Quando scrivo un messaggio alla mia ragazza (che sia su Facebook o su WhatsApp) evito accuratamente le emoji. Credo sia dovuto a un certo snobismo intellettuale, un tacito (ma nemmeno troppo) accordo tra me e lei: non riusciamo a fidarci delle parole per comunicare il nostro stato d’animo?
Ultimamente, però, ci stiamo concedendo di usare gli sticker sulla chat di Facebook, ma sono un po’ diversi dalle emoji, sono più elaborati, ma, e questa è la differenza fondamentale, non fanno parte dell’Unicode Consortium. Dietro questo nome dal sapore pynchoniano c’è un gruppo di programmatori con la passione per la linguistica che provvede a rendere più facile la nostra comunicazione, ormai quasi totalmente text-based (sms, chat, email). I computer trattano numeri, per cui hanno bisogno di assegnare un numero a ogni carattere. Il problema è che, prima di Unicode, c’erano diversi sistemi di codifica che spesso entravano in contraddizione tra loro, non solo tra lingue diverse, ma anche all’interno della stessa lingua. E qui arriva Unicode, che attribuisce un numero univoco a ogni carattere, indipendentemente dalla piattaforma, dall’applicativo, dalla lingua.
L’Unicode Consotium, quindi, si occupa di lingue. Fin qui nulla di strano. Tratta l’italiano, l’inglese, il castigliano, il catalano, l’arabo, il cherokee (che non è un modello di Jeep), il tamil, il tibetano e molte altre. La cosa che potrebbe sembrare strana (almeno a me e alla mia ragazza) è che si occupa anche delle emoji: le tratta come se fossero a tutti gli effetti una lingua, con pari dignità e pari importanza. I disegnini della faccina che sorride o di quella triste o del gamberetto fritto (su cui tornerò più avanti) sono una lingua. Mettiamoci il cuore in pace. E la spiegazione, in effetti, è abbastanza semplice.
Tyler Schnoebelen, ricercatore che si occupa di linguistica e analisi dei testi a Stanford, è molto chiaro: abbiamo imparato a parlare, abbiamo imparato a scrivere, ma solo negli ultimi anni stiamo imparando a scrivere alla velocità del parlato (chat e servizi di messagistica istantanea come WhatsApp, con l’ansiogeno “sta scrivendo…”, vi dicono qualcosa?), in situazioni di mancanza di qualsiasi contatto fisico. Se parlassimo guardandoci in faccia, avremmo bisogno di aggiungere una faccina sorridente o una che ammicca alla fine di ogni frase? No. Basterebbe sorridere o ammiccare mentre si parla. Lo psicologo Albert Mehrabian (ultracitato e ultracriticato) negli anni ‘50 affermò che solo il 7% della comunicazione è verbale (quello che dico), mentre il 38% è vocale (come lo dico, quindi il tono di voce) e il 55% è non verbale (tutto quello che dice il mio corpo: la postura, l’espressione del volto, come muovo le mani, ecc.). Benissimo, ma se ci scriviamo?
Se digito su una tastiera con uno schermo davanti o faccio scorrere il dito su un touchscreen, sto escludendo il 93% degli strumenti comunicativi che ho a disposizione. Ecco, a questo punto le emoji sembrano meno stupide e più funzionali: traducono in Unicode e poi in immagine uno stato d’animo, qualcosa che altrimenti esprimeremmo attraverso il tono di voce o l’espressione del volto o un certo modo di muovere le mani.
Effettivamente l’inserimento di immagini nella scrittura non è una cosa nuova, anzi. I pittogrammi sono la forma più antica di scrittura, ne sono state trovate tracce in Mesopotamia, in Egitto e in Cina. Da queste rappresentazioni immediate di oggetti e cose visibili, si passa ai logogrammi, simboli che rimandano a una parola (per esempio: € sta per euro), e agli ideogrammi, ovvero immagini o simboli che rappresentano un concetto astratto o un’idea. Va bene, se pensate agli ideogrammi giapponesi non state sbagliando, ma tornate in occidente, molto più vicini alla nostra cultura e al nostro modo di leggere la realtà: il disegnino di un uomo su una sedia a rotelle è un’ideogramma, perché oltre al significato immediato (uomo su sedia a rotelle) comunica in modo universale l’idea di accessibilità ai disabili; l’omino verde al semaforo, oltre al significato immediato (uomo che cammina) significa che possiamo attraversare la strada senza essere falciati da un’auto (in teoria, ma questa è un’altra storia). Le emoji possono funzionare magicamente come pittogrammi e ideogrammi allo stesso tempo. Prendiamo l’emoji “melanzana”: al livello più semplice e immediato è una melanzana (se mio padre vuole dirmi che è stato al mercato, mi manderà le emoji di una melanzana, di un pomodoro, di una fragola), ma a un livello più complesso, quello in cui entra in gioco l’interpretazione (e una buona dose di malizia, anche) può diventare un cazzo e, associata all’emoji di una pesca (che somiglia in modo equivoco a un culo) diventa la traduzione in immagini di un atto sessuale. Secondo Jenna Wortham, reporter del New York Times che si occupa di tecnologia, le emoji sono diventate l’evoluzione di un linguaggio crittografico che cambia in base agli interlocutori con cui lo si usa e al contesto in cui viene usato. Se, di ritorno dal supermercato, mando a mio padre una sequenza di emoji in cui ci sono una melanzana e una pesca, probabilmente (se non sono un pazzo pervertito), le sto usando per il loro significato letterale; se, invece, le mando a mio fratello, in una discussione piuttosto maschilista, sto alludendo a un atto sessuale ben preciso, magari con un intento ironico/scurrile (le ho usate spesso durante le partite dell’Inter e del Catania, che stanno vivendo una stagione deprimente). Le emoji sarebbero quindi un linguaggio in codice fatto di simboli con un significato evidente e immediato (una melanzana è una melanzana è una melanzana, direbbe Gertrude Stein) e un altro significato che sta un po’ sotto la superficie ed è frutto dell’interpretazione di chi legge/guarda (l’emoji “melanzana” ha una forma un po’ ambigua che rimanda a un fallo in erezione, per cui ecco che una melanzana è anche un cazzo duro). E qui torna l’emoji “gamberetto fritto”. Se mio fratello mi manda l’emoji “faccina con lacrime di gioia” (ribattezzata “the LOL emoji”) riesco facilmente a interpretare in modo esatto il suo significato. Ma se mi manda il gamberetto fritto? Vuol dirmi che ha ordinato le ormai mitiche “deux friteur”? Quanto è utile, dal punto di vista comunicativo, l’emoji “gamberetto fritto”? E quello “alieno di Space Invaders”? E quello “statua dell’isola di Pasqua”? A cosa servirebbero? Cosa comunicherebbero? E così torniamo all’ambiguità di alcune emoji: non tutte sono funzionali alla comunicazione (di un sentimento, di uno stato d’animo, di una situazione) in modo univoco e chiaro, molte sono semanticamente ambigue (ricordate la famigerata melanzana?).
A proposito di ambiguità semantica, non posso trascurare l’emoji “cacca che sgrana gli occhi”. Un occidentale la trova divertente e stramba: cos’avrà uno stronzo da strabuzzare gli occhi e sorridere? Perché mai dovrei inviarlo a qualcuno (ho pestato una merda sul marciapiede/mi scappa tantissimo/ho vinto la stitichezza)? La presenza di questa simpatica emoji si spiega risalendo alle loro origini.
Alla fine degli anni ‘90, la compagnia telefonica giapponese NTT Docomo stava cercando un modo per differenziare la sua offerta di chiamata su cercapersone (siamo negli anni ‘90, badate bene) e renderla più accattivante. Fu qui che arrivò l’idea geniale dell’impiegato Shigetaka Kurita: aggiungere dei disegnini ai messaggi, semplice. Kurita, armato di matita e foglio, disegnò le prime emoji (neologismo giapponese che significa più o meno “immagini parole”), ispirate a fonti iconografiche prettamente giapponesi, come i manga e i kanji (caratteri in prestito dalla scrittura cinese). E qui torna l’emoji “cacca felice”: la cultura nipponica l’associa alla fortuna (“unko”, merda in giapponese, inizia con lo stesso suono “oon” di fortuna), ecco spiegati quindi quegli occhi sgranati e quel sorriso smagliante. Ma l’importanza del Giappone nella storia delle emoji non finisce qui. Nel 2007, quando la Apple lanciò il primo iPhone, decise che, per sfondare nel mercato nipponico, sarebbe stato necessario introdurre le emoji, anche se le avessero usate solo i giapponesi. Così fu introdotta una emoji keyboard, ma abbastanza nascosta, in modo tale che gli occidentali non se la trovassero tra i piedi: a Cupertino credevano che un americano non fosse interessato ai disegnini scemi. Ma si sbagliarono: i più smanettoni, incuriositi dal fenomeno emoji esploso in Giappone, scaricarono un’app per sbloccare la keyboard nascosta.
E arriviamo così al 2014. L’Unicode Consortium ha annunciato che inserirà 250 nuove emoji: accanto ai potenzialmente utili “nuvola con pioggia” e “occhiali da sole”, ci saranno “mano con dito medio alzato” (in effetti potenzialmente utilissima, anche se gli emoji non comunicano rabbia e non li userei in un litigio perché altrimenti smorzerebbero l’incazzatura e rischierebbero di generare un effetto comico, perciò, durante un alterco digitale, meglio ricorrere al punto fermo o al vecchio caro caps lock tanto caro ai grillini) e poi il misterioso “uomo in abito scuro che levita”. Un’altra novità importante sarà l’introduzione della possibilità di cambiare il colore della pelle di alcune emoji secondo i toni della Scala Fitzpatrick (un dermatologo di Harvard che, nel 1975, distinse sei diversi tipi di colore in base alla diversa risposta ai raggi UV). Un gran passo avanti, viste le critiche per il dominio dell’etnia caucasica nel magico mondo delle emoji. Nessuna di queste nuove emoji è, in realtà, davvero nuova: sono tutte una traduzione dei font Windings e Webdings (ovvero quei font che non usereste mai in un documento Word, relegati nel dimenticatoio insieme al vituperato Comic Sans). L’enigmatico “uomo in abito scuro che levita” è presente in Webdings (font nato nel 1997) e sarebbe un tributo al logo della 2 Tone Records, casa discografica fondata da Jerry Dammers degli Specials e specializzata in ska. Il significato dell’emoji conseguente è tutto da definire (qualcuno l’ha già ribattezzata “the Men in Black emoji”): questo spazio in cui interviene l’interpretazione di chi le usa è uno dei tratti distintivi (e divertenti) di questa nuova lingua.
L’impatto dei disegnini scemi sulla cultura pop è forte e trasversale. Ecco alcuni esempi:
- i membri dell’ISIS le usano nei loro tweet;

- Jesse Hill ha tradotto in emoji il video di Drunk in Love di Beyoncé;
- Sempre Jesse Hill ha creato il lyric video di Roar di Katy Perry, in cui il testo appare come un messaggio digitato su WhatsApp dalla stessa Katy, che fa un uso abbondante di emoji;
- Fred Benenson è riuscito a raccogliere 3.676 dollari su Kickstarter per pubblicare Emoji Dick, traduzione in emoji del capolavoro di Melville;
- Drake si è fatto tatuare sul braccio l’emoji “mani giunte in preghiera”, che alcuni interpretano come l’emoji “high five” (ma il rapper canadese ha prontamente chiarito su Instagram il sostrato spirituale del suo nuovo tatuaggio).

In sette anni, la diffusione delle emoji è stata capillare. Se mio padre, a cinquantanove anni, le usa con disinvoltura e senza alcun imbarazzo, un motivo ci sarà. Masters of Sex mi ha insegnato che per dare autorevolezza a uno studio bisogna avere un campione molto ampio. Il mio breve studio sul rapporto tra emoji e ultracinquantenni non ha valore scientifico, visto che l’unico caso che ho osservato è quello di mio padre. Se si escludono Natale, Pasqua e un paio di settimane in estate, la comunicazione tra me e lui è principalmente text-based. Ci mandiamo un messaggio al mattino, uno prima di andare a dormire, commentiamo la serie A, a volte le notizie di attualità, mi fa report dettagliati e in tempo reale delle riunioni di famiglia. Lui inserisce emoji per manifestare stati d’animo e sentimenti nei miei confronti. Le emoji “cuore” e “faccina che manda un bacio con cuore” sono quelle che, statisticamente, ci scambiamo più spesso: dobbiamo accorciare le distanze e ci sforziamo di rendere più caldo un messaggio di testo come «buongiorno» che, di per sé, sarebbe piuttosto freddo e impersonale. Durante la giornata capita che ci scambiamo stringhe di emoji, combinazioni di cuori e cose simili (come a dire «ti penso e mi manchi» oppure «anche mentre lavoro e sono impegnato non smetto di pensarti») o emoji che hanno a che fare con il cibo se è ora di pranzo o di cena (l’emoji “fetta di pizza”, uno dei miei preferiti): in questi casi, la comunicazione tra me e lui può fare a meno delle parole e affidarsi completamente e con il massimo della fiducia ai disegnini inventati da Kurita. Non c’è un sottinteso di ironia (come quando, invece, mando l’emoji “maiale” al mio migliore amico), anzi: mio padre ci crede a quelle immagini, crede a quel cuore e a quella fetta di pizza. E ho finito per crederci anch’io alle emoji, per un motivo semplice: non posso abbracciare mio padre o sorridergli, per cui sono costretto a inserire un’immagine nei testi che gli scrivo, innanzitutto per non farlo preoccupare (quando, all’inizio, cercavo di resistere alle emoji, lui mi chiedeva se andasse tutto bene o se fossi arrabbiato o preoccupato per qualcosa), secondariamente perché non ho altri mezzi per comunicargli sentimenti e stati d’animo. Ecco che verrebbe confermato uno dei pregi delle emoji: sono uno strumento comunicativo che infonde un po’ di calore umano nelle relazioni digitali (ormai diventate, forse, la forma dominante di relazione interpersonale). Nell’uso delle emoji, a essere implicata non è (sempre) l’ironia, ma la sincerità (almeno nell’uso che ne fanno mio padre e i suoi coetanei, e nell’uso che ne facciamo io e i miei coetanei nell’interazione con i nostri genitori): si tratta di tentativi di colmare due tipi di distanza: quella che c’è tra quello che sentiamo e quello che diciamo ma soprattutto digitiamo, e quella fisica e misurabile che ci separa mentre ci scriviamo.
C’è da considerare un altro aspetto: mentre Internet diventa un posto sempre più cattivo, cinico e aggressivo (eccezion fatta per Gianni Morandi, ma questa è un’altra storia), pieno di troll e di grillini in agguato con i loro caps lock, di persone che, protette dall’anonimato, concedono al loro lato peggiore di trionfare, le emoji vanno in una direzione diametralmente opposta: sono strumenti comunicativi incapaci di cattiveria. Si potrebbe tentare di disinnescare un commento cattivo o un insulto con un’emoji: questa opzione sarebbe valida solo nel caso di incontri ravvicinati con troll o grillini o juventini, ovvero persone poco disposte a dialogare e a lasciare spazio alle argomentazioni dell’interlocutore. In un discorso normale, invece, l’inserimento di emoji rischia di depotenziarlo e di azzerare preventivamente qualsiasi carica polemica, riportando la comunicazione a un “volemose tutti bene” che non rispecchia certo la realtà e che ci renderebbe un po’ più stupidi.
Non mi sono convertito alle emoji. Continuerò a usarle poco con la mia fidanzata, restiamo comunque giovani intellettuali appassionati di arte, letteratura, cinema e serie tv, abbiamo certe velleità, non ammetteremo mai di essere snob ma lo siamo a un livello nascosto, per cui non cederemo mai alle emoji, perché sarebbe come cedere a Fabio Volo o ai Cesaroni. Forse inizieremo a usarli in modo parco, un’emoji “cuore” ogni tanto, “scimmia che si copre gli occhi” per esprimere incredulità o “ragazzina con il braccio alzato” per manifestare entusiasmo: ovvero, sceglieremo quelle emoji poco usate dal resto del mondo per creare un alfabeto tutto nostro che non includa però le emoji “mainstream” (eccezion fatta per il cuore), in modo tale da continuare ad assecondare il nostro snobismo.
Continuerò, invece, a usarle molto con mio padre, perché sono l’unico mezzo che ho per accorciare la distanza che ci separa (intendo dire fisicamente, visto che io vivo a Torino e lui a Catania): mentre io divento ogni anno “più grande” (espressione che, a venticinque anni, non mi fa comunque sentire più adulto, anzi), lui invecchia e non essere presente a questo processo naturale mi causa acute fitte di nostalgia, paura e senso di colpa che posso placare solo con una stringa di emoji teneri, affettuosi e un po’ smielati.
In pubblico (e con quest’espressione intendo su Twitter, Facebook e tutti quei posti virtuali che somigliano alla piazza di un piccolo paese) li userò con parsimonia, soprattutto quando avrò paura di sembrare troppo duro e allora serviranno a smorzare quanto scritto (di solito l’effetto è: «tra le righe potrebbe passare il messaggio che sei una testa di cazzo, perciò metto una faccina sorridente alla fine della frase, così evitiamo possibili incomprensioni»). Per il resto, non voglio sembrare simpatico come quelle vecchie lenze dell’ISIS, anzi, perciò non metterò un’emoji in ogni messaggio e continuerò a chiudere ogni messaggio/tweet/commento con un bel punto fermo.