Freak Antoni con gli Skiantos ha smascherato, con un gioco semantico ineccepibile, gli aspetti contraddittori che tuttora fondano il business musicale: il divismo; il personalismo; il testo trombone; il testo vuoto; il sacrificio dei contenuti; la retorica dei buoni sentimenti.
Il gioco semantico in questione è il «demenziale» (presumibilmente un termine di suo conio): esso è «ciò che è assurdo, bizzarro, evidentemente non plausibile, non eroico, non colto, non istituzionale […] contamina con violenza tutta concettuale l’insopportabile mondo del Buon Senso Comune […] uno spettacolo che si serve del proprio stesso non funzionare».
Gli Skiantos, dunque, hanno caratterizzato la dissacrazione tout court in un senso né volgare, né patetico, né snob.
Gli Skiantos hanno sdoganato, nell’opera d’arte, la cretineria passiva del pubblico: a costo di provocarlo lanciandogli ortaggi dal palco, lo rendono attivo, partecipe, critico.
Freak Antoni è uno dei massimi rappresentanti dello slancio creativo prodottosi nella Bologna del ’77. Non c’era solo lui: c’erano Andrea Pazienza, i Gaznevada, la Traumfabrik, Tanino Liberatore, c’era un fermento rivoluzionario che doveva esprimersi prima di tutto nella sua dimensione artistica.
Freak Antoni è stato punk prima di Enrico Ruggeri. Gli Skiantos sono la declinazione italiana di quello che il punk rappresentò nel mondo.
Freak Antoni non è stato mai sufficientemente omaggiato nel corso della sua vita. Il che significa che la sua opera è perfettamente riuscita.
Foto di Concretamente Sassuolo