Attualità: Cose del mese | Marzo ’19
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Cose del mese | Marzo ’19

Libri, dischi e film che abbiamo letto, ascoltato o visto nel mese più pazzo dell’anno.

28 Mar
2019
Attualità

Hamlin Garland — Racconti dal Dakota

 

 

Il 28 marzo 2019 Hamlin Garland torna in libreria con il suggestivo Racconti dal Dakota (D Editore); non è la prima volta che la sopracitata casa editrice si occupa di un testo dell’autore americano: nel 2018, infatti, Garland esordì nella collana Strade Maestre (diretta da Valerio Valentini) con Racconti dal Mississippi.

Il leitmotiv è uno: l’autore ci racconta storie proletarie, storie di emancipazione femminile e di contadini, della quotidianità dei lavoratori del Midwest. In pratica, quegli stessi pionieri del Mississippi cominciano a spostarsi verso il Dakota.

La prima pubblicazione di questi racconti risale alla fine dell’Ottocento, Garland portò su carta temi ancora inesplorati e innovativi che oggi ci sembrano scontati. L’autore sceglie di proporci gli eroi comuni — e con mastodontiche descrizioni ci aiuta a immaginare un Midwest sconfinato e bellissimo.

Quella di Garland è una letteratura campale; considerato il padre del western, l’autore ci offre sei storie emozionanti. Sei storie che sanno di Midwest e di fatica, ma anche di amore, adulterio e di «colline che sembrano innalzarsi come architetture magnifiche.» (Adria Bonanno)

 

Love, Death & Robots

 

 

Love, Death & Robots (ideata da Tim Miller e prodotta, tra gli altri, da David Fincher) è una serie composta da diciotto cortometraggi distribuita da Netflix, di cui si sta parlando con una certa vivacità.

Al netto di certi difetti della sceneggiatura, Love, Death & Robots merita sicuramente attenzione come prodotto mainstream. La ricercatezza delle immagini, che di episodio in episodio si trasformano, toccando possibilità diverse (animazione digitale straordinaria e momenti più tradizionali o già visti), va di pari passo all’esplorazione di molteplici situazioni narrative di tipo fantastico. Più che di fantascienza vera e propria (a cui pure si riferisce la maggior parte dei corti) bisognerebbe parlare appunto genericamente di fantastico (o weird, per usare un termine che va di moda) declinato all’azione: gli esploratori di Suckers of Souls si ritrovano nel mezzo di una storia horror a tutti gli effetti, e la strana creatura di The Dump risponde anch’essa, pur con sfumature grottesche, alla medesima dimensione spaventosa (per non dire, poi, dell’omaggio steampunk al mondo degli anime di Good Hunting).

Si tratta di una serie che pur nella semplicità dei meccanismi narrativi e nel suo inesorabile autocompiacimento (specie nelle scene più violente) ha i suoi spunti interessanti, non fosse altro per quell’irrequietezza che la porta a sfidare i diversi contesti di cui si è detto. (Massimo Castiglioni)

 

Lars Von Trier — The house that Jack built

 

 

Non è facile amare un regista come Lars Von Trier, forse per sua scelta, per quella volontà di mischiare sempre le regole e di sconvolgere, di trovare lo sconcertante a tutti i costi, col rischio di scemare nel gratuito e di conseguenza di far passare in secondo piano il talento che, in tanti anni, ha dimostrato di possedere.

The house that Jack built (con poca precisione tradotto come La casa di Jack), distribuito in due versioni, una integrale l’altra censurata, è una buona sintesi di questa tendenza: accanto a scene a tratti fastidiose per la loro violenza e crudeltà, si inseriscono momenti particolarmente felici (inserti animati, o filmati, o digressioni) che spezzano la continuità della narrazione per fermarsi a ragionare su cosa o chi sia Jack (cui presta il volto un bravissimo Matt Dillon).

Non si tratta semplicemente di un film sulla brutalità umana o sulla violenza di un serial killer, bensì di un film sull’arte. Jack è un creativo, ossessionato dalla perfezione: la sua voce fuori campo dialoga con quella dell’amico Verge (Bruno Ganz, alla sua ultima interpretazione, che qui ricopre il ruolo addirittura dell’autore dell’Eneide) a proposito di creatività, e i numerosissimi omicidi compiuti (soprattutto di donne) rispondono a una sua paradossale dialettica tra odio e creazione. Sotto questo aspetto, The house that Jack built è probabilmente il film più intimo e assurdamente autobiografico di Von Trier: nel fitto ricamo di odio, cattiveria e arte che emerge dai gesti e soprattutto dalle parole di Jack è possibile scorgere Lars, le sue ossessioni, forse alcune sue idee, anche grazie alle esplicite autocitazioni: Verge definisce il suo interlocutore antichrist, vengono mostrati filmati di repertorio sul nazismo mentre Jack manifesta ammirazione per l’architetto Albert Speer (qualcuno ricorderà cosa fece Von Trier a Cannes nel 2011) e infine compare la scena finale di Melancholia.

Un film complesso e molto strutturato, peccato che non riesca a reggere fino alla fine, abbandonandosi eccessivamente al gratuito e finendo con il guardarsi un po’ troppo allo specchio. (Massimo Castiglioni)

 

Malihini — Hopefully again

 


 

Se le foto di Neil Krug si potessero ascoltare, sarebbero quest’album. I Malihini (dall’hawaiano “pellegrini”, “nuovi arrivati”) sono Federica Caiozzo (l’attrice e cantautrice Thony di Tutti i santi giorni di Paolo Virzì — sì, quello con Luca Marinelli) e Giampaolo Speziale (voce degli About Wayne, attore e co-autore della webserie Freaks! — sì, quella con Willwoosh e Claudio Di Biagio) si sono conosciuti per caso a Roma grazie a un passaggio in autostop e si sono “arresi” all’idea di mettersi a fare musica insieme e farsi conoscere in tutto il mondo. I due somigliano a dei pianeti paralleli: rincorrendosi e non invadendo mai l’orbita dell’altro, viaggiano e fanno viaggiare che è un piacere.

I Malihini salgono insomma sul barcone del lo-fi pop e riescono a distinguersi — cosa per niente scontata, considerata la fauna che c’è in giro — con una semplicità che non può che essere apprezzata. Il genere non richiede chissà quali effetti (e infatti gli strumenti sono quei due o tre scarsi), eppure l’effetto è super appagante, non serve altro.

Uscito per l’etichetta indipendente londinese Memphis Industries l’8 marzo (quella sera il duo ha aperto il concerto dei Wild Nothing al Monk), Hopefully, again è leggero senza essere frivolo, è dolce e nostalgico, un ibrido tra un adolescente e un quasi adulto, perfetto per una domenica mattina pigra in mezzo alle lenzuola tiepide. Le tracce da non farsi scappare e da salvare nella playlist carina di Spotify da mettere al momento giusto: Hopefully Again, If You Call, Nefertiti. (Silvia Niro)

 

Giorgio Poi — Smog

 

 

Quest’album è per certi aspetti una piccola delusione: dal Battisti dell’itpop ci aspettavamo dei testi surreali e poetici come quelli del promettente esordio Fa Niente (2017). Troppo viscerali, più che emozionare i versi di Non mi piace viaggiare e Maionese ci lasciano con un certo straniamento imbarazzato. D’altro canto Giorgio Poi rimane un talentuoso arrangiatore (e senza dubbio l’unico meritevole nella scena attuale di cui sopra) e non c’è pezzo che non abbia dei suoni perfettamente studiati e raffinati. Smog però manca di una vera hit da ascoltare a ripetizione in macchina o nella cameretta: il primo singolo Vinavil non è sufficientemente convincente, ci si avvicina forse Stella con sonorità tra il synth-pop italiano anni ’80 e i Passion Pit, ci prova timidamente anche Napoleone senza riuscirci fino in fondo. La musica italiana è l’orecchiabile pezzo in chiusura che ci regala la performance canora di un Calcutta sempre più in ascesa… ma questa è tutta un’altra storia. Di mancare un colpo succede anche ai migliori. (Valeria Marzano)

 

Solange —When I Get Home

 

 

Riuscire ad essere artisti credibili trovandosi come sorella maggiore la più grande pop-star del mondo è già di per sé ammirevole.

Con il suo ultimo disco Solange fa un passo ulteriore e si afferma come una delle voci più interessanti degli ultimi anni. Se con a A Seat at the table ci teneva a dire che appunto, ci può stare anche lei seduta al tavolo con gli altri, qui si alza da tavola trascinando via la tovaglia.

L’ultimo lavoro è un piccolo bignami di musica black che guarda al passato e al presente provando ad immaginare un futuro che ormai è chiaro anche ai più scettici essere finalmente in mano agli artisti neri, non solo come ispirazione nell’ombra ma come protagonisti assoluti. Dentro ci sono featuring ricercati e variegati: da Tyler the Creator a Metro Boomin, passando per Gucci Mane, Steve Lacy, Chassol, Standing On The Corner. Il risultato è un “nuovo” pop contemporaneo raffinatissimo e impegnato nelle liriche, dominato da suoni interessanti e strutture atipiche, in cui synth anni ’80 di chiara ispirazione Jacksoniana si uniscono ai bassi acidi ultracontemporanei del mago Thundercat. Un album che trova la sua forza nella mancanza di una hit vera e propria, che ci costringe ad ascoltarlo tutto di filato, in un meraviglioso flusso ininterrotto di quaranta minuti.  (Giulio Pecci)

 

Little Simz — GREY Area

 

 

Un disco che inizia con un brano chiamato Offence lascia subito  trapelare le sue intenzioni. Little Simz si aggiunge ad un basso distorto dal cui ritmo è impossibile sfuggire, con quel flow impeccabile che abbiamo imparato a conoscere nei suoi lavori precedenti ma che in questo nuovo disco sale su un altro livello.

«Sono Jay-Z nei giorni brutti, Shakespeare in quelli buoni» // «lo dico orgogliosamente e non mi importa l’effetto che provoco negli altri» sono solo due esempi delle liriche dell’album, il disco migliore della giovanissima rapper londinese, in cui trova il coraggio di affermare una cosa che è chiara al primo ascolto: non ci sono tanti rapper in giro che possono competere con lei, in Inghilterra come negli altri paesi, America compresa. Gli incastri ritmici, il flow semplicemente folle per precisione e velocità sono finalmente affiancati da produzioni composte da pochi ma buoni elementi, taglienti e che vanno al punto e soprattutto  che riescono a valorizzare gli arabeschi della lingua di Little Simz come mai nessuna era riuscito fino ad ora. Non c’è una canzone che annoia o che viene voglia di saltare, sono tutte essenziali nella durata comunque breve dei trentacinque minuti del disco che scorre velocissimo. Possiamo finalmente forse parlare di consacrazione per la ventiduenne celebrata da gente del calibro di Kendrick Lamar e dei Gorillaz. Sperando di vederla in tour anche qui da noi.  (Giulio Pecci)

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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