Musica: Intervista a un Ragazzo Stupendo
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Intervista a un Ragazzo Stupendo

Poco prima del suo concerto al Monk, e dopo poco più di tre anni dalla nostra ultima chiacchierata, siamo tornati da Gabriele Blandamura aka Mai Stato Altrove per fargli qualche domanda sul suo secondo disco “Ragazzi Stupendi”.

Poco prima del suo concerto al Monk, e dopo poco più di tre anni dalla nostra ultima chiacchierata, siamo tornati da Gabriele Blandamura aka Mai Stato Altrove per fargli qualche domanda sul suo secondo disco Ragazzi Stupendi.

Iniziamo con una domanda facile. Chi sono i ragazzi stupendi?

Sono un pezzetto che c’è in tutti, anche quando pensiamo che non ci sia più. Ragazzi stupendi, la canzone contenuta nel disco, è innanzitutto una canzone d’amore. Quando ho pensato di voler chiamare così l’intero album, il concetto si è un po’ ampliato: è un modo per riflettere sul fatto che si diventa un po’ più vecchi, si perdono alcune cose però magari una scintilla ci sta sempre. Devi trovare un altro modo per guardarla, per vivertela, ma sta sempre lì.

Ne I dischi parli dei soldi che mancano per comprare casa, delle medicine scadute, e di come i dischi non siano più un conforto, non tirino più fuori dalla fogna. Mi sembravano scoraggiati e disillusi. Cosa salva questi ragazzi?

Non penso di inventarmi nulla: il periodo dei trent’anni è per tantissime persone un periodo di grande paura, perché siamo una generazione che ha inevitabilmente nella testa il confronto con quella precedente che a quell’età aveva già costruito un percorso di vita, si era sposato, aveva comprato casa, aveva un lavoro o addirittura i figli… Molte persone invece in questo periodo storico a trent’anni non hanno questo tipo di certezze, ed evidentemente non sono tutti degli stronzi incapaci: ci sono dietro dei discorsi un po’ più ampi. Questo può generare paura e frustrazione, che sono le cose che vengono fuori in un pezzo come I dischi. Però Ragazzi Stupendi è anche un modo per provare a dire che ci dobbiamo pure un po’ “riacchiappare” e dobbiamo comunque provare a vivere la nostra vita, anche se non avrà quel tipo di certezze che non dico sognavamo, ma comunque ci aspettavamo: hai vissuto in un certo modo, vedendo intorno a te la famiglia, gli amici il mondo degli adulti… E dici «Cazzo, qui non c’è quasi nulla che va come andava con loro!». Io ho trentatré anni, non so voi… [guarda me e il mio amico Alessandro Lolli, ndA] Non ci vestiamo come pensavamo che si vestissero gli adulti, non facciamo cose che pensavamo facessero gli adulti… Allora le strade sono due: o noi… — chiaramente tu da bambino ti immagini la tavola dei grandi tutti in giacca e cravatta e ti rendi un po’ conto che non è esattamente così, questo è vero — però da un lato mi sembra che appunto viviamo in un momento in cui tantissime cose sono cambiate. Non so se ho soddisfatto la tua curiosità, però sì, insomma, è un po’ questo il punto…

Certo. Infatti Non devo fare finta mi è sembrato un pezzo un po’ più automotivazionale. Mi piaceva molto quando dicevi che non devi spendere i soldi per fingerti intellettuale, e in una vecchia intervista di Dude Mag ci avevi raccontato di aver sempre avuto la sindrome dell’impostore…

Sì, sì… quella rimane sempre.

«Resto nascosto da un anno e mezzo» dici nel Il turista, oppure anche la canzone che s’intitola Non sono qui. Ma quand’è che si spendono i soldi per fingersi intellettuali?

No, no, no… in realtà lì dico un’altra cosa. Aspetta, ripercorro il testo nella testa… «Non devo fare finta di essere un’intellettuale se voglio soltanto uscire e spendere dei soldi». In questo, devo dirtelo, apriamoci: un pochino di problemi con il senso di colpa ce li ho.

Retaggio cattolico che abbiamo tutti interiorizzato, purtroppo.

Esatto, esatto. Volenti o nolenti, questa sorta di giudizio costante ce l’abbiamo sulla testa, questa spada di Damocle. Una grande conquista, per quello che mi riguarda, è stato concedermi piccole sessioni di shopping: mi voglio comprare una cosa? Me la compro, non rompere le palle! Mi compro questa maglietta piuttosto che questo vinile… insomma, gioco un po’ su questo nella canzone: evitiamo troppe costruzioni inutili e cerchiamo di goderci quello che ci va di fare, anche se non ci va di fare cose necessariamente incredibili, stupende e profonde. Tanto per il tipo di persona che sono io il tempo per rimuginare non manca mai, quello c’è sempre, non è un problema. Cerchiamo anche di ritagliarci dei momenti, infatti parlo anche di ascoltare un po’ di più il corpo, cioè anche di fare le cose un po’ più lineari, quelle “papale papale”.

Mai stato Altrove, live al Monk

Il tuo primo disco infatti era, lo dici tu stesso, di un cantautorato un po’ più raffinato, forse un po’ più “intellettuale”. Questo invece mi è sembrato un po’ più pop, più leggero per certi aspetti…

Guarda, sì e no.

Quali sono le differenze?

In realtà c’è solo tanta tranquillità in più da parte mia. Nel senso che Hip Hop è un disco che peraltro ho riascoltato di recente e ti nascondo che non è male… [ridiamo] ancora mi piace, ancora lo ascolto volentieri…

Se si può dire è il mio preferito, però anche l’ultimo non scherza.

Grazie. In Hip Hop c’era un po’ la paura di non essere all’altezza, era la prima volta che mi approcciavo ad una produzione fatta in un certo modo, e quella paura si è tradotta anche in una voglia di complicare un po’ le cose: mi sembrava che la canzone in sé per sé fosse debole, e allora dicevo «aggiungiamo un elemento musicale in più, perché qua non succede nulla e ho paura di annoiarmi nell’ascolto»…
Ragazzi Stupendi è invece un disco figlio di molta più sicurezza in ambito musicale. Le canzoni sono quattro accordi in croce, però suonandole avevo l’impressione che tutto tornasse. Sono sempre stato e sono ancora convinto che una buona canzone la suoni chitarra e voce o pianoforte e voce, e quella va. L’idea di tutto il disco era scommettere su questo: se le canzoni vanno, cerchiamo di assecondarle, cerchiamo un approccio — non me ne voglia nessuno — un briciolo più moderno, perché mi sembra che il resto del mondo vada in questa direzione da almeno quindici anni. Cioè siamo rimasti… boh! No vabbè, non voglio dirlo… [ride]. Siamo rimasti in pochi a pensare che devi sottolineare un passaggio dal maggiore al minore zaaan, con dei violini, così si sente… Porca miseria! Questa roba si sentiva a Sanremo dell’86, forse possiamo provare ad andare oltre… E non lo fanno solo gli intellettuali! Justin Bieber, che non penso sia un intellettuale, fa i pezzi con quattro elementi in croce; Mac Miller faceva i pezzi con quattro elementi in croce… Credo che anche la musica italiana possa approcciarsi, timidamente, a questo tipo di idee.

Ecco, a proposito di nuove tendenze italiane. Cosa ne pensi dell’it-pop? Ti definiresti it-pop?

Non penso di potermi definire it-pop, però se qualcuno mi definisce it-pop la cosa non mi offende…

Qual è il tuo artista it-pop preferito?

Non saprei, perché non so se li considero realmente it-pop. Però, per dirti, qui gioco più o meno in casa ma… Mi è sempre piaciuto tanto Colombre, con cui ho avuto a che fare personalmente a livello discografico, adesso comunque sta con Bomba Dischi, per cui… è bravo. È it-pop oppure no?

Sì, mi sa che rientra.

Allora Colombre è un artista it-pop che mi piace, che apprezzo molto.

È San Valentino, e a proposito di amore: «Ho chiesto a qualcuno se dura per sempre tra noi». L’amore è sempre un salto nel vuoto, lo sappiamo… A chi mai si può chiedere una cosa del genere?

Mi sono immaginato questa scena in cui lo chiedevo ad un passante… Però non penso funzioni proprio così [ride]

Immaginavo più una cartomante, qualcosa del genere…

In realtà lì per lì mi ero fatto questo viaggio, mi piaceva molto l’idea della trasmissione orale delle cose: immagina l’aver visto Lazzaro che si alza e che cammina e lo racconti subito a tutti, e questa cosa dura, dura, dura… anche se è finita. Ho fatto questo giochino e l’ho infilato in una relazione, come se un amore concreto, che funziona, possa in qualche modo durare per sempre anche se poi magari dovesse finire. Un momento, uno stato di grazia, uno stato di unione tra due persone che comunque merita di essere ricordato anche se finisce. Questa è un po’ una mia fissa, avevo detto una cosa simile anche nel disco precedente con una canzone che si chiama Sessuale

Una delle più belle.

Sì, pure secondo me. Dicevo, è un concetto in cui credo e spero, mettiamola così.

Per ricollegarci a prima, quando si è disillusi i legami sembra siano sempre qualcosa di salvifico in qualche modo, anche se poi finiscono…

Sì, ma anche se non si è disillusi. Adesso diciamo una banalità gigantesca ma è così: i legami sono la cosa che ci tiene in piedi, credo. Sia che le cose vadano bene sia che no.

Sempre in quella nostra vecchia intervista, ci avevi raccontato una cosa molto simpatica, cioè che facevi le telecronache di Uomini e Donne

Non le telecronache, le cronache testuali. All’epoca non è che tutti avessero queste connessioni incredibili, non c’erano gli on demand… era un mondo più semplice.

Allora ti chiedo: dimmi un po’ qual è il tuo guilty pleasure dell’intrattenimento pop.

In realtà di TV-monnezza ne ho vista tantissima per tutta la vita, e adesso onestamente sono un po’ stanco. Però ancora… ah! Sto in fissa con Guess my age con Enrico Papi, cioè uno dei programmi più brutti della televisione, però io sono ipnotizzato: non mi piace niente e al tempo stesso mi piace tutto. Uomini e Donne l’ho mollato, non te lo nascondo… Anche perché non si incastra più con i miei orari. E ho visto solo una puntata di Temptation Island, quella del grande confronto tra il cantautore Pago e Serena e lì mi sono molto accalorato. Loro erano una coppia scoppiata, e lui le recriminava di aver prestato troppe attenzioni a questo tentatore…

Me lo ricordavo da bambina…

Per la sua hit, Parlo di te.

E invece Sanremo, lo hai visto?

Sì, sì. Sono un grande fan di Sanremo.

#teamBugo o #teamMorgan?

No, aspetta… Io suonerò una canzone di Bugo: Che diritti ho su di te [momento molto emozionante durante il concerto ndA]. È una canzone che trovo stupenda, e avevo deciso da mesi di suonarla, l’ho già suonata nelle altre date del tour. E adesso mi troverò a suonarla in una situazione in cui questa roba è diventata una gag e francamente mi dispiace molto, perché entrambi sono due artisti che poi quando fanno musica non fanno gag. È un po’ un peccato, ma la buona notizia è che tra due mesi ce ne saremo dimenticati. Sarò un bambino, ma non credo che nessuno si diverta ad esporsi così: credo poco al complottismo di questo tipo di storia, al «è tutta visibilità», cioè non mi sembra una gran visibilità. Abbiamo assistito a un momento di difficoltà grande di due persone che comunque stanno in un frullatore tale che qualunque cosa esplode al 400% ovviamente, cioè… Uno scherza e ride ma lì hai il penso di quindici milioni di persone che ti stanno guardando… magari inizi pure a pensare «cazzo, sto facendo una figura di merda davanti a quindici milioni di persone!». Onestamente non penso sia proprio il massimo, uno ci sorride, ma visto che mi capita, a livelli molto più infimi, di vivere questo genere di cose, ci vuole seriamente un po’ di rispetto per delle persone che si mettono in gioco su un palco. E nel momento in cui sei su un palco e ti sembra che tutto vada storto… beh, innanzitutto ti dico «cazzo, mi dispiace». Poi ripeto, il resto è storia, ma se tutto va bene tra un mese staremo tutti sorridendo d’altro. Quindi apposto così. E continuerò a suonare Che diritti ho su di te in santa pace.

Hai visto l’Altrofestival con Valerio Lundini?

Sono un grande fan di Lundini, però ho anche una vita e un lavoro… ma ho recuperato molti sketch.

Sì, l’Altrofestival aveva orari proibitivi. Però ecco, Lundini faceva questo sketch in cui chiedeva agli artisti di dare un voto alle domande più frequenti che venivano loro poste. E quella che sto per farti è una domanda da voto 4. Come sta andando il tour e cosa hai intenzione di fare dopo?

Sta andando bene, più o meno come ci aspettavamo quindi siamo tutti molto contenti. Ho la fortuna di avere un pochino di persone che ci pensano più di me. Io rivendico il sacrosanto diritto di pensare al fatto che devo fare dei bei concerti e cerco di lasciarmi toccare il meno possibile dal resto. Non sempre ci riesco, ovviamente. Ogni tanto pure io mi imparanoio: vorrei che venissero più persone a Bologna piuttosto che a Genova… Le prevendite, questa roba qua. Chiaramente ogni tanto ci casco, però provo a non cascarci. Provo a fare quello che mi piace fare, cioè suonare. Ci sarà qualche altra data in primavera in chiusura, per andare in sud Italia visto che finora siamo stati da Roma in su. Poi ci sarà qualcosa in estate e poi… poi Dio vede e provvede, come si suol dire.

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia filosofia. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
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