappola della pausa di riflessione e va a letto con un’altra (Rachel lo scopre, da cui una delle scene più strappalacrime di cui abbia ricordo). Il dibattito imperversa, dentro e fuori la serie, creando uno dei tormentoni più celebri nella storia della tv: erano in pausa, sì o no? E la colpa è stata di Ross troppo geloso o di Rachel troppo assorbita dal lavoro? Le menti migliori della nostra generazione non sono ancora riuscite a venirne a capo.

Guardare Joey e Chandler poi, è come leggere l’enciclopedia del bromance, la relazione eterosessuale ma ricca di sottotesti omosessuali tra due uomini, che dopo Friends è diventata quasi immancabile nella comedy televisiva e cinematografica. Millenni prima di Ted-Robin-Barney, ma anche di Ross-Rachel-Joey, le condizioni del «bros before hoes» vengono chiarite una volta per tutte in merito a una certa Kathy, che sta con Joey per poi passare a Chandler: il verdetto è che non si può mai e poi mai uscire con la donna di un bro, a meno che il bro non decida che è ok (tendenzialmente, finisce che non è mai ok anche se ha detto che è ok, perciò, quando Kathy tradisce anche Chandler, è come se il karma avesse fatto il suo corso e siamo tutti molto sollevati).

La quarta stagione di Friends è perfetta: è l’apice assoluto della serie, nello stesso modo in cui l’album più bello di un gruppo non è quello con i pezzi migliori della discografia, ma quello che ascolti sempre dall’inizio alla fine senza skippare mai. C’è tutto: l’esca emotiva di Ross e Rachel che semi-tornano insieme, la gravidanza di Phoebe, lo scambio di appartamenti, il matrimonio di Ross e Emily. C’è anche The One With the Embryos, universalmente considerato l’episodio migliore della serie — allora forse la quarta stagione è come quegli album che, oltre a non skippare mai, contengono anche il pezzo migliore della discografia e fanno invidia a tutti gli altri album. Da una parte c’è Phoebe che, dopo aver accettato di fare da madre surrogata al figlio di suo fratello, deve sottoporsi all’impianto degli embrioni. Questo era un personaggio di cui, fin qui, sapevamo essenzialmente due cose: che era una sorta di hippy molto dolce e altruista e che aveva faticato parecchio per ritrovare qualche brandello della sua famiglia. La scena in cui la futura mamma parla agli embrioni ancora nella capsula è di una rara intensità emotiva: adesso sappiamo anche fino a che punto sia altruista e quanto sia disposta a fare per suo fratello, ed è la sua apoteosi, oltre ad essere una delle poche linee narrative davvero importanti per un personaggio quasi sempre defilato.

Altrettanto strettamente basata sulla conoscenza dei personaggi (da parte nostra, come spettatori, ma anche fra loro, intradiegeticamente) è la sottotrama che riguarda gli altri protagonisti, in una catena di reazioni e poste in gioco che sono gli ingredienti principali della commedia. Quando Chandler e Joey indovinano l’esatto contenuto della spesa di Rachel e si vantano di quanto la conoscano, Monica scommette che lei e Rachel conoscono i ragazzi ancora meglio. La partita a trivial pursuit, con le conseguenze che avrà negli episodi a seguire, è una lezione magistrale per chiunque abbia a che fare con l’arte della narrazione. In una raffica di domande e risposte, è come se la serie scoperchiasse un sotterraneo di storie non raccontate e di momenti avvenuti offscreen ma coerenti con quanto abbiamo visto e sentito, e proprio per questo conseguono l’effetto comico ricercato: una simile attenzione alla continuità della storia, che paga tanto gli autori quanto gli spettatori, era senza precedenti nella sit-com, ma sarebbe stata imitata da tutti i successori.

Con la quinta stagione cambia tutto. Ross non aveva mai brillato per carisma o per fortuna in amore, ma quando dice il nome della donna sbagliata al proprio matrimonio, tra la fuga di Emily e i ricatti emotivi e il divorzio e il licenziamento, il livello di sfiga inizia a salire vertiginosamente. Phoebe, invece, dopo aver partorito i tre gemelli di suo fratello, con un’altra scena terribilmente commovente in cui dice addio ai bambini, mostra i segni della più lunga e strana depressione post parto mai vista, e il personaggio più dolce ed empatico del cast inizia a cambiare radicalmente. Ma si era liberato un posto da sarcastico e qualcuno doveva pur riempirlo. Nello stesso arco di puntate avviene il passaggio più importante dai tempi del pilot: l’inizio della storia tra Monica e Chandler. La coppia, destinata a scatenare un fandom quantomai accanito, segnerà la crescita dei due personaggi e ridarà grande vitalità alle dinamiche della serie.

Tra la sesta e l’ottava stagione, Friends campa di rendita e di guest star. Quando Chandler va a vivere con Monica, si innesca una sorta di gioco delle sedie a base di posti letto nel Village. L’annata di Rachel prosegue con una Reese Witherspoon per sorella e un Bruce Willis per amante. Chandler e Monica, dopo molti equivoci e un gradito ritorno di Tom Selleck, decidono di sposarsi, ma il giorno del matrimonio, come ormai d’abitudine, Rachel ruba la scena annunciando di essere incinta. Durante quella che è stata la gravidanza più lunga della televisione (quindici mesi in-universe tra il matrimonio di Monica e la nascita di Emma), c’è ampio spazio per comparsate più o meno prestigiose tra cui quella di Brad Pitt (all’epoca marito della Aniston) e per un nuovo colpo di scena nelle geometrie di Ross e Rachel: stavolta è Joey a inserirsi tra i due, con gran dispiacere di tutti gli interessati. La decisione, presa dagli autori col semplice obiettivo di complicare un po’ il percorso della coppia alfa, era malvista addirittura dal cast, che evidentemente aveva più contatto con la realtà e con la percezione comune. All’inizio della nona stagione, la cotta di Joey venne fatta passare e l’idea venne tenuta in standby per un po’, in attesa di capire quale sarebbe stato il destino della serie.

La decima stagione, che all’unanimità viene ricordata come la peggiore, fu una forzatura rispetto alle nove programmate: affrontata controvoglia dagli autori e ancor di più dal cast che iniziava ad avere di meglio da fare, durò solo 18 episodi e lasciò l’amaro in bocca a tutti, soprattutto agli spettatori. La storia tra Rachel e Joey venne ripescata dal cassetto delle idee del cavolo e intrapresa con la consapevolezza che non poteva durare più di qualche episodio. Il finale di serie, nonostante le controversie, è un momentaccio per tutti. Una liberazione, ma anche una separazione sofferta. Le trame da concludere sono quasi terminate. Phoebe, un po’ tornata in sé e addolcita dal fidanzato Paul Rudd, si è sposata già da qualche episodio. Monica e Chandler, che non riuscivano ad avere figli, adottano i gemelli di Anna Faris e decidono di trasferirsi fuori città. Rachel, che aveva accettato un’offerta di lavoro a Parigi, alla fine torna con Ross. L’ultima scena, col grande appartamento viola completamente vuoto e le sei chiavi lasciate sul tavolo della cucina, venne girata senza il consueto pubblico in studio e col minimo possibile di tecnici. In parte, perché c’era la volontà di trattenere quanto più possibile la tensione e l’emotività del momento; in parte, ovviamente, era necessario ridurre il rischio di una fuga di notizie che spoilerasse il finale di una delle serie più seguite e amate di sempre — un finale che avrebbe totalizzato 52 milioni e mezzo di spettatori, numeri che oggi, dieci anni dopo, la serialità non può più neanche immaginare.

L’episodio finale di Friends andò in onda una settimana prima del finale di Frasier, un altro prodotto storico della NBC, arrivato all’undicesima stagione. Anche Frasier era molto amato, ma il bacino di spettatori sintonizzati sul suo atto finale fu infinitamente inferiore a quei 52 milioni e mezzo. Frasier era sofisticato e radical chic come il suo protagonista, Friends era una quasi soap opera con un umorismo più diretto, una quasi finestra sull’appartamento dei vicini di casa carini e simpatici che tutti avrebbero voluto avere. Le prime imitazioni arrivarono non solo prima della fine della serie, ma prima della fine del decennio. Will & Grace si propose come una via di mezzo proprio tra i personaggi di Friends e il tono di Frasier. Scrubs riprese con risultati memorabili il modello di tira e molla decennale con J.D. ed Elliot e l’affezionato bromance di Turk e J.D. How I Met Your Mother ha saccheggiato Friends nei suoi aspetti migliori ma anche in quelli peggiori e, in retrospettiva, potrebbe esserne considerato il diretto successore. E poi c’è The Big Bang Theory, debitore nei confronti di Ross, padre spirituale di tutti i nerd televisivi dell’ultimo decennio, mentre il pilot di New Girl metteva Jess nella stessa situazione di Rachel all’inizio del suo percorso. Ma gli esempi, includendo anche serie minori o che hanno ripreso aspetti più marginali, potrebbero continuare all’infinito.

1/30

I network, non c’è dubbio, avrebbero desiderato almeno quanto il pubblico qualcosa che potesse riempire il vuoto lasciato nel 2004 da Friends. Invece, il miglior candidato ha a malapena raggiunto i 20 milioni di spettatori. I tempi sono cambiati, l’offerta si è ampliata, il via cavo ruba il lavoro ai network, Netflix ruba il lavoro al via cavo, la sit-com è in declino, gli antieroi dei drama riscuotono consensi come non mai. I presupposti per mettere sul piedistallo la grande commedia del passato ci sono tutti.

Per dieci anni (e con parecchi anni d’anticipo sull’avvento del livetweeting), Friends ha rappresentato il terreno comune su cui tutti potevano confrontarsi e dire la loro. L’eco delle trasmissioni televisive nelle conversazioni quotidiane, nata insieme alla televisione stessa, con Friends raggiungeva livelli senza precedenti. I telespettatori stavano come prendendo a cuore le vicende dei propri amici, scambiandosi gossip, analizzando le loro motivazioni, ma anche assumendo i vari personaggi ad archetipi universali e culturali nei quali riconoscersi. Il meccanismo dell’identificazione scattava su diversi livelli. C’era la tradizionale identificazione col protagonista al centro dell’azione (la scena del matrimonio di Ross ed Emily è in questo senso didascalica, coi continui stacchi ai primi piani del faccione commosso di Jennifer Aniston), c’era l’identificazione nel vissuto e nei tratti caratteriali di uno o l’altro dei personaggi (Chandler era l’eroe, Monica l’anima, Joey la persona, Phoebe la dea) e l’identificazione nel contesto sociale della vita dei ventenni in una grande città, seppur con molte obiezioni.  

Friends è stato spesso criticato per la poca credibilità del mondo in cui agivano i suoi protagonisti: i grandi appartamenti in centro ad affitto bloccato, le migliaia di scene svaccati sul divano di una caffetteria in pieno giorno, la mancanza di riferimenti alla scena artistica e culturale della New York del periodo. È come se la sospensione dell’incredulità valesse solo per la fantascienza ma poi fosse inconcepibile che sei newyorchesi preferiscano Hootie and the Blowfish e Quattro matrimoni e un funerale agli Strokes e ai film di Darren Aronofsky. Ma la New York di Friends non è la New York di Girls. Il palazzo all’angolo tra Bedford e Grove non ha mai avuto l’enorme balcone da cui Rachel quasi cade giù togliendo le luci di Natale. Le poche scene ambientate al parco o in strada sono sempre girate in interni, nei teatri di posa della Warner a Los Angeles. Gli attentati dell’11 settembre e George W. Bush non vengono mai menzionati. La New York di Friends era una New York parallela, a cavallo tra quella vera, con le sue opportunità e i suoi spunti comici, e un’Isola che non c’è emotiva, da cui i personaggi, sei adolescenti mai cresciuti, alla fine della serie devono allontanarsi. In qualche modo, gli spettatori potevano visitare quella strana dimensione venti minuti ogni settimana e riviverla ogni volta che ne discutevano. In quei dieci anni di trasmissioni, il pubblico si è specchiato in quella New York parallela ritrovando ogni settimana qualcosa di sé, della propria mentalità, dei propri dilemmi — e, narcisisticamente, approvava tutto ciò che vedeva. Era l’effetto John Cusack. Come nei suoi film degli anni ’80, anche in Friends gli spettatori erano destinati a trovare dei termini di confronto con la propria vita di tutti i giorni, ma amplificati e abbelliti col favore delle telecamere al punto da creare un’illusione ancora oggi irresistibile: se solo potessi vivere in quell’appartamento con quelle persone, la mia vita sarebbe perfetta. Si parla da anni di un film o di uno speciale televisivo che riprenda le storie dei protagonisti, sul modello di Sex and the City. Qualche mese fa girava online un poster che pubblicizzava un episodio chiamato The One After The Ten Year Break, ma naturalmente era un fake. Friends parlava del periodo in cui gli amici sono come una famiglia, ma quando ognuno inizia a formare una famiglia per conto suo e a lasciare l’Isola che non c’è, le dinamiche cambiano definitivamente e si fa ora di calare il sipario.

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Illustrazione di Matteo Tiberia.

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Martina Cervino
Nata a Roma nel 1988. Laureata in lettere, dottoranda in spettacolo. Assistente ai programmi a Rai Storia. Sottotitolo cose bellissime per Subsfactory. Da grande voglio diventare Maggie Smith.
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