Musica: Il secondo necessario riepilogo musicale del 2017
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Il secondo necessario riepilogo musicale del 2017

Lo scorso 28 giugno abbiamo pubblicato il necessario riepilogo musicale della prima metà del 2017 e con il Natale alle porte sembra giunta l’ora di tirare un po’ le fila di quanto è successo da quel momento in avanti. Ancora una volta il listone si divide tra 22 dischi e 3 videoclip; non solamente per […]

Lo scorso 28 giugno abbiamo pubblicato il necessario riepilogo musicale della prima metà del 2017 e con il Natale alle porte sembra giunta l’ora di tirare un po’ le fila di quanto è successo da quel momento in avanti. Ancora una volta il listone si divide tra 22 dischi e 3 videoclip; non solamente per amore di simmetria, ma anche perché qui ci sono davvero tante cose belle da ascoltare, e se gli occhi diventano gelosi delle orecchie le cose si possono mettere male.

Due semplici requisiti hanno aiutato a scremare il tantissimo materiale eligibile: tutti i dischi in classifica sono presenti su Bandcamp, dove l’intera tracklist è disponibile in streaming. Si tratta alla fine di altri 25 album che possono essere messi insieme ai precedenti 25 per ottenere una ricca top 50 dell’anno che sta per concludersi.

 

22. Claude Speeed — Infinity Ultra

Nel suo nuovo album Claude Speeed passa senza soluzione di continuità da sonorità ambient piane e riflessive a cacofonie dissonanti e abrasive: Infinity Ultra è un disco ostico e catartico, fatto per l’attraversamento di spazi immensi, fisici o virtuali o mentali, sui quali i suoni sembrano avere la capacità di distendersi con elasticità tendente a infinito.

21. Gregg Kowalsky — L’Orange, L’Orange

Torna con un nuovo album dopo ben otto anni Gregg Kowalsky, alle spalle una discografia distribuita tra etichette anche prestigiose come Root Strata e Kranky, nel frattempo stabilitosi in California: questo lavoro, pubblicato da Mexican Summer, è uno studio quasi da pittore sul colore arancione, sul calore del sole, sulle spiagge e i cieli blu di Los Angeles.

20. Kllo — Backwater

Loro sono in due, sono australiani e sono cugini: si erano già fatti molto apprezzare con il loro EP di debutto un anno fa, e fanno ancora meglio alla prova del primo disco, sempre su Ghostly. Il loro pop elettronico, che mischia R&B, UK garage e 2-step, è una spanna sopra qualsiasi altra proposta recente intorno a queste sonorità.

19. Group Rhoda — Wilderness

Si chiama Group Rhoda ma si tratta di un progetto solista della californiana Mara Barenbaum. Wilderness è il suo terzo disco e il suo terzo centro, per la terza etichetta diversa (Dark Entries dopo Not Not Fun e Night School); la minimal darkwave dal sapore tropicale dei suoi pezzi è ormai un marchio di fabbrica.

18. Josiah Steinbrick — Meeting of Waters

Dopo il live dell’ensemble BANANA realizzato a inizio anno per uno speciale su Dublab, il polistrumentista Josiah Steinbrick fa uscire su Leaving Records la sua prima collezione di materiale solista. Usando da uno a cinque strumenti in ogni composizione, costruisce pattern ipnotici procedendo per differenze e ripetizioni: il risultato è teoria e incanto.

17. Blondes — Warmth

Non è da tutti realizzare un disco che funzioni bene tanto sulla pista del dancefloor quanto dentro una stanza. I Blondes sembrano non avere alcuna difficoltà a farlo qui, offrendo una techno immersiva e dettagliata che parla sia al corpo che al cervello. A volte un po’ troppo evidenti i riferimenti, ma sono peccati veniali.

16. Lindstrøm — It’s Alright Between Us As It Is

Bell’anno per la disco norvegese, con l’uscita di un nuovo album sia per Prins Thomas che per Lindstrøm; quest’ultimo, su Smalltown Supersound, prova pure qualche brano più sperimentale ma convince maggiormente quando si muove sul terreno che conosce meglio, e sforna dunque un lavoro un po’ sfilacciato ma ad ogni modo godibile nel suo complesso.

15. Jabu — Heavy Sleep

Uno dei migliori debutti del 2017 lo pubblica l’etichetta Blackest Ever Black: Heavy Sleep è un disco soul e R&B ammaliante e sensuale, che avanza a ritmi narcolettici ammantato da una produzione di rara raffinatezza. Quando si scopre che Jabu è un progetto con base a Bristol ci si rende conto che in effetti non poteva provenire da nessun altro luogo al mondo.

14. Call Super — Arpo

Il disco liquido e subacqueo dell’anno. Call Super, un po’ meno avventuroso rispetto al debutto Suzi Ecto, nel suo secondo lavoro propone undici tracce in continuo movimento, che cercano senza sosta nuovi sviluppi e direzioni. Quella di Arpo è musica da sottofondo che ha molte cose da dire a chi voglia invece ascoltarla con attenzione.

13. Blankenberge — Radiogaze

I russi Blankenberge prendono il nome da una località balneare che si trova in Belgio, e sono un quintetto in grado di erigere le imponenti mura di suono richieste dallo shoegaze; il loro primo album è un lavoro trascinante e travolgente, dai contorni tremolanti e poco definiti, all’interno dei quali si possono riconoscere tante influenze diverse e ben amalgamate.

12. Alvvays — Antisocialites

Quei romanticoni dei canadesi Alvvays lo sapevano che un disco come il loro esordio era un miracolo irripetibile, così come lo sapeva chiunque lo avesse ascoltato; si sono presi il tempo necessario e dopo tre anni son tornati con un album che riesce a non deludere, sfiorando più volte le vette del precedente. Più di questo non gli si poteva chiedere.

11. Nicola Ratti — The Collection

Nicola Ratti, già membro dei Ronin, già in coppia con Attila Faravelli per sperimentazioni elettroacustiche su Boring Machines, raccoglie le sue migliori registrazioni degli ultimi due anni in The Collection, uscito per Room40: nove brani di space dub colmi di microvariazioni e manipolazioni varie, molto adatti a massaggiare timpani e neuroni.

10. Moses Sumney — Aromanticism

Il debutto di Moses Sumney è il miglior album folk dell’anno: intriso di soul, cantato spesso in falsetto, Aromanticism, uscito per Jagjaguwar, contiene undici brani intensi e malinconici. In scaletta si trovano i due singoli già usciti quest’anno, Doomed e Quarrel, e una nuova versione di Lonely World, ripescata dal suo EP autoprodotto Lamentations.

09. Shigeto — The New Monday

Di Shigeto abbiamo avuto modo di apprezzare negli anni, oltre al particolare setup batteria ed elettronica dal vivo, le ottime produzioni a metà strada tra jazz e IDM; nel suo terzo disco The New Monday c’è pure molto rap, che arriva qui direttamente dal suo nuovo progetto ZGTO. Funziona bene, ma appare una formula ancora da perfezionare.

08. Lee Gamble — Mnestic Pressure

Per la prima volta su Hyperdub, Lee Gamble realizza un lavoro come al solito stimolante. In Mnestic Pressure inventa poco ma rielabora tanto e bene, smontando e rimontando ogni traccia in un costante lavoro di decostruzione che non eccede mai in astrazione grazie a un perfetto e intelligente bilanciamento di sequenze lineari e spezzate.

07. Jordan Rakei — Wallflower

Il neo-soul fatto come si deve. Il secondo album di Jordan Rakei, il primo su Ninja Tune, è davvero una bella sorpresa: sezione ritmica pazzesca, jazz un po’ ovunque ma anche basi hip-hop, perché il giovane cantante e producer neozelandese ha gusti raffinati e una certa abilità nel mescolare le carte e trovare sempre soluzioni non banali.

06. Waxahatchee — Out In The Storm

Al progetto di Katie Crutchfield non si può che voler bene: Waxahatchee è una band che porta a spasso per il nuovo millennio tutto ciò che di più bello aveva l’alternative rock degli anni ‘90, e lo fa con quella freschezza che ai vari superstiti riapparsi negli ultimi anni (Sebadoh, Guided By Voices, Superchunk) molte volte inevitabilmente manca.

05. Grooms — Exit Index

Del nuovo disco dei Grooms sembra non essersi accorto nessuno, è difficile persino trovarne una recensione in rete; eppure loro avevano già ottenuto buoni riscontri un paio di anni fa con Comb the Feelings Through Your Hair e questo Exit Index è un altro ottimo, solido album dream pop obliquo e sfuggente, alla maniera di Windsor for the Derby e The Caribbean.

04. Mogwai — Every Country’s Sun

Cosa si può ancora dire di una band come i Mogwai: è vero che la loro discografia ha avuto i suoi alti e bassi, ma sono ormai vent’anni che quando si presentano in forma mostrano una classe e un’eleganza con pochi pari. Every Country’s Sun è un album decisamente riuscito, nel quale la band scozzese infila pure una rarità come il pezzo pop Party In The Dark.

03. Kaitlyin Aurelia Smith — The Kid

Kaitlyin Aurelia Smith in The Kid utilizza, mostrando una confidenza ormai totale, una decina abbondante di sintetizzatori diversi, accostandoli a strumenti tradizionali come flauto, tromba, fagotto: ne vengono fuori dodici brani dal sound design impeccabile, una caleidoscopica giungla elettronica in cui etnicismo e misticismo convivono con un’istintiva sensibilità pop.

02. Colleen — A Flame my love, a frequency

In futuro a qualcuno capiterà di scoprire gli album di Colleen e di avere molta difficoltà a capire anche solamente in quale decennio siano stati prodotti. Il percorso dell’artista francese rimane unico, così come il suo stile, e questo nuovo disco, per la prima volta realizzato usando solamente strumenti elettronici, ne è l’ennesimo affascinante tassello.

01. Beliefs — Habitat

Tra post-punk e shoegaze, con tinte kraut-rock e persino industrial, al terzo disco i Beliefs sembrano ormai nel pieno della loro maturità artistica. Vario, dissonante, rumoroso e più oscuro dei precedenti, Habitat, uscito per Hand Drawn Dracula, è l’album con cui il duo canadese si congeda definitivamente dai propri numi tutelari e si avvia per la sua strada.

 

+3 (video)

 

I video in cui le immagini vengono accompagnate da testi in sovraimpressione sono spesso i più indimenticabili: senza spingersi indietro nel tempo fino a Just dei Radiohead, basti pensare ai più recenti I’ll die rich at your funeral dei Peter Kernel e Brazil di Luke Abbott. I Bicep hanno avuto un bel coraggio a presentarsi nel 2017 con un disco d’esordio che attinge a piene mani dalla progressive house e dalla trance, ma pescando solo il meglio e alternando soluzioni molto diverse tra loro hanno prodotto un lavoro di spessore. Il video di Glue è un originale, nostalgico e sentimentale omaggio all’era dei rave party.

 

 

Con il suo nuovo disco, Ruinism, Lapalux si è reso quasi irriconoscibile rispetto ai suoi due lavori precedenti. Quelli si fanno ancora preferire per completezza e coesione, ma questo nuovo concept album sulle rovine, in cui il producer inglese medita sul confine tra la vita e la morte sperimentando soluzioni sinfoniche e orchestrali, sa volare altissimo con alcune tracce: tra queste sicuramente Data Demon, costruita su un incredibile, complesso e vertiginoso susseguirsi di forme diverse. Al video va riconosciuto il merito di riuscire a starle dietro, restituendone al tempo stesso la natura ultraterrena e concettuale.

 

 

C’è una domanda che attendeva prima o poi al varco James Holden: cosa viene dopo un disco fondamentale come The Inheritors? Il producer inglese, affiancato da una live band, nel suo nuovo lavoro tira fuori nove paniche jam post-rock, e si tratta certo di materiale di ottimo livello; non è chiaro tuttavia se la risposta alla domanda sia “si torna indietro” o “te lo dico la prossima volta”, per quanto poi questo nuovo disco si dimostri del tutto coerente con il suo percorso. Il video della title-track è molto particolare e mostra a layer sovrapposti diverse coreografie improvvisate sul pezzo da una ballerina.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Consiglia musica su Movimenta e ha organizzato concerti e festival. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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