Musica: Il necessario riepilogo musicale di metà 2018
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Il necessario riepilogo musicale di metà 2018

Questa è la lista dei 45 dischi usciti nella prima metà di quest’anno che mi sono piaciuti di più, tutti selezionati tra quelli disponibili su Bandcamp. Se vi state chiedendo perché si chiama “necessario riepilogo musicale”, la risposta è semplice: di diversi album qui presenti, incredibilmente, non è presente nessuna recensione in rete, a volte […]

28 Giu
2018
Musica

Questa è la lista dei 45 dischi usciti nella prima metà di quest’anno che mi sono piaciuti di più, tutti selezionati tra quelli disponibili su Bandcamp. Se vi state chiedendo perché si chiama “necessario riepilogo musicale”, la risposta è semplice: di diversi album qui presenti, incredibilmente, non è presente nessuna recensione in rete, a volte nemmeno in inglese, figuriamoci in italiano. In fondo, [polemichetta] basterebbe che magazine e siti specializzati facessero il loro mestiere, cioè andare alla scoperta di nuova musica, piuttosto che aspettare una nuova mail da un ufficio stampa, o una nuova notifica da Spotify [/polemichetta]. Questo ci porta due cattive notizie: la prima è che o il resto dell’internet si sveglia o dovrò continuare a compilare riepiloghi per sempre; la seconda è che se non capitate proprio su questa pagina molta di questa musica potreste non ascoltarla mai. Ma c’è anche una buona notizia: siete capitati proprio su questa pagina. Ricordatevi sempre di trattare bene le vostre orecchie.

 

45. Inwards — Diesel (Small Pond)

Diesel è l’album di esordio per questo progetto del polistrumentista Kristian Shelley. Mi basta arrivare alla seconda traccia (When She Flashes Her Smile On Me) per trovare quel tipico impasto glitch di formazioni come múm e capire che un posto qui gli spetta di diritto.

44. Beach House — 7 (Sub Pop)

Loro restano probabilmente la band dream pop più amata al mondo, però i tempi di Devotion e Teen Dream sono lontani; ma se negli ultimi anni sono apparsi scarichi e poco ispirati, qui provano qualche guizzo, suonano più dark, danno insomma alcuni segnali importanti.

43. Superorganism — Superorganism (Domino)

Occorre qui introdurre il concetto di disco-giocattolo, che sarà già familiare a chi ama l’effetto ottovolante dei lavori di Gorillaz, Dan Deacon, Beck o The Mae Shi. I Superorganism giocano con la strumentazione e con l’ascoltatore, divertono e suonano pure un buon indie pop.

42. The Breed — Smunchiiez (Chillhop Records)

Nessuno al mondo si preoccupa tanto del fatto che voi siate in una situazione di comfort relax e distensione quanto gli amici di Chillhop Records. Vale per le loro compilation stagionali e per qualsiasi altra uscita, compreso questo album di The Breed. Copertina di Marvin Bruin.

41. Bluestaeb — Everything Is Always a Process (Jakarta Records)

I più attenti alle nuove fusioni tra hip-hop e jazz si saranno segnati il nome del beatmaker parigino Bluestaeb già nel 2015, quando uscì il suo album Rodalquilar; questo nuovo lavoro non fa altro che confermarlo tra i progetti da seguire con maggiore attenzione.

40. Flasher — Constant Image (Domino)

Con il loro mix per niente scontato di punk e shoegaze, i Flasher sembrano una band con le idee molto chiare ma non ancora matura. Del resto questo è il loro debutto, ma se nel giro di altri due o tre album tirassero fuori un grandissimo disco non resterei troppo sorpreso.

39. Preoccupations — New Material (Jagjaguwar)

Prima di chiamarsi Preoccupations erano i Viet Cong, ma hanno avuto parecchi problemi con quel nome; devono molto alla new wave di gruppi come Echo and the Bunnymen, e qui suonano meno sperimentali che in precedenza, ma Disarray è forse il loro migliore pezzo.

38. The Go! Team — Semicircle (Memphis Industries)

Questa è una band che ha sempre fatto scontrare decenni di indie rock americano con funk, hip-hop, Bollywood e qualsiasi cosa capitasse a tiro, ottenendo dischi non orrendamente sfigurati, ma bellissimi. Qui si ripete con la fanfara delle marching band delle scuole americane.

37. Prefuse 73 — Sacrifices (Lex Records)

Un giorno qualcuno renderà conto della grandezza della discografia di Prefuse 73: dopo aver fatto la storia di Warp Records contaminando l’hip-hop con qualsiasi genere musicale possiate nominare, con questo disco offre una versione più intima e minimalista della sua formula.

36. Project Pablo — Come To Canada You Will Like It (Verdicchio Music Publishing)

Project Pablo dopo l’EP There’s Always More At The Store è andato a ripescare un po’ di vecchio materiale per questo disco, lontano dalle sue cose migliori ma comunque consigliato ai completisti e a chi voglia conoscere le origini del miglior progetto house degli ultimi tempi.

35. Echo Ladies — Pink Noise (Sonic Cathedral)

L’etichetta, Sonic Cathedral, è una sicurezza quando si parla di sonorità shoegaze: il debutto di questo terzetto svedese è il loro ennesimo centro. Pink Noise riecheggia certe sonorità di New Order e Slowdive, e ascoltato al giusto volume può risuonare nei timpani per giorni.

34. Routine Death — Parallel Universes (Fuzz Records)

Lei in Svezia, lui in Texas, separati da settemila chilometri ma uniti nel matrimonio e sotto la sigla Routine Death, hanno realizzato questo disco scambiandosi il materiale su WeTransfer: il loro suono, cadenzato dai ritmi di una drum machine per smartphone, è tra darkwave e noise.

33. John Hopkins — Singularity (Domino)

Il producer inglese fa come al solito una ricerca pazzesca sui suoni, ma qui eccede forse in ambizione, e propone tracce techno e ambient che mal si legano tra loro, rendendo l’album un po’ troppo scostante. La costellazione in copertina disegna la struttura chimica del DMT.

32. GAS — Rausch (Kompakt)

Intervistato da Rolling Stone, Wolfgang Voigt ha descritto così il ritorno in attività del suo progetto: «Gas was asking for its right to come back out again. It wasn’t really my decision. It was something that I had to do. Looks like a higher order made me do it». C’è da credergli.

31. Field Music – Open House (Memphis Industries)

Il sesto album del duo prog-art-rock Field Music è un altro tassello in un percorso musicale unico, molto ricercato, tipicamente inglese: un disco ricco nella strumentazione, complesso negli arrangiamenti, pieno di riferimenti 70’s e 80’s ma anche profondamente attuale.

30. Waaju — Waaju (Olindo Records)

Cuba, il Marocco, il Brasile, il Senegal, e soprattutto il Mali di Ali Farka Toure, Oumou Sangare, Tinariwen e Baba Sissoko: il quintetto jazz londinese Waaju guarda a entrambe le sponde l’oceano Atlantico per dare più colore e più sfumature alle sue composizioni.

29. Ghost-note – Swagism (Ropeadope Records)

Questo è lo strano caso di una band i cui componenti sono costantemente in libera entrata e uscita. Tanta instabilità ad ogni modo non impedisce loro di fissare su un doppio album un’ora e mezza abbondante di conscious funk jazzato, con una sezione ritmica travolgente.

28. Wooden Shjips — V. (Thrill Jockey)

Il quartetto psichedelico Wooden Shjips arriva in forma alla prova del quinto album suonando più fresco che mai; i punti di riferimento restano i soliti, classic rock e scena californiana anni ‘60 sopra ogni cosa, ma ancora una volta il gruppo dimostra di saper andare oltre la nostalgia.

27. Dinosaur — Wonder Trail (Edition Records)

Secondo album per la band di Laura Jurd, che sperimenta qui un felice e curioso jazz synth rock. Incomprensibile la scelta di promuovere il disco con Quiet Thunder, il brano più ingessato e fiacco del lotto: il resto dell’album è decisamente più avventuroso e dinamico.

26. Tigue — Strange Paradise (New Amsterdam Records)

I Tigue riescono a dare un degno seguito al loro brillante album di esordio Peaks (2015). Solo tre brani qui, rispettivamente di undici, otto e ventuno minuti, in un costante dialogo tra i tre percussionisti della band. Post-rock strumentale come ce lo stavamo quasi scordando.

25. The Wave Pictures — Brushes With Happiness (Moshi Moshi)

La prolifica band di David Tattersall propone quest’anno uno dei suoi lavori più depressi, ma anche più belli: una collezione di nove brani sadcore scarni e lenti, tra folk e blues, che potrebbero portare la firma di Mark Kozelek o Jason Molina.

24. Joan as Policemen — Damned Devotion (Play It Again Sam)

Ho un debole per la scrittura di Joan Wasser, così efficace, così semplice e sofisticata. Il suo punk-rock che spesso è tanto pop, intriso di soul e R&B, viene qui declinato in una forma più classica rispetto ai due album precedenti. Ma alla fine non guadagna più di quanto non perda.

23. Nu Guinea — Nuova Napoli (NG Records)

Due anni dopo The Tony Allen Experiments il duo formato da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina torna con una raccolta di brani ispirati alla disco e al funk della scena napoletana anni ‘70 e ‘80. Ideale per svagarsi alla grande e non voler più sapere chi sia Liberato.

22. Calibro 35 — Decade (Record Kicks)

In Decade la formazione milanese più cinematografica in circolazione si dimostra una spugna in grado di assorbire una quantità di stimoli tra i più disparati (e interessanti) della scena musicale attuale, per poi catapultare tutto nel consueto film immaginario anni ‘70.

21. Vive La Void — Vive La Void (Sacred Bones)

Vive La Void è il nuovo progetto solista di Sanae Yamada, tastierista e co-fondatrice di Moon Duo. Qui suona un kraut-rock il cui ingrediente principale sono layer e layer di synth stratificati. Classico disco-notte da mettere su appena tramonta il sole.

20. John Tejada — Dead Start Program (Kompakt)

Lo avevamo lasciato nel 2015 con un disco di rara intelligenza e ispirazione e lo ritroviamo tre anni dopo un po’ appannato: ma John Tejada è uno di quelli che ormai può permettersi di scegliere l’orario, il campo e pure lo sport, e continua del resto ad avere stile da vendere.

19. Proc Fiskal — Insula (Hyperdub)

Joe Powers aka Proc Fiskal prende i ritmi grime e li accelera a 160 BPM, ci mette un po’ di chiptune e di footwork e di IDM, e il risultato suona familiare ma anche del tutto nuovo. Il sospetto è che, senza neanche raggiungere risultati eccezionali, qui abbia spostato qualcosa.

18. Arp – Zebra (Mexican Summer)

Il quinto album di Alexis Georgopoulos con il progetto Zebra lo pubblica Mexican Summer, è un’esplorazione dei dualismi per l’occasione rappresentati dal manto della zebra, ma soprattutto si candida a essere il disco cosmico naturalista e panico dell’anno.

17. Jon Hassell — Listening to Pictures (Ndeya)

Il primo a teorizzare e mettere in pratica l’unione tra musiche tradizionali e avanguardie elettroniche che va tanto di moda oggi, dandole il nome di Fourth World, fu Jon Hassell, che a giudicare da questo disco a 81 anni è ancora diversi passi avanti rispetto a tutti.

16. Glenn Astro & Hodini — Turquoise Tortoise (Apollo Records)

Dopo l’album con Max Graef di due anni fa, Glenn Astro fa coppia questa volta con Hodini (una collaborazione tutta tedesca sull’asse Colonia-Berlino) per produrre un disco che unisce con classe house, jazz, hip-hop e soul in un’unica formidabile miscela.

15. The Ex — 27 Passports (Ex Records)

Formatisi nel 1979, gli olandesi The Ex hanno iniziato con il punk anarchico, e tale è stato nei decenni il loro percorso tra jazz, noise e improvvisazione. Tornano con questo disco dopo otto anni di silenzio, e si dimostrano ancora ineccepibili sul piano musicale e su quello etico.

14. Kiefer — Happysad (Stones Throw)

Pianista e beatmaker, Kiefer ha già condiviso il palco con artisti come Moses Sumney e Terrace Martin ed è in pianta stabile nella formazione live di Mndsgn; Happysad è il suo secondo album, ennesimo riuscitissimo incontro tra hip-hop e jazz.

13. Insecure Men — Insecure Men (Fat Possum)

Il disco (vintage) pop tutto tondo dell’anno: il duo Insecure Men debutta con un album pieno zeppo di melodie che si imprimono subito nella memoria con una facilità disarmante per l’ascoltatore. Psichedelia, esotismo, sixties nella corretta misura, con toni quasi fiabeschi.

12. Pax — Wildflower (Paxico Records)

L’etichetta di Brooklyn ci ha già abituato in passato a exploit di questo tipo. Wildflowers di Pax è un lavoro di grande atmosfera a metà tra acustica ed elettronica: melodico, liquido, rilassato, sempre ispirato, si lascia ascoltare a ripetizione e non si arriva mai a consumarlo.

11. Kamaal Williams — The Return (Black Focus Records)

Messa da parte l’esperienza nel duo Youssef Kamaal, il musicista inglese Henry Wu si mette in proprio per il suo primo lavoro a nome Kamaal Williams: il jazz di The Return è uno dei migliori esempi del nuovo suono di Londra di cui qui su Dude Mag ci siamo già occupati a più riprese.

10. The Sea and Cake — Any Day (Thrill Jockey)

Undicesimo disco per la band che suona forse il pop più elegante e raffinato di sempre. Any Day è il ritorno sulla scena, dopo sei anni di silenzio, della trinità (più che trio) formata da Sam Prekop, Archer Prewitt e John McEntire. Non deludono le elevatissime aspettative.

09. Skee Mask — Compro (Ilian Tapes)

IDM, breakbeat, jungle, dub-techno: nel suo nuovo album Bryan Müller suona molta elettronica anni ‘90. Pronunciare il titolo di fronte al vostro rivenditore di dischi di fiducia vi pone da subito in una condizione di debolezza nella contrattazione, ma vi fa comunque fare la scelta giusta.

08. Potatohead People – Nick & Astro’s Guide to Galaxy (Bastard Jazz)

In questo caso il nome dell’etichetta, Bastard Jazz, è anche un’adeguata definizione della proposta data alle stampe, opera del duo Potatohead People. Bella l’illustrazione di Rahel Süßkind in copertina, ché forse l’unico difetto del loro esordio Big Luxury era quella.

07. Rafiq Bhatia— Breaking English (Anti- Records)

Già membro del trio newyorkese Son Lux, alla sua seconda prova solista, la prima per Anti- Records, il chitarrista e compositore di origini indiane Rafiq Bhatia tira fuori un disco sperimentale di prim’ordine, che sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione.

06. Oneida — Romance (Joyful Noise Recordings)

All in Due Time sono i Joy Division che fanno kraut-rock; Lay of the Land e Sheperd’s Axe sono due lunghissimi flussi di coscienza sonori; Cockfight è una tirata formidabile che finisce nell’ipnosi. E Romance sono gli Oneida che continuano a fare dischi di altissimo livello.

05. Landing — Bells In New Towns (El Paraiso Records)

Post-rock, slowcore, shoegaze, space-rock: la discografia dei Landing è ricca di tante sonorità diverse. E loro, che hanno suonato il primo concerto nel 1998, vent’anni dopo potrebbero aver scritto il loro album migliore. By Two, Fallen Name e Second Sight son tre piccoli classici.

04. Tents — Stars on the GPS Sky (Numavi Records)

Quello dei Tents è un gustoso cocktail di pop, post-punk e new wave, con un piglio arty alla Battles, che ricorda solo cose belle: Only Another potrebbe essere degli Spoon, Actress un lento degli A Frames, mentre la title track è quasi un calco di Penal Colony degli Women.

03. Domenico Lancellotti — The Good Is a Big God (Luaka Bop)

Domenico Lancellotti, batterista e polistrumentista di origini italiane, già collaboratore di gente come Gilberto Gil e Caetano Veloso, qui si fa accompagnare da Sean O’Hagan (High Llamas, Stereolab) per riempire di bossanova, Brasile e tropicalismo la vostra estate.

02. Lithics — Mating Surfaces (Kill Rock Stars)

Frenetico, secco, spigoloso e nervosetto come tutti i migliori dischi post-punk delle nostre vite. Tracce da uno o due minuti (12 brani per meno di mezz’ora) che sembra possa scriverle chiunque, e invece di dischi così raramente ne esce più di uno all’anno (nel 2017 i B Boys).

01. Space Invadas — Wild World (Invada Records)

Un mio omonimo, anch’egli si diletta nel consigliare buoni ascolti al prossimo e risponde al nome di Gilles Peterson, ha definito questo disco «a modern day soul classic». Non credo ci sia altro da aggiungere. È l’unico album uscito in questi sei mesi che suona già senza tempo.

 

***

 

00. Peter Kernel — The Size of the Night (On The Camper Records)

In realtà potreste benissimo decidere di trascurare i quarantacinque album di questo riepilogo e ascoltare solamente i Peter Kernel, e non potrei darvi torto. Qui c’è la nostra intervista alla band, qui sotto invece il video che ci ricorda che luck is a leak from a better world.

 

 

Copertina: l’icona è Summer di Adrien Coquet da the Noun Project.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Consiglia musica su Movimenta e ha organizzato concerti e festival. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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