London Voices: Nubya Garcia incanta Pisa
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Nubya Garcia incanta Pisa

Nubya Garcia è giovanissima e piccola di statura. Sul palco possiede la qualità, innata nei grandi, di saper controllare la sua band e il pubblico con il solo ausilio della sua musica.     La sassofonista inglese, nata da genitori caraibici, arriva a Pisa (al cinema Lumiere, locale molto bello e soprattutto dall’ottima acustica) all’interno […]

22 Mar
2019
London Voices

Nubya Garcia è giovanissima e piccola di statura. Sul palco possiede la qualità, innata nei grandi, di saper controllare la sua band e il pubblico con il solo ausilio della sua musica.

 

 

La sassofonista inglese, nata da genitori caraibici, arriva a Pisa (al cinema Lumiere, locale molto bello e soprattutto dall’ottima acustica) all’interno del tour europeo che segue il suo secondo lavoro come bandleader, l’EP When We Are.

In pochi anni si è affermata come una delle voci più importanti e trascinanti dell’eccezionale ondata di jazz inglese esplosa da qualche anno. Già membro dei gruppi Maisha e Nerija, Nubya oltre a When We Are ha pubblicato anche un altro lavoro come leader, lo splendido Nubya’s 5five.

 

 

Sono in quattro a salire sul palco: batteria, contrabbasso e tastiere. Non è la formazione tipo dei dischi, ma poco importa. La cosa meravigliosa di questa scena londinese è che tutti si conoscono e tutti collaborano, i progetti si intrecciano facendo nascere ogni volta nuove collaborazioni e formazioni. Non ci sono (o almeno non sembrano esserci) gelosie o antipatie, solo voglia di crescere sempre di più: per dirne una, il tastierista che questa sera suonerà con Nubya (Charlie Stacy), avevo già avuto la fortuna di ascoltarlo durante il concerto di cui fu protagonista Yussef Dayes ad uno Spring Attitude Festival di qualche anno fa. La stessa Nubya ha collaborato o collabora  in modo continuo con le personalità più diverse: dagli stretti amici Ezra Collective a una leggenda della Jungle come Congo Natty, passando per Moses Boyd o i giovanissimi Blue Lab Beats.

 

 

Il concerto è andato oltre le aspettative. Più di un’ora e mezza di musica che non ha comunque saziato i presenti che chiedevano un bis purtroppo non arrivato.

Il suono di Nubya sa essere corposo, imponente, quasi mandatario, eppure allo stesso tempo racchiude in sé una delicatezza e una profondità immense. Le strutture dei brani non sono mai rigide: esposizione del tema e poi via all’improvvisazione più selvaggia. È stato interessante notare le “coppie” musicali che si sono formate.

 

 

Batteria e tastiere non hanno smesso un attimo di “pestare” sui rispettivi strumenti, nei loro assoli c’era una voglia di fare incredibile, un senso ritmico elettrizzante scaturito da un gran interplay tra i due. Il contrabbasso di Daniel Casimir è la sorpresa della serata: è puntuale e precisissimo, quasi serioso nell’accompagnamento ma si trasforma nel momento dei soli. Sembra quasi non prendersi sul serio, inizia sempre timido, come a dire «ma che davvero devo fare un assolo di contrabbasso? Ma che ve ne frega a voi?». Muovendo da questa implicita ironia, Casimir procede a conquistarsi tutti, passando da fraseggi letteralmente comici a momenti che sono sfoggio di tecnica e gusto invidiabili, ma soprattutto di un grandissimo groove.

 

 

Il groove è ciò che attraversa tutti i brani, con una batteria che a tratti nel suono è più rock e funk che jazz. In questa esplosione di talento Nubya Garcia riesce comunque a rimanere al centro dell’attenzione. Le sue frasi sono lunghe, morbide e tendenti alla ricerca di una spiritualità talmente forte, da riuscire a convincere anche i più scettici. Se vogliamo prendere come “leader” del giovane jazz contemporaneo inglese l’incredibile Shabaka Hutchings, mentre per l’America la scelta deve ricadere sull’imponente Kamasi Washington, Nubya assomiglia molto di più a quest’ultimo. Il suo è un jazz “bastardo” ma tra i musicisti inglesi che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo Nubya Garcia è forse quella che sembra tenere di più alle radici del suo suono, quelle del jazz americano. Il suo sax suona come il risultato di uno studio appassionato di John Coltrane, Eric Dolphy e in generale dei grandi sassofonisti tenori di quegli anni. Nonostante questo è poi bravissima anche ad assecondare le rimitche afro-beat e caraibiche che gli vengono proposte, e a lanciarsi in fraseggi che danzano sul pattern ritmico in un modo freschissimo, contemporaneo per eccellenza.

 

 

I quattro sono talmente assorbiti dalla musica e affiatati che, per ammissione della stessa Nubya, si scordano di fare una breve pausa tra il penultimo e l’ultimo brano, unendoli grazie ad un interludio in solo della sola Nubya, riassunto ideale di tutto ciò che è lei come musicista e che è la scena inglese in questo momento — la tradizione, Londra, New York, la diaspora, il panorama contemporaneo. Una lunga  trance musicale: il finale perfetto per un concerto grandioso.

 

Foto di Giulio Pecci

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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