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Letteratura
15 Dicembre 2013

Solo una torta

Che cos’è il piacere,
se non un dolore straordinariamente dolce?
[Heinrich Heine]
 
 
– Ma tu l’hai assaggiata la torta?
Ricordo che questa fu una delle poche cose che mi chiese durante quella fredda colazione invernale. Eravamo in uno dei bar del centro, in una delle traverse di corso Magellano. Erano appena le sei di mattina eppure c’era già tanta gente, lavoratori in procinto di iniziare una nuova giornata con i suoi ritmi frenetici, i suoi ritmi assurdi.
Io fui distratto solo dal motivo ripetitivo e metallico che veniva fuori da una macchina elettronica, di quelle che dispensa palline colorate. Bevvi il mio cappuccino cercando di farmi inondare, quanto più possibile, dal fumo che usciva dalla tazza. Mi è sempre piaciuto quell’odore misto a vapore che esce dalle tazze dei bar. Mi trasmettono sicurezza, ritengo siano un valido scudo alle insidie quotidiane.
Lei, pur non avendo neanche un’ora di sonno, mostrava già un tono agile ed energico ed io le ero lì, accanto, solo per farle un po’ di compagnia, perché mi era sembrato triste non accompagnarla. Aveva il treno tra meno di un’ora, treno che l’avrebbe riportata in un’altra città uguale, con un’altra corso Magellano e tanti altri bar sulle traverse, laddove incontrare altrettanti lavoratori nevrotici, preparati ad affrontare giornate con gli stessi ritmi frenetici ed assurdi.
Giunti in stazione alzò lo sguardo sul tabellone magnetico delle partenze e, rapida, scorse gli orari dei treni fino a riconoscere il suo di cui, sottovoce, pronunciò più volte i dettagli, come a fissarli meglio nella mente. Si avviò al binario con passo deciso e svelto ed io le corsi dietro imitando maldestramente la stessa sicurezza. Dopo un po’, tra rumori assordanti di locomotori, chiasso della gente, fischi pneumatici e stridi di freni, si fece spazio, dai diffusori, un’eco sterile: treno in arrivo al binario 3, prego allontanarsi dalla linea gialla. Il tempo per un veloce abbraccio e qualche espressione di circostanza e la vedevo già salire sul vagone metallico mentre trascinava con sé il piccolo bagaglio che aveva portato. Poi la vidi sprimacciare in modo sbrigativo il sedile su cui avrebbe prese posto e, nell’incrociare il mio sguardo, mi sorrise di un sorriso triste, mi soffiò un bacio attraverso il finestrino e da lì a poco la vidi scomparire lentamente insieme a tutte le altre carrozze.
Non fu sicuramente il saluto strappalacrime di un tempo ma, strano, non fu neanche tanto approssimativo come mi sarei aspettato. Avrei dovuto dirle che mi mancava, che non volevo se ne andasse, avrei dovuto convincerla a rimanere un altro po’ e invece non feci nulla per trattenerla: tacqui e accettai un feroce addio che mi lasciò, nei minuti a seguire, in un forte stato di disorientamento.
Era venuta tre giorni prima per la festa di Saverio, Savio per gli amici. Il lettore ha il diritto di sapere che la festa di Savio non è una festa come tante altre. La festa di Savio è la festa, un evento vero e proprio, da anni l’appuntamento più importante nel panorama mondano della realtà provinciale in cui vivo. Perché Savio si concederebbe a qualsiasi eccesso pur di rendere memorabile il giorno del suo anniversario e, da buon mantenuto, ha sempre comodamente attinto dal solido patrimonio degli accondiscendenti e benestanti genitori per celebrare la sua esistenza.
Quest’anno poi l’evento si caricava di ulteriore importanza perché ricorreva il suo trentesimo anno di vita. E lei non se l’era sentita di non venire. Lui era suo amico o meglio era mio amico, anzi meglio ancora, Savio era l’amico stronzo che, quando le cose tra me e Martina non andavano, aveva preferito dar conforto a lei, speranzoso di ricevere qualche carezza in cambio. E forse le avrebbe pure ricevute se non fosse che da lì a pochi mesi, lei ebbe un’offerta di lavoro altrove e, in men che non si dica, dispensò lacrime e saluti e andò via, accompagnata dalla vile esultanza del sottoscritto.
Ed ora si era letteralmente inventata tre giorni nel suo calendario affollatissimo. Era riuscita a sistemare ed incastrare tutto in modo da ritagliarsi un fine settimana libero da impegni ed avere la possibilità di raggiungerci per i festeggiamenti.
Io non la vedevo da più di un anno ed ero, perciò, estremamente teso. Da giorni vivevo un febbrile stato di nervosismo, mi sentivo oppresso da oscuri diritti e doveri. E mentre mi caricavo di insensati timori il tanto atteso momento era arrivato. Credevo che non avrei saputo affrontare la situazione, che avrei assistito alla disfatta delle buone maniere e, invece, le cose tutto sommato erano scivolate abbastanza fluide.
Come c’era da aspettarsi la festa era il ritrovo del genere di persona che frequentava Savio, gente proterva e formale, emula di modelli frivoli e inconsistenti e sognatrice di un mondo fatto prevalentemente di apparenze, soldi e divertimento. Io andavo con i soliti bigi compagni di sventure: Massimo, Stefano e l’irrinunciabile Ivan, una scorta solidissima con cui potevo affrontare le burrasche più tempestose. Noi, in qualità non di conoscenti, ma di degni rappresentanti delle sue vere amicizie, urtavamo un po’ con questo tipo di ambiente. Eravamo una nota storta, una fronda distaccata, una stretta minoranza che non si lasciava intaccare e a cui era tutto lecito.
Il protocollo diplomatico era notevole e prevedeva un primo momento di incontro, cui noi della vecchia guardia ci astenemmo, allo Stuart per un preliminare aperitivo di riscaldamento. Dopo si raggiungeva il Gone, una pantagruelica architettura sulla statale, venti kilometri fuori città, disegnata e progettata per spiazzare la sobrietà e ostentare un lusso smodato, pacchiano, assolutamente volgare.
Ed è direttamente qui che facemmo il nostro glorioso ingresso. La serata era quanto di più impegnativo si potesse immaginare e, se un tempo queste cerimonie artefatte mi scomodavano un bel po’, adesso mi scivolavano indifferenti, non provocandomi più alcuna reazione.
Sin dall’inizio accompagnammo la serata con discrete quantità d’alcool. Liberi da scazzi e senza alcuna remora, i miei compagni si lasciarono andare, da subito, all’istinto incontrollato e settarono il comportamento in modalità rimorchio facile e senza scrupolo. E, in quest’ambito, la faceva da padrone il buon Ivan, un autentico predatore spudorato che, quanto ad adescamenti e seduzioni vantava un repertorio più che invidiabile.
Non fummo in grado di decifrare se per beffa o per puro spirito sportivo ebbe il coraggio di sorridere più di una volta anche ad un’improponibile ex di una nostra conoscenza, lasciandoci supporre volesse dare una chance anche a lei che, lo sapevano anche i muri, non batteva chiodo ormai da tempi immemorabili.
Ma ci convincemmo della sua più completa degenerazione quando, in un momento in cui ci ritrovammo tutt’insieme, ci confidò che ritrovava una certa Mariangela molto più carina di quanto ricordasse, definendola un corpicino aggraziato e accattivante, una vera e propria bestemmia che si candidò, a buon diritto, come l’uscita memorabile della serata.
Io, d’altra parte, bevevo perché il bicchiere era l’unico a darmi sicurezze. Per quanto offuscato però riuscii a percepire nell’aria qualcosa di destabilizzante. L’avevo già vista un paio di volte e, inutile dire, in me creava un evidente stato di disagio. Vestiva un miniabito rosso rubino in jersey a vita alta, con spalline sottili e un corpino rivestito da pietre e una doppia frangia decorativa. E ai piedi indossava dei sandali a listini incrociati che gli regalavano furbescamente qualche centimetro di forma e slancio.
Avevo trovato il coraggio di avvicinarla solo dopo diversi momenti di marcatura lontana, appena accennata, roba da professionisti di spionaggio. Avevo esordito con un saluto sincero ma formale e lei aveva ricambiato in modo meno sostenuto. Dietro l’imbarazzo ebbi l’impressione che le facesse davvero piacere rivedermi e me lo confermò dopo pochissime battute insistendo sul fatto di trovarmi in ottima forma e facendo qualche osservazione ironica sulla mia stretta cravattina rossa. Ne commentò il colore acceso ed entrambi convenimmo che associarla al resto dell’abbigliamento era stata una scelta audace.
Poi, mascherato da una finta disinvoltura, presi a farle delle domande vaghe sulla sua nuova vita, la nuova città, il nuovo lavoro. E lei, meno brava nel simulare la difficoltà, si destreggiava goffamente tra un “sì beh, non va così male” e “nulla di nuovo, le solite cose”. E, intanto beveva in respiri brevi un qualcosa che doveva essere un manhattan e intrecciava le dita ad un ciuffo di capelli che, dal moderno caschetto nocciola chiaro, le scendeva giù fino all’altezza del mento. L’intera situazione era pregna di esitazione e timidezza poco oliata.
Dopo lenti istanti di sole occhiate aggiunse che di lì a poche ore avrebbe dovuto già prendere il treno per il ritorno, che era stanca di questa vita fatta solo di weekend. Parlammo un altro po’ e, quando cominciai ad intravedere il traguardo della conversazione e sentire troppi sguardi intorno a noi, la spinsi verso la terrazza per cercare un po’ di riservatezza. Lei non si oppose minimamente e, con rapide curve, attraversammo l’intera sala con un’aria complice che lasciava intendere che un giorno, tra noi, c’era stato qualcosa che andava ben oltre la semplice confidenza.
Fuori la serata era pungente e umida. Una luna grande e ruvida si staccava, capricciosa, su un cielo che anneriva una campagna monotona e uniforme interrotta, solo a tratti, da qualche vivace siepe selvatica. E in lontananza le luci della città, tanti piccoli puntini luminosi, sovrapposti l’un l’altro, che insieme tracciavano una piccola nebbia colorata.
Ormai separati dall’isteria della festa e sottratti alla vista di occhi indiscreti passeggiammo un po’ lungo l’ampia terrazza. Raggiungemmo infine il balcone, ci poggiammo sul parapetto in pietra chiarissima e, a tratti, ci distraemmo nell’indovinare quali arbusti adornassero il giardino, così ben illuminato da divertenti faretti da incasso. Adesso non sapevamo quali reali intenzioni ci spingessero avanti, i nostri cocktail erano quasi finiti e il nostro diventava un bere lungo, lento, bere stillicidio. Le parole ci avevano lasciati soli e l’esitazione, la timidezza poco oliata di prima, si erano trasformati in qualcosa di strano, indecifrato, che non saprei dire.
Lei prese a giocare incerta con la cannuccia del suo probabile manhattan ed io sapevo che stavamo percorrendo una linea di confine che, per non ricadere in errori già commessi, era meglio non superare.
La guardai con uno sguardo sfuggente e anche lei sapeva che stavamo percorrendo una linea di confine che, per non ricadere in errori già commessi, era meglio non superare.
Così trascorremmo un’eterna pausa di silenzio a dirci quanto era stupido il nostro modo di vivere e quanto possono essere eccessive le nostre aspettative, pausa che si interruppe solo quando mi offrii di accompagnarla alla stazione.
E così, ora che l’avevo lasciata, ora che il treno era partito la mia quotidianità mi investì di un freddo agghiacciante che mi raggelò le gambe. La stazione non è certamente il luogo più idoneo per farsi prendere dalla nostalgia per cui dovevo scappar via da lì e decisi di tornare subito a casa. Provavo un confuso senso di abbandono che cercai di soffocare facendomi distrarre dalle letture degli articoli di quei quotidiani gratuiti che recuperai alla metro.
Ma le notizie sulle quali mi imbattei appesantirono questo mio malessere. Più scorrevo gli  articoli e più mi rendevo conto che c’era un velo, uno schermo che mi impediva di cogliere la reale drammaticità degli episodi.
Quando tornai a casa ebbi solo il tempo di farmi una doccia per uscire nuovamente e, affrontare, anch’io una nuova giornata lavorativa. Ero stanco e irrequieto perché, anche quella volta, l’orologio aveva vinto la partita ed, ormai, come accadeva da tempo, dettava prepotentemente i ritmi della mia esistenza, senza che io potessi far nulla per contrastarlo. Era come un allenamento in una pista olimpionica: io che corro ed ansimante grondo caldo sudore e l’orologio come il preparatore a bordo pista che scandisce il tempo e mi spinge con l’asciugamano.
Scesi giù lungo la tromba delle alte scale di casa, feci alcuni angoli di strada e mi ritrovai, in piena concitazione, nei corridoi della metro a respirare quel cattivo odore di grasso meccanico e fare slalom tra la gente per bruciare qualche secondo.
Poco dopo ero in perfetto orario davanti al mio ufficio, il santuario che, da ormai cinque anni, consacravo ogni giorno come un devoto. La macchina del caffè era guasta e così preventivai un mal di testa nelle ore successive.  Arreso da questa prospettiva mi presi tutto il tempo e la calma per aprire la posta elettronica e dare uno sguardo all’agenda per cogliere le cazzate più importanti da sbrigare. Mi resi conto della straordinaria automazione con cui procedetti in queste attività e, al tempo stesso, provai lo stesso senso di disorientamento di poche ore prima. Era come se fossi stanco. Ormai il gioco cui assistevo da tempo non mi entusiasmava più, tutto mi sembrava troppo artificiale per poter andare avanti. Ero uno stupido attore in uno stupido spettacolo che tra l’altro, non mi divertiva più.
Totalmente demotivato ed impermeabile alle pressioni esterne fui in grado, se pur con affanno, di contenere gli impegni della giornata e riuscire a volatilizzarmi intorno alle sei. Nell’orologio marcatempo, il beep di lettura del badge risuonò come il gong del ring. Un altro match era finito e potevo finalmente ritirarmi negli spogliatoi ma, mentre il boxeur lo fa esausto e spossato io rinascevo dopo il combattimento.
L’aria densa dell’esterno mi entrava nei polmoni dandomi una forza che avevo ignorato nelle ore precedenti. Avevo deciso di fare un pezzo di strada a piedi, di intraprendere alcune vie del centro per catturare l’entusiasmo dei viandanti, il fervore di coloro che si davano allo shopping. Lo sferragliare dei tram, il tacchettio delle scarpe di alcune passeggiatrici però non mi consegnò il benessere sperato, anzi, mi resero impaziente, frettoloso di trovare una pausa.
Cercai rifugio in un bar, avrei consumato un aperitivo rinunciando alla cena. Ma quando venne la ragazza delle ordinazioni, temporeggiai. Le dissi che aspettavo qualcuno e, gentilmente, le chiesi di ripassare. Ero seduto a un tavolo vicino alla finestra. Adesso potevo vedere quella stessa confusione in modo più rallentato, adesso non c’era più l’aria gelida a colpirmi la faccia, i rumori da assordanti si erano assopiti e dolcemente miscelati alla musica della sala, diffusa da casse disposte in modo disordinato. Era uno dei tanti motivi lounge di quelli che, ormai, avevano letteralmente invaso quasi tutti i posti del genere.
Dopo tanto mi feci portare un long island. La stessa ragazza di prima fu molto premurosa perché immaginò che la persona che attendevo mi avesse dato buca. Era una biondina minuta, con un grembiule annodato in vita che le copriva un posteriore che le doveva creare complessi. Pensai che ero in una posizione avvantaggiata per decollare quando il mio stupido telefono prese a singhiozzare insistentemente con le sue applicazioni perditempo, quasi come fosse geloso della situazione. Dovetti assecondare le sue istanze e, seccato, risposi telegrafico ad una tempesta di parole e faccine. Tra le  tante richieste me ne giungeva anche una urgente di un collega. Dovevo contattarlo ma un icastico disorientamento, lo stesso che mi aveva accompagnato per tutta la giornata e che mi manteneva in sospeso tantissime altre cose, mi convinse vilmente a rimandare.
Tornai a casa con la voglia di mettere su un po’ di musica e fu una vecchia playlist che non ascoltavo da tempo a scivolarmi tra le dita del lettore e illuminarsi sullo schermo dell’impianto stereo di casa. Sprofondai sul divano e mi lasciai subito assorbire dalle morbide sonorità che occuparono repentinamente la stanza. E quando le casse presero a sillabare i think the kids are in trouble/i do not know what all the troubles are for… l’ambiente si caricò di un inudibile rimpianto e la mia mente cominciò ad inciampare nei ricordi più impensabili. E così salì a galla tutto un certo mondo avulso e immobile che adesso si lasciava sfogliare come le pagine di un vecchio album di fotografie ma che un tempo, non molto lontano, mi apparteneva.
E pian piano si fecero nitide certe situazioni, diventarono chiare le espressioni di certi volti amici, ombre ignote presero la forma di certi posti dall’aria familiare… e poi i colori di certe vie, le insegne di certi locali, un certo freddo odore di cappotti… certe risate mescolate a birra e suoni di chitarre, certe luci notturne e certe giornate lunghe…
E certe prime ore mattutine con le tenui sfumature dell’alba e l’aroma del caffè appena fatto, un certo lento calpestio su pozzanghere di foglie… certe tende grandi come tovaglie col profumo del vento, certi lampioni pallidi, certe impazienti attese… un certo odore di animali pigri, un certo incanto di gesti spontanei, una rara attenzione verso le cose stupide… e poi una certa stanchezza, di quella che ti dà energia perché sai che ne vale la pena…
E infine il contorno di certi occhi, certe gambe chiare e sottili, da ballerina di Degas, un certo disegno di labbra e un certo balsamo all’albicocca… certi movimenti leggeri, certi sorrisi insicuri, certi modi di mettere il broncio e altri di fingere l’incazzatura… e certe sorprese che ti riempiono il cuore, certi palpiti, certe parole calde, certi sussulti, certi gesti fatti di latte e caramello…
E, immerso in questo sogno sbagliato, mi ritrovai sonnambulo a prendere il telefono e digitare il suo numero, evidentemente cancellato solo dalle memorie dei miei dispositivi, quando improvvisamente mi ridestai e lo cancellai. Non passarono neanche due minuti e il mio dito, senza che il cervello se ne accorgesse, ripeté gli stessi movimenti ed io rilessi sul display la stessa combinazione di numeri. Stavolta però andai avanti e premetti il tasto per attivare la chiamata e, sul display, un simbolo a forma di ricevitore cominciò a lampeggiare nervosamente.
Al primo squillo ero stordito perché sentivo di aver fatto una cosa che non volevo fare. Al secondo mi sentivo patetico e melenso ma non trovai l’energia per riagganciare. Al terzo realizzai che ormai il danno era fatto e sarebbe stato ancora più stupido attaccare adesso. Al quarto ero sul punto di chiudere ma tentennai ancora un po’ quando, dall’altra parte, un tono morbido e innocente mi spiazzò.
– Pronto?
No, cazzo! e adesso che le dico? E presi a ciangottare come un balbuziente.
– Ciao… niente, volevo sapere… beh, sì… com’è andato il viaggio?… insomma tutto ok, sei tornata?… non mi hai fatto sapere nulla!
E lei: – Sì, sì, tutto ok… anche se non credevo di doverti…
Ed io, tempestivo -… e infatti no, non dovevi…
E lei che incalzava – Va bene ma mi fa piacere!…
– Ah, sì???
– Certo, lo sai che mi fa piacere!
E questa battuta fuori registro ci spiazzava un bel po’. Dovetti  intervenire.
– Ok, allora niente… ci sentiamo…
– Sì, sì… ci sentiamo!
E con tono simpatico: – Magari l’anno prossimo, al 31esimo compleanno di Savio.
Lei strozza una risata ed io:
– Ah, a proposito…  la torta era strana.
– Come scusa?
– No niente, stamattina mi hai chiesto se avessi assaggiato la torta.
– Ah già? ed era buona?
– Di buona era buona ma c’era qualcosa che non convinceva… aveva un sapore strano, indecifrato, che non saprei dire…
– Cioè?
– Boh, che ne so è che alla fine non era affatto dolce… sai, secondo me tradiva le aspettative!
E lei divertita: – Le aspettative? ma dai… era solo una torta!
– Già, hai ragione era solo una torta… solo una torta!
E dopo qualche altra battuta di circostanza, che si focalizzò sulle assurde tecniche di approccio di Ivan e sulla pettinatura improponibile di Mariangela, la linea cadeva muta lasciandomi in bocca un sapore strano, indecifrato, che non saprei d

15 Dicembre 2013

Uno strano feticismo

Ogni anno cercavano di trascinarla al festone in maschera dell’Accademia di Moda. Stavolta c’erano riuscite. Tema: i Fratelli Grimm.
Era già Quaresima inoltrata e incontrando lungo il Campo Marzio gli sguardi contrariati di vecchie turiste cattoliche armate di impermeabili, foulard e rosari, Emma li interpretò come un chiaro segno di catastrofe imminente. Infatti avevano dimenticato i biglietti a casa. E costavano quindici euro l’uno.
Maschere indecifrabili e vagamente mignottesche erano raggruppate in capannelli ciangottanti davanti al teatro affittato per l’occasione, sfoggiando parrucche, mantelli e sigarette. Emma sperò che il motivo per cui tutte quelle persone rimanevano con le spalle curve e strette sotto il freddo umido insistente fosse il tabagismo, e non la scarsa attrattiva della festa.
L’attesa rivelò purtroppo che nessuno sgomitava per rientrare.
Tra i gruppi si notava la vivacità di un ragazzetto magrolino; indossava un elegante completo gessato che lungo la spina dorsale si trasformava in un voluminoso abitino bianco di pizzo con accessori ton sur ton. Fine metafora di un conflitto insuperato.
Da una porta a vetri sbucò Claudia. Le aveva invitate lei. Era l’unica del gruppo a frequentare l’Accademia e aveva passato diverse notti insonni a cucire il suo vestito per la sfilata; si beccava pure un voto. Aveva scelto Cenerentola allo scoccare della mezzanotte, metà stracciona e metà principessa (un’altra scissione verticale): da un lato della gonna pendevano spighe e paglia, dall’altra, un drappo di chiffon si appuntava in cima al fianco, si scioglieva in volute cangianti e proseguiva in una cascata di rose di stoffa, per morire nel laghetto luccicante dello strascico. Acconciatura e trucco assecondavano la schizofrenia del personaggio.
Nonostante il suo impegno,  la sfilata era stata vinta da un’altra Cenerentola. Perché è la figlia di.
-Quindi, come entriamo senza biglietti? – chiese Veronica.
-Solo-voi-comunque-che-spastiche-cazzo.
Da un breve scambio tra Claudia e la ragazza della cassa emerse che bastava un semplice “sì-sì le conosco” e pur non essendo neanche in lista le ragazze entrarono tutte e sette d’amblè.
Valeria fu subito inghiottita dalla folla per andare incontro al suo ragazzo, che insieme agli amici aveva studiato una maschera coordinata: Giacomo il cacciatore, Gabriele il lupo, Simone la nonna e Raffaele, un rugbista di un metro e novanta con la barba bionda, era vestito da Cappuccetto Rosso. Emma avrebbe preferito non salutarli.
-Ciao Raffo, come stai? Senti, devo chiederti scusa, l’altra volta-
-Ma che scusa, figurati. Tu come stai?
-Meglio, grazie. Sei la Cappuccetto Rosso più bella della festa.
-Eh lo so. E tu da che sei vestita? Biancaneve?
-In realtà sarei la regina cattiva.
-Troppo bella per essere la regina cattiva.
Da ovunque arrivasse lo sguardo di Flaminia, Emma se lo sentiva premere sulla bocca dello stomaco. Valeria distrasse tutti:
– Non sapete come stava Emma sabato scorso: dopo essere sparita per due ore infrattandosi su per le scale di un condominio con Gabriele, è svenuta su un divanetto al limite del coma etilico e Raffo l’ha messa in spalla come uno zainetto e l’ha caricata con disinvoltura tipo sacco di patate fino in cima a una rampa di scale lunghiiissima. A un certo punto hai pure dato una capocciata tremenda! Poi ti sei vomitata addosso e sbiascicavi fanuuulo afangulo tuttt! Aeeeia, AAeeia aa iia boossaaa. Che tra l’altro la borsa era rimasta in macchina. Anda ia esssti stroonsi, a fancuulo eesti stonsii…E ogni tanto sveniva.
-Quanto te piace a te raccontà le performance imbarazzanti degli altri?
Stasera Emma non avrebbe bevuto. Non troppissimo, ecco.
La straziante epopea che prevedeva il passaggio al guardaroba, la conta delle compagne perdute lungo la strada e la fila al bancone dell’open bar sormontato da inquietanti manichini di carta pesta durò circa mezz’ora. Nel tortuoso cammino Emma s’imbatté in facce più deformate dall’alcool che dal trucco: rampolli elettrizzati col mascara, giovani altezzose seminude, porcellini cocainomani con cravatta e quantità smodate di Cappuccetto Rosso versione sexy.  Più tardi, dalla balconata, ne avrebbero contate ventisei. Ce n’erano tre solo nel loro gruppo, se si conta il rugbista.
Tra l’ingresso e il bancone del bar si rimaneva facilmente invischiati in un magma umano fluente, umidiccio e autopropulsivo che – prima di sfociare nella sala accanto depositando le persone come le alghe una risacca – impediva di vedersi le scarpe e costringeva gli occhi ad una carrellata di sguardi ostili, pettegoli, arrapati, finti entusiasti o semplicemente persi nei touchscreen.
Quando finalmente fu rivomitata dalla folla Emma si accorse che discoteca si trovava nel teatro vero e proprio. La sala rotonda, abbracciata tutt’intorno da un piano rialzato, era sormontata da balconate che si sviluppavano a semicerchio fino ai lati del palco. Il perimetro era decorato da numerosi divanetti coppia-pomiciante-muniti e al centro del palco e su un paio di pareti laterali venivano proiettati a loop i movimenti scattosi e annoiati di modelli unisex che cambiavano posa avvolti in abbondanti stoffe optical. Veri poser.
La sala era piena di gente per lo più ferma, perché il drum and base trattenuto e ripetitivo  trasudava un certo disprezzo per gli astanti e non riusciva a farsi ballare nonostante l’openbar di vino.
Il dj era un bel ragazzo dalla faccia pulita; Emma cercò di attirare la sua attenzione con il sorriso più sincero del suo repertorio. Lui scostò la cuffia dall’orecchio destro e si chinò verso la pista.
-Lo so che è brutto da dire, però siamo gente semplice, vienici incontro, facci ballare.
Si era offeso, ma sorrise per il modo in cui era stata formulata la richiesta. Che poi era lo scopo di Emma.
-Tipo?
-Non lo so fai tu. Qualcosa di più ballabile.
Emma osservava attentamente la reazione del ragazzo, che senza interrompere il ritmico oscillare della testa teneva lo sguardo sulla sua consolle e accennava un sorriso di maldissimulata superiorità, quando vide spuntare una faccia conosciuta.
Si fissarono per qualche secondo con l’aria interrogativa del ma dove cazzo t’ho già visto, poi Emma si ricordò per prima e salutò. Lui rimase con la mano sospesa ad indicarla, la testa inclinata, gli occhi socchiusi, senza distendere le linee verticali tra le sopracciglia.
Che fosse miope?
Entrambi circumnavigarono la consolle e s’incontrarono a metà delle scale che collegavano i due livelli del teatro-discoteca.
-Ci siamo visti all’università, può essere? – urlava lei sopra la musica.
-Ah, sì. Quelle due o tre volte che ci ho messo piede. Ma tu avevi i capelli lunghi.
I capelli cortissimi disegnavano una piccola parentesi obliqua sulla fronte chiara sormontata da un diadema giocattolo; brillocchi di plastica trasparente grigio-argentata erano incollati su una base di cartoncino di forma piramidale un po’ storta, ancorata ad un cerchietto. L’insieme, paradossalmente, aveva un che di principesco.
-Sì. Avevo i capelli lunghi. E tu eri amico di Emiliano, Matteo…
-Sì-sì esatto.
-Io comunque sono Emma – e contestualmente allungava la mano per ripresentarsi, non ricordandosi il nome e sicura che lui non ricordasse affatto il suo.
-Riccardo.
-Riccardo. Di cognome?
-Bernardelli.
-Berna! Ecco come ti chiamavano.
-Berna, sì – e dopo tre secondi di stallo – Senti ma che hai detto al dj?
-Che nessuno stava ballando, se poteva cambiare musica.
-Ma no, non si fa! E poi che vuol dire?
-Ho cercato di dirglielo in modo carino, però è vero che nessuno sta ballando –  un gesto ampio della mano mostra la sala piena di persone parlottanti;  pochissimi si sforzano di muovere i piedi.
-Senti, ammesso che -. Aspetta vediamo: t’interessa la musica, no? Leggi, ascolti, scarichi, compri i cd, magari i vinili?
Emma annuisce.
-Ecco, allora – continua lui – ammettendo che per te fare musica in questo modo – e indica la consolle e le tavolette piene di manopole, leve e punti luminosi che il suo amico accarezza con amore – mettiamo che sia arte: allora tu andresti da Picasso a dirgli come dipingere un quadro?
-Non so se questa è arte, però Picasso il quadro se lo dipingeva nello studio per cazzi suoi, poi se te lo volevi comprare: bene. Altrimenti pace. Qui sei pagato comunque e ti devi confrontare per forza con un pubblico. È diverso.
-Ok, è vero. – Riccardo cerca le parole tra i fumi di sigaretta e quelli dell’alcool mentre il dj opta per un pezzo così commerciale che è quasi offensivo. Il simultaneo arricciamento di naso fronte e labbra di Emma e Riccardo conferma l’esistenza dei neuroni specchio.
-Ecco sono sicuro che ora i tuoi amici stanno ballando. Dove sono, fammi vedere.
-Veramente non li vedo più.
Quando lei si girò verso la pista, Riccardo vide la nuca sottile, le spalle bianche e dritte lasciate scoperte dal corpetto di velluto e dai lunghi guanti, neri e lucidi come lavagna bagnata. A voler essere sinceri, Riccardo non notava tutto questo: era più una sensazione d’insieme data dai ferormoni sparsi nell’aria.
-Quello che voglio dire – ricomincia Emma – è che secondo me non piace nemmeno a lui. É come se dovesse adattarsi.
-Esatto. Ovvio che non gli piace. Ma quello che vuole suonare lui è peggio, fidati. Se vogliamo, l’errore è di chi ha chiamato lui per una festa di gente che chiaramente non-.
-Forse sì, forse l’errore è di chi l’ha chiamato. Però da come lo dici tu sembra che sia colpa loro che non vogliono la musica giusta. Allora dimmi: che musica dovrebbero ascoltare? Che musica dovrei ascoltare, sentiamo.
-Ma no! Io non sono nessuno. Non esiste.
-Allora facciamo che è un consiglio, poi se voglio lo seguo, sennò no.
-Ma non è questo il punto, io non voglio insegnare niente a nessuno.
-E dài!
-Va bene, allora – ci pensa – cerca qualcosa di Ryoji Ikeda. Un artista del suono, giapponese, che lavora su frequenze al limite della percezione umana.
-Immagino che sia molto ballabile. Cercherò di ricordare il nome. Ma adesso? Qui?
-Non lo so, non lo so. Però se loro. Io non giudico nessuno, però se. Il punto è che è solo una questione di pigrizia. La gente si legge Fabio Volo, no?
-Questo è davvero un esempio abusato.
-Lo so, ma è vero!
-Puoi usare Baricco, se vuoi.
-Ok, allora Baricco, è uguale. Vuol dire comunque che la gente è pigra, si annoia pur di non cercare nuovi stimoli. Se solo si sforzasse.
Guarda tutta la sala tranne lei, poi la punta, si blocca, alza appena il mento:
-Conosci David Foster Wallace?
-Lo amo.
-Che hai letto? – porta indietro la testa, in segno di sfida, sospettoso.
-“Una cosa divertente che non farò mai più” e  qualche racconto da “La ragazza con i capelli strani”.
-Ok, va bene. Però c’è soltanto una cosa che devi assolutamente leggere di Wallace. Perché per esempio “Considera l’aragosta” puoi anche non leggerlo, davvero. Quello che devi per forza assolutamente, assolutamente leggere-.
Emma alza le mani parallele, a una ventina di centimetri di distanza l’una dall’altra, a tener sospeso un grosso volume inesistente.
-Esatto. “Infinite Jest”. Non puoi non leggere “Infinite Jest” se ti piace Wallace. Te lo dico, vorrai mollarlo a pagina dieci, a pagina cinquanta, poi di nuovo a pagina cento: fino alla fine tu vorrai mollare quel libro. Ma forse non lo farai. Anche solo per orgoglio.
Un amico si avvicina sornione e gli allunga un bigliettino quadrato per la consumazione dei superalcolici, indicando Emma con un breve scatto della testa. Riccardo lo guarda imbarazzato e mette in tasca il cartoncino. Emma ride.
-Pensano che ci stia provando. Comunque il punto è che magari ci metti tre mesi.
-Che manco “Delitto e Castigo”.
-Esatto.
-Perché vorresti dirmi che ti sei letto Dostoevskij.
-Eh be’.
-Io ho letto tutto. Tutto tranne i Karamazov. Mollati a metà.
-I Karamazov al liceo.
-Non l’avrei mai detto, Berna. Mi stupisci.
-Lo so, lo so, io sono un coatto, sono il primo a dirlo. Andavo male a scuola, all’università ho fatto il meno possibile, però due cose mi piacciono: leggere e ascoltare musica. Per esempio quanto ti fa rodere il culo che quando vai a scuola ti fanno leggere le sorelle Bronte o i Buddenbrook e poi pensi che leggere è una pezza e non ci provi mai più? E ti fa incazzare perché –
Di nuovo cerca le parole da qualche parte alle spalle di Emma, che interviene urlando accanto al suo orecchio:
-Perché gli insegnanti hanno il potere di fomentarti e quasi tutti lo sprecano.
-Esatto! Tu a un ragazzino di tredici anni gli devi mettere in mano Tolkien, non Jane Austen. Quello va bene per le pischelle! Ma non ci vuole un genio a capirlo. Io sono un ignorante ma sono sicuro che come professore riuscirei almeno a farli appassionare. “Moby Dick” per esempio, è metà romanzo e metà enciclopedia: ti spiega nel dettaglio com’è costruita ogni singola cosa al mondo. Non lo puoi leggere a quindici anni! Ti rompi i coglioni, è chiaro!
-“Moby Dick” mai letto, però ho riletto da poco “Il Barone Rampante”.
-Quella è una delle poche cose che ti fanno leggere a scuola che te la fa prendere a bene.
-Sai che mi ha stupito? Che se ne fotte della consecutio temporum. Calvino! Va dal passato al presente e di nuovo al passato nella stessa pagina. Da lui non te lo aspetti. Ero sconvolta.
-Infatti mi era piaciuto anche da piccolo. Però quelli che mi hanno sconvolto sono altri, che ne so: Asimov, l’hai mai letto?
-No! Ho la “Trilogia della…”– ora è lei che cerca la parola.
-“La Fondazione”?
-Eh, sì, è sul comodino da un mese, perché sto scrivendo una sceneggiatura mezzo-fantascientifica, in realtà più fantasy che fantascientifica, ma non l’ho ancora aperto.
-Ah sì? – lo sguardo si ferma per un istante, di nuovo accigliato, non si concede di soffermarsi – E non hai letto Asimov.
-Hai ragione, l’ho comprato apposta: lo farò. E’ una di quelle cose che prima o poi leggo, come il “Don Chisciotte”. Poi l’anno scorso l’ho letto.
-Io no, quello no. Però tu leggiti Asimov.
-Ok, e tu leggiti il “Don Chisciotte”. È divertentissimo.
-Lo so, lo so.
-Tu dici un po’ troppo “lo so”.
-Lo so. Volevo dire che ci vuole il tempo per il Don Chisciotte. Magari intanto leggi altre cose, anche se io non lo faccio quasi mai.
-Io sì.
-Io no. L’ho fatto solo per “Infinite Jest”. Ora dopo un anno sto ricominciando a leggerlo da capo e…è quello, credo, il premio per averlo letto. All’inizio non capisci un cazzo, o almeno io che sono stupido non c’avevo capito un cazzo.
-Qualche settimana fa ho letto le prime pagine a casa di un amico, è illeggibile!
-Il punto è proprio questo, che solo se ti sforzi vai avanti. In qualche modo il libro parla di questo: arrendersi al mainstream, alla pigrizia, agli stimoli passivi, all’omologazione del gusto culturale. Non so spiegarlo bene, non so davvero di che parla il libro.  Però ricordati di leggerlo con due segnalibri, uno per il testo e uno per le note. Le note valgono più del libro. Che poi in realtà non importa di che parla, non è tanto quello che dice nel libro, è più quello che viene fuori dal libro, ma davvero non so come spiegarlo.
-È come in “Una cosa divertente che non farò mai più”: lui descrive quello che lo circonda, le sue giornate, la nave, i passeggeri, ma non giudica mai quelle persone. Sei tu che lo fai al posto suo.
-Esatto.
-È questo il genio di Wallace.
-Esatto.
-Che poi non c’è…snobismo, non c’è…
-Protervia.
-Protervia! Bravo. Esatto.
Il contatto visivo-sinaptico tra i due è interrotto da un ragazzo e una ragazza che si avvicinano guardandoli con aria interrogativa. Ci vuole un po’ perché Emma e Riccardo capiscano che sono amici comuni.
-E questi sarebbero i tuoi amici che non ballavano?
-Questi sono i miei amici che non ballavano.
Beatrice persiste ancora qualche secondo in un’espressione allibita:
-Ma voi due vi conoscete? Emma dove cazzo stavi? Sei sparita da due ore! – si avvicina al suo orecchio – Ma che fai? Questo è amico di quella merda di Alessandro, tipo il suo migliore amico, io lo odio! Lo odio! Vabbè, però se vuoi pàccatelo.
E si scioglie in una risata veloce, di pancia, come quella di un bambino.
-Cosa? No e comunque no, stiamo parlando di…di letteratura.
-Se-se vabbè. Andiamo fuori a fumare, vieni!
-Ora arrivo.
-Arriviamo – aggiunge Riccardo.
La coppia di amici si allontana barcollando e ridendo, sbandando, e lui ne approfitta, le afferra una chiappa e la sprimaccia a palmo aperto attraverso il vestitino da Cappuccetto Rosso, e lei lo spinge via, fa l’offesa e lo allontana, ma intanto ride più forte, lui la riacchiappa e sono già usciti.
-Comunque non ti volevo attaccare una mina, sono i miei sproloqui da ubriaco. È che Wallace. Poi io sto in fissa con i suicidi, però davvero Wallace, lui è. É che lui è al di là dei generi.
Ti capisco, anch’io m’infervoro su qualunque cosa da ubriaca. Poi mi piacciono gli sproloqui letterari e Wallace pure, parecchio. Mi fa impazzire la sua passione per la sintassi, le descrizioni, i dettagli assurdi, i periodi infiniti; per le parole. Il sono una feticista delle parole strane: i termini specialistici, i linguaggi tecnici, mi fanno impazzire. Quando trovo una parola nuova, particolare, che non conosco, godo troppo.
Riccardo inclina la testa risfoderando l’espressione corrucciata, ma stavolta sporge leggermente le labbra, per mascherare un sorriso, e la lascia continuare.
-Mentre leggevo “Una cosa divertente che non farò mai più” sono dovuta andare a cercare un paio di parole che non conoscevo. Tipo mesmerico, che stava nella scena finale dell’ipnotista. Hai presente tutto quel discorso nelle ultime pagine del libro, sul fatto che la suggestionabilità in quel caso è un pregio? Sull’ipnosi collettiva che è micro-cosmicamente emblematica di tutta la crociera? Ecco, in quel punto usa un’altra parola stupenda, qualcosa tipo icastico…No, forse no. Era. Oddio non mi viene. Era. Ecco: era qualcosa per indicare il culmine, l’apice di tutto…
Emma si tortura il labbro di sotto con incisivi, canino e premolare dell’arcata superiore destra.
-Climactico? – prova Riccardo.
Lo sguardo di Emma, finora perso sul pavimento alla ricerca della parola perduta, si solleva di scatto; gli occhi spalancati, le sopracciglia inarcate.
-Che hai detto?
-Cli-mac-tico.
Emma socchiude lentamente le palpebre, affonda i denti nel labbro, mentre un brivido le risale le vertebre una dopo l’altra.
Tre battiti di cassa – bum, bum, bum – e già si avviluppano in un bacio rapinoso, avido, insaziabile. Pantagruelico, l’avrebbe definito lei in seguito.
L’orribile remix di “Sweet Dreams (are made of this)” che inonda il teatro di gargarismi distorti e cupi singhiozzi, adesso, non lo sentono neanche.
Finalmente tutti ballano.
 
Allungandosi dall’altra parte del letto per raggiungere con la punta della sigaretta il comodino, Emma si accorse che il piattino di metallo della Coca-Cola Company stava proprio in cima ai 6,3 cm del volume celeste in cui Fandango confeziona Infinite Jest. Emma soffiò grigio verso il soffitto e sorrise, spiando con la coda dell’occhio Riccardo che sonnecchiava accanto a lei, con un braccio piegato tra collo e cuscino.
-Hai presente il discorso che facevamo prima?
-Mmh.
-Il mainstream. La cultura di massa.
-Mmh.
-Tutte le cose che mi hai detto su Wallace.
-Mmh.
-Che supera i generi? “Infinite Jest”? Le note che valgono più del libro?  
-Mm-h.
-Hai presente Moccia?
-Moccia? – riuscì a mugugnare lui, schiudendo appena un occhio.
-Moccia. Quello di “Tre metri sopra il cielo”.
-Be’?
-Be’ c’è un film che ha scritto e diretto che si chiama “Amore 14”. É l’acmè del trash involontario, il mainstream per eccellenza.
-Me lo sono perso – rispose ironico, tenendo gli occhi chiusi.
-Dovresti vederlo. A un certo punto il fratello della protagonista lascia medicina per seguire il suo sogno e va a fare lo scrittore-cameriere-correttore di bozze che vive sul Tevere.
-Quindi?
-Quindi, c’è una scena in cui lo scrittore-cameriere-correttore di bozze parla di “Infinite Jest” a una tizia. – Un’altra lenta nuvola grigia, un grande sorriso – Dice esattamente le stesse cose che hai detto tu.
Emma attese fiduciosa.
E Riccardo aprì gli occhi.

15 Dicembre 2013

La canzone di Berryblue

La notte in cui Berryblue venne al mondo, per la prima volta dopo anni di silenzio e oppressione, le acque chete del Mississippi ringhiarono, scuotendo il sonno degli abitanti della città di Natchez. Il mattino seguente all’inondazione, alcuni schiavi della piantagione di cotone del Signor Turner, in fila per l’angusto sentiero che presto li avrebbe condotti all’anticamera dell’inferno quotidiano, rinvennero accanto a un cespuglio di mirtilli selvatici, un fagottino più nero del carbone.
«Hey Joe, fermati perdio! Finirai per staccarmi la caviglia se continui a strattonarmi così! Guarda là, lo vedi anche tu?» indicò incuriosito il buon vecchio Ed con la mano ridotta a una poltiglia di cicatrici e i piedi cosparsi di ferite millenarie.
«Cazzo, sì che lo vedo Ed! A meno che non abbia ancora in circolo la sbornia di ieri sera, direi che quel coso lì ha tutta l’aria di essere un altro piccolo bastardo!» rise Joe con i polmoni intasati di catarro.
Fu così che il coso nero varcò la soglia dei viventi, senza sapere bene chi fosse né chi lo avesse abbandonato sotto quel groviglio profumato di mirtilli. E proprio per questo motivo, quando Edward quella sera lo portò a casa, sua moglie Rosie lo battezzò soddisfatta Berryblue.
Il piccolo Berryblue crebbe senza mai opporsi ai rimproveri del vecchio Ed, rivelatosi un buon padre, malgrado le massicce bevute serali e i peccatucci dai quali non era immune. Dal canto suo, Rosie aveva sempre desiderato un bambino da coccolare, ma la maternità non era mai sopraggiunta a donarle un po’ di felicità e Ed, attribuendo la colpa al malocchio di qualche invidioso, aveva finito per considerare quel piccoletto una sorta di benedizione.
Pur essendo un bambino ubbidiente, Berryblue era diverso dagli altri coetanei. Silenzioso e poco incline a tessere rapporti umani, sembrava quasi che il fiume lo avesse partorito con il cielo in tempesta. Infatti, quel blue imprigionato dentro il suo nome, ricordava a molti l’atmosfera oscura che avvolgeva la collina di Natchez, colpita dai balli pittoreschi dei temporali estivi. E da quel promontorio incantato, Berry (così era solita chiamarlo la Signora Rosie, accarezzandogli la testolina accoccolata sul grembo), sembrava non voler scendere mai. Che cosa ci trovasse di speciale, nessuno lo sapeva, ma per lui non vi era nulla di più dolce e confortante del salire fin lassù ad osservare il lento scorrere delle acque del fiume.
Si sentiva solo, il piccolo Berry. Senza una reale identità, sputato fuori da un utero che lo aveva ripudiato, adottato da una famiglia di poveri schiavi che, pur amandolo a modo loro, brancolavano in una vita che non si erano scelti. Voleva essere come quel fiume, immenso, in movimento, mai parcheggiato ad aspettare che le cose cambiassero da sé; in viaggio, alla ricerca di avventure, di terre nuove da esplorare, di radici robuste da mettere.
C’era nato, così, il piccolo Berry, con quegli occhi tristi in cui ci potevi cascare dentro, se ti sporgevi troppo, senza sapere da che parte saresti naufragato. C’era nato, solo, e non perché lo avesse desiderato. Che ne poteva sapere lui di come andava il mondo e di quali leggi lo governavano? Che ne poteva sapere del perché le parole gli marcivano in gola ogni volta che si avvicinava a qualcuno? Non era timido, il piccolo Berry, ma aveva la costante sensazione di essere piombato lì per un pessimo scherzo del destino, di non appartenere a nessuna etnia e a nessun luogo. E allora, le emozioni gli si aggrovigliavano nel cuore e ogni volta che tentava di esternarle, gli altri bambini lo schernivano, trattandolo come uno storpio.
All’età di undici anni, Berryblue iniziò a lavorare per conto del Signor Turner, pur essendo ancora gracile di corporatura. Il Signor Turner, a differenza dei padroni bianchi della zona, non era poi così malvagio e se lo sapevi accontentare come voleva lui, potevi anche sperare di fare carriera, diventare per esempio controllore della piantagione. A Berry, di tenere il fucile in spalla e di puntarlo contro gli schiavi, non era mai piaciuto, ma il suo carattere docile e sottomesso, distante da quello protervo degli altri ragazzini, lo fece entrare nelle grazie del Signor Turner, impedendogli di sottrarsi a quella ripugnante mansione.
Fu così che Berryblue si conquistò la sua fiducia, ma di certo, questo servì solo a isolarlo maggiormente: ora, chiunque aveva un motivo in più per detestarlo.
Tuttavia, a turbare quella routine quotidiana, accadde un fatto alquanto inconsueto. Una mattina delle tante, inondata da un’alba rovente, Berry notò un uccello dal piumaggio bianco planare fin quasi a sfiorargli il capo, come se volesse mostrargli qualcosa.
Uccelli così, a Natchez non se ne erano mai visti, e ciò che lo incuriosì particolarmente, fu che la maestosa creatura reggeva nel becco due succosi mirtilli. Se ne accorse, quando gli fu vicina abbastanza da sentirla addirittura respirare. Più che un respiro però, l’uccello ciangottava un messaggio dalle parole incomprensibili.
Dapprima, Berryblue si convinse di soffrire di allucinazioni, poi qualcosa lo spinse a seguire quella creatura, come ipnotizzato.
Camminò per qualche chilometro, svoltò a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra, dietro la fattoria della famiglia Bruik. Continuò per il sentiero battuto, fino a quando, circa sei metri più in là, soffocò un grido di stupore: la guida alata era entrata volteggiando dentro la chiesa battista di Rose Hill, all’incrocio tra Madison Street e Martin Luther King Jr. Street. Impiegò qualche istante per riprendersi dallo stato di trance in cui era sprofondato, mentre contemplava la facciata spoglia della chiesa che si erigeva davanti a lui.
Edward e Rosie erano credenti e spesso li aveva sentiti pregare e ringraziare il buon Dio per la loro umile esistenza, ma a differenza degli altri genitori, non avevano mai imposto nessun credo al piccolo Berryblue, lasciandolo libero di seguire le proprie inclinazioni. Berry, dal canto suo, conosceva la storia di Gesù e del diavolo, ma non aveva mai osato avvicinarsi a una chiesa, per quell’inspiegabile timore reverenziale che si avverte quando si fiuta un mistero.
«Figlio mio», lo rassicurava la dolce Rosie prima di addormentarsi, «Dio è grande e misericordioso, non avere paura. Parteciperai alle funzioni della domenica quando sentirai il suo richiamo dentro di te, fino ad allora potrai pregarlo anche qui, nella tua stanza».
Quel pomeriggio però, aleggiava nell’aria un profumo diverso. Berry questo lo percepiva in ogni sua molecola, ma non riusciva a identificarne la causa. Sospinse lentamente il portone della chiesa, quando una folata di vento improvvisa, lo risucchiò all’interno. Guardandosi attorno un poco smarrito, notò che l’uccello dal candore abbagliante era scomparso nel nulla. D’istinto alzò gli occhi, i suoi passi divennero pesanti, avvertì una puntura al petto e lo vide, triste e dolorante, inchiodato alla croce di legno, solo, nella tenue luce di quel pomeriggio: Gesù.
Fu allora che le ginocchia gli cedettero contro la sua volontà e un pianto profondo e inarrestabile lo pervase, risuonando come un’eco lontana in ogni fibra di quelle pareti. Berry esaminò il corpo martoriato e ne sentì il dolore, inconsolabile ed estenuante. Sfiorò le piaghe con le dita: Gesù era lì, immobile, sofferente, ma soprattutto, abbandonato.
Quella parola “abbandonato” spaventava Berryblue più di qualunque altro flagello. Conosceva bene la solitudine, sua compagna fedele sin dalle primissime ore di vita; conosceva il desiderio ardente di voler comunicare e di non riuscire a farlo; il bisogno umano d’incontrare qualcuno simile a lui, che sentisse come lui, che gli spiegasse perché fosse venuto al mondo così, senza amore.
In fondo, le persone non erano cattive – gli rammentava spesso Ed – ma avevano cose più urgenti da sbrigare, che ascoltare un ragazzino. Quello che il caro Ed non aveva mai avuto il coraggio di confessargli però, era quanto tutto ciò lo ritenesse ingiusto.
Ora, Berryblue fissava Gesù con insistenza, in cerca di risposte; rivedeva in lui, il volto del suo stesso tormento.
«Non sei stanco di essere solo?» gli domandò singhiozzando, esprimendosi per la prima volta senza timore alcuno. «Non sei arrabbiato con quelli che ti hanno crocifisso? Rosie dice che così ci hai salvati tutti, perché? Da cosa? Il diavolo non si può sconfiggere, non vedi quello che succede agli schiavi? A cosa è servito? Ti hanno lasciato qui, senza curarsi di te», ma mentre continuava ad assillarlo con una rabbia che non credeva gli sarebbe mai potuta appartenere, gli sfuggì: «Mi sento come te Gesù! Ma tu sei fortunato, perché io sono qui ora, non so neanche bene il perché e se almeno tu volessi essere mio amico, per me… ecco, sarebbe bellissimo. Potrei aiutarti a scendere da quella croce, medicarti, parlare con te».
Ci fu silenzio. Un silenzio insolito per quell’ora del giorno. Un silenzio gravido di elettricità. Le foglie cessarono di ondeggiare sospinte dal vento, il cielo s’incupì quasi partecipasse al pianto, il fiume s’increspò, perfino gli schiavi al di là della collina udirono un indecifrabile lamento. Berryblue era animato da una forza che non aveva mai percepito prima di allora, come un boato di parole incontenibili che si arrampicavano attraverso i suoi capillari e imploravano di tracimare.
Poi, accadde l’imprevedibile: Gesù pianse.
Caddero una dopo l’altra, lacrime nere dalle dimensioni pantagrueliche e dall’odore putrescente. Inzupparono il legno della croce e inondarono il pavimento dell’umile chiesa, travolgendo a poco a poco, sedie e canti: Gesù spalancò gli occhi, si strappò i chiodi dal palmo delle mani e dai piedi, soffocò un grido di dolore e, a brandelli, scese dalla croce. Berry respirava appena, incapace di muoversi, qualcosa lo ancorava al terreno, qualcosa d’incandescente.
«Lo sai tu chi sono io, Berry?» e quando pronunciò il suo nome con voce tonante, il Mississippi infuriò.
«Sei un uomo, tu. Un uomo solo, come me» sussurrò Berryblue con un filo di voce.
Gesù gli tese le mani e lo abbracciò. Mai nessuno gli aveva risposto con una tale sincerità, trattandolo alla pari. E provò una punta d’invidia per quel ragazzino che nonostante tutto continuava, instancabile, a rovistare nei grandi perché. Gesù lo sapeva di cos’erano capaci gli uomini, di come godevano nel crocifiggersi l’un l’altro. Lo aveva compreso il giorno in cui non avevano esitato a massacrarlo, inventandosi storie sul suo conto, sull’esistenza di un Dio padre, sui presunti miracoli che egli stesso, sostenevano, avesse compiuto. Ma quell’uomo conosceva la verità (forse), quella menzogna infame che era stato costretto a raccontare per secoli, pur di sopravvivere alla follia umana. E Berry era il prescelto.
«Vorrei che mi aiutassi Berryblue, vorrei che fossimo amici. Dicono che non ci sia niente di più bello al mondo del poter vedere lo splendore o di poter ascoltare la musica soave della natura, attraverso gli occhi e le orecchie di un buon amico. Lo faresti per me?» supplicò Gesù.
«È questo che vorresti davvero?» domandò stupefatto Berry.
«Sì, vorrei vedere solo per un istante attraverso te. Non te ne accorgerai neppure» mentì Gesù.
«Oh! Se bastasse ciò per alleviarti un po’ le pene, te lo concederei più che volentieri. Ma tu, rimarresti poi mio amico?»
«Certo Berry! E per dimostrarti tutta la mia gratitudine, c’è qualcosa che potrei fare io per te?»
«Gli amici non hanno bisogno di sdebitarsi Gesù, ma in verità, qualcosa ci sarebbe: vorrei che gli altri mi ascoltassero, che udissero il suono della mia anima. Vorrei che questa solitudine opprimente se ne andasse via!»
Non fece in tempo a terminare i suoi pensieri, che la voce si spezzò. Quel Cristo che era apparso fino a qualche istante prima, afflitto e in cerca di consolazione, si fece improvvisamente scuro. La pelle candida si macchiò di nero, si crepò in centinaia di minuscole fessure, si udì lo schianto di ossa frantumate e Gesù, come un fascio di energia impalpabile, s’infilò nella bocca di Berry e sparì.
Berryblue non poteva sapere della magia che operava nel mondo. Il suo corpicino iniziò a espandersi ritmicamente, come se dentro di lui si fosse annidata una sanguisuga gigante. Sentì il pulsare frenetico di un muscolo più grande, un cuore diverso che schiacciava il suo e prendeva possesso dei tessuti organici. Poi, qualcosa lo colpì alle orecchie, come un veleno mortale che si ramificava dall’interno. Si portò le mani alla testa, ma l’udito schizzò via prima ancora che riuscisse a gridare. Si voltò terrorizzato verso la croce, ma non c’era più nessun Gesù a tendergli la mano.
Forse il Cristo di cui gli avevano sempre raccontato non era mai esistito davvero, forse quell’uomo era una creatura infernale, forse le cose non erano come apparivano. Mentre una strana consapevolezza instillava il dubbio, una fitta lancinante lo disarmò: Berry non vedeva più.
Urlò, si strappò i capelli, ruzzolò a terra: quell’essere lo aveva ingannato. Che fosse il diavolo? Il Mississippi era sempre stato una landa densa di sparizioni, riti e leggende. Qualunque cosa fosse, comprese che si era servito di lui, della sua ingenuità.
I giorni che seguirono quell’episodio, rimasero impressi in maniera indelebile nella memoria storica di Natchez. Alcune donne, recandosi in chiesa la domenica seguente, ritrovarono Berryblue disteso a terra, privo di conoscenza. Lo stato in cui era ridotto il corpo fece uscire di senno Rosie e il vecchio Ed: piagato e sporco di mirtilli. Nessuno riusciva a capire che cosa fosse accaduto e dove fosse finito il Cristo in croce.
La notizia corse rapida per le campagne, si colorì di bocca in bocca di supposizioni e non ci volle molto perché si pensasse che il ragazzino fosse posseduto dal male. Ma Berryblue, in quella lenta agonia, privato della vista e dell’udito e incapace di raccontare cosa era successo, si avvicinava sempre più alla verità. E quando infine, si decisero a portarlo dallo sciamano di Natchez, non oppose resistenza, lasciando che il suo destino si compisse.
Nessuno era mai riuscito a vedere lo sciamano negli occhi. Di lui poco si sapeva. Dimorava lì, sulla riva del fiume, in quella sorta di rifugio impastato di rami e foglie secche, in cui nessuno osava mai addentrarsi più di tanto. Era lì da sempre, da prima che la terra fosse plasmata e avesse l’aspetto attuale, così almeno tramandavano le leggende dei Nativi d’America. Di generazione in generazione, il suo nome aveva riempito l’etere di stupore e meraviglia; si credeva che nulla avesse a che fare col demonio, dal momento che a lui si rivolgevano gli antichi spiriti della natura. Lo sciamano era l’unico in grado di tatuare l’anima delle persone, anziché la carne, restituendole eterno vigore.
La sera in cui Berryblue, quasi delirante, fu portato dallo sciamano per essere guarito – da cosa e come, non era ben chiaro a nessuno – dalla chiesa battista di Rose Hill si levò un lamento. Alcuni erano affascinati dal dono dello sciamano; altri lo consideravano una sorta di tradimento nei confronti della loro fede in Cristo; Ed e Rosie invece, erano disposti a tutto: volevano indietro quel piccino che aveva regalato loro un barlume di speranza.
Berryblue, adagiato sopra a una tavola di legno, fu lasciato davanti all’ingresso del rifugio: così voleva la tradizione. Quando lo sciamano uscì, ricoperto di stracci e vestiti logori fin sul capo, Berry sentì nuovamente quell’inspiegabile forza a scuotergli l’anima. Si accorse di non riuscire a camminare, una febbre alta lo imprigionò. Capì allora di essere stato trasportato all’interno e di essere rimasto solo con lui.
«Chi sei?» ringhiò debole, ma non poteva udire nulla.
Ci fu un istante di silenzio. Poi, una voce ancestrale parve sussurrargli da dentro lo stomaco.
«Berry, il piccolo Berryblue» rispose calma la voce.
Il ragazzino tremò. Allungò la mano nel buio davanti a sé, svelando la morbidezza di un piumaggio soffice. Non poteva vederlo, ma la sensazione tattile era inconfondibile: qualunque cosa fosse, aveva più l’aspetto di un grosso uccello anziché di un essere umano. Continuò a tastarlo, riconobbe i segni dei chiodi nelle mani piumate e un becco che stringeva con forza due mirtilli selvatici.
«Gesù!» esclamò Berry. «Eri tu l’uccello bianco! Sei tu lo sciamano! Che cosa mi hai fatto?», ma non c’era paura né tensione, solo il desiderio di comprendere ciò che la mente umana nascondeva.
«Mi dispiace Berry per averti fatto del male. Sono addolorato, ma tu eri l’unico che avrebbe potuto aiutarmi» e mentre parlava, Berry riusciva a distinguere dettagliatamente ogni singola parola. Le sentiva dentro di sé e non tramite il canale uditivo.
«Avevi detto che eri mio amico, ti prego, aiutami…» lo implorava.
«Mi crederesti se ti dicessi che il demonio non è mai esistito?». Berry ascoltava in religioso silenzio, senza fiatare. «Non c’è nessun Dio, ragazzo mio. Tutto il male che fluisce in questa terra è frutto degli uomini. Mi hanno crocifisso, ma io non conosco il motivo, non ricordo nulla. Non so chi sono, non so chi mi ha voluto così. Ho vagato per secoli in cerca di una risposta, idolatrato in alcune circostanze, detestato in altre. Avevo sete di verità, mi sentivo solo. Quando sei nato tu, mi accorsi che i nostri destini erano intrecciati. Comprendevi la mia sofferenza, perché anche tu respiravi gli stessi tormenti. Ho cercato di capire il perché, ma non ci sono riuscito Berry, allora ti ho derubato dei tuoi occhi e delle tue orecchie… volevo vedere e sentire come te, attraverso te».
«E che cosa hai visto? Che cosa hai udito?» chiese con insistenza Berryblue.
«Nulla, solo una gran solitudine e la volontà di sgretolarla. Noi due siamo più simili di quello che pensi: non sappiamo chi ci ha generato, né perché ci sentiamo inadeguati al mondo e agli altri. È per questo dono che abbiamo di percepire l’essenza in tutte le sue piccole sfaccettature, d’interrogarci. Ma ti avevo promesso che ti sarei stato amico e voglio mantenere quello che mi avevi chiesto, rimediare al dolore che ti ho causato. Non sarai più solo Berryblue, mi prenderò la tua anima e la inciderò, così tutti ascolteranno il suono del tuo cuore».
Accadde. E Berry intuì. Era sempre stato un ragazzino sensibile, dotato di empatia e acuta intelligenza. Non fu il diavolo a rubare l’anima al piccolo Berryblue ma Gesù. Gli squarciò il petto, una fiamma azzurra divampò bruciando la sua carne. Non sentì alcuno strazio e quando Gesù raccolse l’anima tra le mani, Berry si librò leggero nell’aria. Scomparve dalla terra così come era venuto al mondo: in un battito d’ali. Le sue emozioni si tramutarono in note, una canzone dolce e malinconica, che consolò per molti anni le notti insonni degli schiavi e si alimentò delle loro sensazioni, continuando a vivere dentro ogni battito.
Berry aveva compreso che Dio e Mefistofele erano frutto di fervide fantasie; che Gesù era un uomo solo, in cerca di una verità inaccessibile, che aveva sperato di trovare in lui. Come Berry aveva il dono di tuffarsi dentro le cose, Gesù aveva il dono di tatuare le anime. Tuttavia, il suo era un dono egoista, perché con quella canzone, pur non avendo scoperto la chiave del cosmo, Gesù aveva comunque trovato un antidoto alla sua tristezza.
La magia e i misteri sono sempre esistiti, ma nessuno riesce ad afferrarne la reale sostanza. E come i sogni, sbocciano, ci sfuggono, sfioriscono, mutano sembianze.
L’unica verità è che, semplicemente, non è mai esistita una verità; la bellezza come la sofferenza non affonda radici nel raziocinio. Entrambe appartengono ai segreti inconfessabili degli spiriti della natura.
A noi esseri umani restano le leggende e le storie che, facendoci sentire gocce di un’immensità inafferrabile ma condivisa, disintegrano la nostra solitudine.
A volte, a lenire le ferite profonde dell’intimità, restano anche le canzoni, come quella di Berryblue: il ragazzino piovuto dal fiume, che inventò il primo blues.

15 Dicembre 2013

Massacri moderni

Erano circa le cinque del pomeriggio.
Un’ora indecente e piatta, sporca d’apatia, dove già, in estate, il sole da lievi segni appena percettibili d’indebolimento, mantenendo comunque la sua indecisione e, di conseguenza, continuando a rendere afoso l’ambiente, mentre in inverno sono già quasi giunte le tenebre.
Un’ora in cui qualunque azione fai è senza eccezioni quella sbagliata, per intenderci.
Ero seduto sulle sedie della banchina della metro. In attesa. Ci tengo a precisare che ero leggermente curvo, avviluppato su me stesso, con i gomiti appoggiati sulle mie gambe. A scanso d’equivoci, c’è chi negherebbe anche che in quel momento io fossi veramente seduto. Comunque, non voglio pensarci neanche troppo: non mi venga in mente di pensare in quale spazio sia il tutto effettivamente poggiato. Non voglio saperlo. Troppo sospeso, troppo aleatorio!
Comunque, ero in questa posizione, con una distanza canonica di una sedia dal mio vicino.
Ah, la sedia canonica. Di solito, in questi casi, la gente si siede con una sedia di distanza dall’altra persona. Lo saprete tutti e l’avrete fatto tutti almeno una volta. A volte si posa, in quella terra nessuno, la giacca, a volte la borsa, ma non ci si posa mai “un altro”, se ci sono altre sedie libere. Sapete… Per “non disturbare”.
Per non mettere a disagio nessuno. Come se un non-contatto abbia mai ucciso nessuno, Persecuzioni presunte dalla propria presunzione e dal proprio egocentrismo. Insomma, tutti inseguono tutti (mentre il realtà tutti inseguono tutto. Scusate, non ho resistito!)
Insomma, sì, ridicolo! Ma non ho troppa voglia di litigare, quindi mi adeguo a questo canone. La mia barba bianca già ispira poca amicizia, anche se corta…
Comunque, per non perdere il filo del discorso… Sì! Ecco. Insomma, riflettevo su questo canone. Fino a quando, finalmente, arriva la terza metro. Questa la prendo, dai, decido. Ho aspettato che si alzasse il mio vicino, in un’improvvisata competizione di: “Chi fa alzare l’altro per primo”. Mi rassegno, salgo.
Dio, l’eternità di tre fermate. Tre fermate possono durare in eterno, ribadisco. È ammirevole guardare il flusso di vite umane così distaccate da sé, da noi. Un uomo, vi garantisco, sfoglia l’angolo osé di un quotidiano, degustando con la retina seni nudi e ampie, armoniose forme. Lo si vede dagli occhi. Una signora rimprovera, sorridendo, il proprio pargolo. Un filo di luce filtra dai finestrini (stavo per scrivere flirta… una relazione clandestina tra luce e finestrini. Perché no?) nell’unico, breve tratto all’aperto del viaggio e va a colpire con precisione millimetrica l’unico broker, tra i quattro riuniti insieme e seduti in fila, a non portare gli occhiali da sole. La luce, intanto, se la ride. Questi quattro sfoggiano con maestria e apatia le loro valigette costate più delle azioni da loro possedute. Dai loro portafogli di pelle pregiatissimi esce una banconota da 20 €, destinata a consumarsi con un solo pasto.
Tutti in schiera. Stessa cravatta, stessa giacca, stessa valigetta.
Spero di non seguire mai un corso d’economia.
Un barbone, sorridendo, decantava ai quattro venti il senso più puro della vita. Sublime, penso, se non fosse che le gote rosse, l’eccessiva ilarità e il potente fetore lasciassero intendere che fosse ubriaco. E non poco! Gli sarebbe caduta la faccia, a forza di sorridere! Era meraviglioso. Ispirava una sorta d’amara tenerezza, mista a un retrogusto di rassegnazione.
La gente, infatti, ben si curava di lasciare una, due, tre, quattro sedie di distanza da esso. Anche vagoni. E il senso della vita fu, così, perso nell’aere.
Io, personalmente, non so che farmene.
Dietro al sostegno principale in ferro per le persone in piedi, una fanciulla bionda allungava silenziosamente le mani. Un ignaro ragazzo con un paio di enormi cuffie in testa lasciò lo zaino a terra, sperando senza rendersene conto che qualcuno, compassionevole, lo liberasse da quel fardello (non c’è altra spiegazione).
Ed ella lo fece. Non capacitandosi del perché un ragazzo abbia lasciato così distrattamente la borsa, lo accontentò senza fare troppe storie.
Senza creare rumore, fuggì via allo scrosciare dell’apertura delle porte.
Un gesto sconsiderato, illegale e incivile, ma non si può lasciare mica la borsa in quel modo. Eh, pure lui! E poi lei era molto carina, aveva movenze da cerbiatto e un elegante tailleur. Nessuno avrebbe sospettato di lei. Io, poi, non avevo voglia di litigare e crearle troppi problemi. Poi, ripeto, il ragazzo è stato fin troppo ingenuo.
In tutto questo, ero solo alla prima fermata. Esasperato, scesi. Il mio viaggio non aveva uno scopo, era uno di quelli mirati solo a perdere un po’ di tempo. Solevo passare così le giornate, aspettando la mia splendida, sorridente moglie.
Mi diressi verso la banchina che portava alla direzione opposta della linea. Mi ci vollero sette passi di pura delusione: speravo di camminare un po’ di più. V’era un elegante trio di sedie, affilato come un tridente, ma posto come oasi nel deserto per i pendolari un po’ troppo stanchi che non avevano ancora portato a termine il loro errare. In questa santissima trinità v’erano il figlio, o meglio, la figlia, e lo spirito santo, o meglio, il corpo del reato: la bionda cerbiatta sedeva, rilassata, e accanto a sé lo zaino in bella vista. Nero. Nerissimo. Sfoggiava, protervo, il suo uniforme colore e le sue perfette forme e dimensioni, quasi a voler rappresentare la perfezione d’un corpo di reato. L’antonomasia del tesoro anelato.
Ciò che non quadrava in tutto questo era l’effettiva posizione. La ragazza stava nel mezzo, lasciando la borsa su una delle due sedie agli estremi. Esattamente, alla sua destra.
Questo andava contro ogni logica! Insomma… Non rispettava… Il canone!
Perché? Perché? Già l’amavo. Nonostante fosse un po’ più giovane di me, già immaginavo la mia vita con lei. La mattina, a colazione, poi il pranzo, litigare per chi deve portare fuori il cane nonostante sia un’attività amata da entrambi, per il semplice sapore del conflitto, tornare dal lavoro, avvicinarsi al divano e unirci in modi indecenti e immorali. Immaginare i suoi biondi capelli sparsi intorno a quel suo viso. Per tutti i giorni.
Mi siedo accanto a lei. Non riesco a contenermi. Lei appena mi vede, si agita un momento: teme che io l’abbia vista! Mi ha notato! Mi ha visto in treno! Quindi… Si ricorda di me! Le gioie della vita. Eravamo già destinati a una vita insieme.
-Scusa.- le chiedo, -perché non ti sei seduta a lato?-
Lei storce il naso. Non tanto per la domanda in sé, quanto perché si aspettava un argomento, probabilmente, diverso. Decisi di non darle il tempo di essere perplessa.
-Sì, insomma, il canone della sedia di distanza.-
Lei annuiva, sempre con lo sguardo perplesso, ma seguiva.  -Sì, certo.- rispondeva, sincera. Dio, la amavo!
-Quindi.- Pausa. -Perché sei in mezzo?-
A tale domanda, la ragazza sorrise.  Sì, era amore. Con fare quasi apprensivo, con quel dolcissimo fare che si rivolge in genere a quelli che alle cose ci arrivano tardi, rispose:
-Ma è rispettato. Lo zaino è a una sedia distanza da te. E io sono in mezzo.-
Rimasi io, stavolta, perplesso da tale risposta. Non era questo il canone che m’aspettavo. Insomma, m’aspettavo una persona, sapete. Eppure più guardavo i suoi occhi più mi rendevo conto che era assolutamente a conoscenza del canone. Anzi, forse ne sapeva più di me. Non poteva essere in errore. Rimasi due secondi ad arrovellarmi il cervello su questa tragedia moderna.  La radio, in metro, passava Smooth di Carlos Santana, i suoi ritmi latineggianti non facevano altro che conferire alla situazione maggiore assurdo imbarazzo. L’attesa rimandava vagamente ai film di Sofia Coppola. La chitarra continuava a suonare e io, intanto, rimuginavo. E in fondo a tutto questo v’era una soluzione talmente irreale da risultare, poi, tristemente vera. E, di conseguenza, desolante.
“Ma sì.” pensai. “In fondo, non può /
La ragazza si alzò, causandomi l’ennesima amnesia. O meglio, la ragazza venne sollevata dalla sedia. Fu un gesto troppo meccanico per essere spontaneo, intenzionale. Fu come se la crudele mano dell’abitudine avesse premuto un tasto di un chissà quale telecomando e avesse azionato un fatale comando dentro di lei. Si alzò senza rendersene conto, perdendosi altri preziosi attimi della sua vita… Per inconsapevole pigrizia. Ma non potevo mica fargliene una colpa: come dice il celebre motto, “l’abitudine ne fa più della spada”. O più o meno…
Mi alzo di scatto. Lei sorride, non dice niente e, come silenziosamente è uscita dalla mia metro, silenziosamente uscì dalla mia vita entrando in un altro treno.
Ero rimasto nuovamente solo.
Abbassai lo sguardo. Chissà dove stava andando, ora. Forse dal suo ragazzo, pronti a condividere chissà quale tesoro trovato in quel dispotico zaino. Forse troverà un lavoro. Forse sarà arrestata dopo una denuncia. Probabilmente, un uomo nerboruto la seguirà fino al primo angolo buio della strada. Ma lei la immagino scaltra, fuggirà silenziosamente dalle sue forti braccia.
E tu non sarai presente.
Il silenzio. Quell’alone intorno a lei non era altro che silenzio, fin troppo vivo, di cui è fatto il suo stesso sangue.
 
E nello stesso silenzio lei è fuggita
O sei fuggito tu?
-Ha intenzione di stare qui ancora per molto?-
Ausiliario della metropolitana. Già. Quanto ho intenzione di restare?
-Vorrei.- Ma non ho voglia di litigare: salgo sulla metro seguente.

15 Dicembre 2013

Sora nostra morte corporale

Avete mai visto la morte? L’avete mai vista da vicino? Avete mai avuto la sensazione che
indisturbata vi fosse passata accanto? Ho idea che se quella signora si conoscesse bene, avrebbe
paura di se stessa, ma purtroppo, lei, si ignora.
 
Io l’ho vista la morte. Ne ho viste varie facce. L’ho sentita così vicina da pregare, come un
condannato che ha i fucili puntati contro. Poi l’ho osservata, mentre di colpo strappava l’anima ad
un uomo che avevo appena conosciuto, ed infine l’ho implorata, quando lentamente si portava via
una persona a me cara.
 
Bene, ogni volta che l’ho incontrata, ogni maledetta volta, la signora che tanto temiamo, ha lasciato
in me qualcosa di buono, certo anche il dolore nel ricordo, ma nello stesso tempo, la “beffarda”,
ha esaltato in me la percezione e il valore delle cose. Il valore delle persone care ad esempio: che
non ti mancano mai così tanto, quanto nel momento in cui non ci sono più; il valore del tempo:
che inesorabile passa e sempre più velocemente lo fa per quelli che non lo apprezzano; ed infine il
valore della vita e del suo affascinante mistero.
 
L’ho odiata la morte… quel giorno che l’ho vista rubare l’aria dalla bocca di mia nonna.
Lentamente se la portava via… lentamente… ogni suo respiro era sempre più affannato, più
affaticato, con quel ritmo, spezzato da una pausa sempre più lunga.
 
Era lei, sono sicuro, stava lì, seria, tranquilla, faceva il suo lavoro, con freddezza. Mica se ne
preoccupava lei di mia nonna, faceva il suo lavoro, come fan tante persone che nella quotidianità,
nella routine del proprio mestiere, non pensano nemmeno a quello che fanno.
 
L’ho osservata da vicino, la morte, quella volta che in crociera sul Reno in Germania, guardavo
un vecchio che come me stava sulla prua del battello a godersi lo spettacolo. Eravamo seduti sulla
stessa panchina, posta proprio sulla punta estrema della prua. Sono sicuro che l’armatore di quel
battello l’aveva messa lì per lui quella panchina, tanto era bello godersi da quel punto il risalire del
fiume.
 
Godevamo insieme del vento e del sole sul viso e negli occhi avevamo lo scorrere di uno spettacolo
stupendo. Le sue mani erano aggrappate al mancorrente che era posto lungo il bordo del battello
e tenendosi contrastava l’ondeggiare della barca. Io, le mie, le avevo adagiate sulla panchina,
portandone una dietro la schiena di Dory che era seduta alla mia destra.
 
Era lì, incantato, il vecchio, con quello sguardo sognante e impassibile, sembrava nemmeno battere
ciglio. Io lo avevo notato anche prima, perché quando sentendolo parlare mi accorsi che era tedesco,
mi trovai a chiedermi, come facevo quasi sempre: “chissà come ha vissuto l’epoca nazista? Chi era?
Che faceva?” era più forte di me. Magari quell’uomo nel suo passato era stato uno dei più spietati
soldati delle S.S., o magari era stato l’addetto delle così dette “docce”. Non ne avevo il diritto, lo
so, ma non sono mai riuscito ad immaginare nemmeno lontanamente come si può vivere col peso di
milioni di anime sulle spalle. Certo, lei, la morte lo sa bene, anzi a pensarci meglio, forse lo ignora
totalmente.
 
Insomma era lì quel vecchio, vicino a me, quando all’improvviso vedo le sue mani allentare la presa
e lentamente il suo corpo ondeggiare sempre più pericolosamente verso sinistra. Non compresi da
subito cosa stesse succedendo, quel viaggio era così bello, così magico.
 
Poi di colpo, l’urlo di una donna seduta affianco al vecchio spezzò l’incanto. Non so cosa gridò, ma
immagino qualcosa tipo: “Papà!”.
 
Cosa successe a quel vecchio non lo seppi mai, forse il caldo, il peso degli anni. Dory era così
spaventata che si alzò di scatto e scappò via, era terrorizzata. Io vedendo il povero vecchio già
assistito dalla figlia e da altri parenti, d’istinto, mi preoccupai per Dory e la seguii.
 
La morte! Se ne frega la morte del Reno, del vento, del sole. Era lì. Pure lei si teneva al mancorrente
e aspettava solo quei pochi secondi che mancavano al momento giusto. Fredda e puntuale! Ne un
secondo di più ne un secondo di meno.
 
L’immagine di quel vecchio è rimasta per sempre nei miei ricordi. Spesso, sdrammatizzando, mi
son detto che forse non era poi tanto male morire in quel modo, certo era meglio di tanti altri molto
più bruschi e dolorosi. Ma quello che più mi lasciò il segno di quella toccante esperienza, fu senza
dubbio il lato inaspettato della cosa. La signora ignora cosa facciamo nella vita o a che punto della
vita ci troviamo, se ci sono cose in sospeso, se non è il momento giusto, non gliene importa niente.
Lei arriva, prende e via.
 
La prima volta che la incontrai, la signora, è stato in uno dei luoghi che lei più frequenta. Anzi sono
sicuro che per quel luogo lei, ha pure il cartellino. Segna l’ora d’entrata e d’uscita.
 
Tutto successe quando diversi anni fa dovetti subire una piccola operazione chirurgica e fui
ricoverato in un ospedale. Avevo poco più di vent’anni. Ero già stato operato e tutto era andato per
il meglio, di lì a qualche giorno sarei stato dimesso. Certo ero ancora a letto, ma giusto per il tempo
necessario al rimarginarsi dei punti di sutura.
 
Era sera e probabilmente guardavo qualcosa in tv, quando da fuori il corridoio, si sentì il rumore
inconfondibile di una barella che si avvicinava alla mia stanza. Un’ora inusuale per un ricovero,
pensai, e immaginai dovesse trattarsi di un’emergenza.
 
Entrò un infermiere che tolse i fermi all’anta fissa della porta e la aprì dando modo all’altro suo
collega di spingere la barella all’interno della stanza. In effetti vicino a me c’era un posto vuoto,
non avevo dubbi quindi che da lì a poco avrei avuto un compagno di stanza.
 
Si trattava di un vecchio. Il poveretto aveva appena avuto un incidente con la macchina, si vedeva
che era molto scosso, ma pur cercando ferite, tagli o segni evidenti dell’impatto, non vidi niente.
Gli infermieri, alzando la voce, probabilmente perché sapevano che il vecchio ci sentiva poco, gli
spiegarono che lo avrebbero tenuto in osservazione e che in pochi minuti sarebbero arrivati i suoi
parenti.
 
Era ancora vestito con i suoi panni, trasandati, forse sporchi di lavoro di campagna, ma
probabilmente aveva freddo perché dopo aver sprimacciato il suo cuscino, si era ficcato con tutta
la testa sotto le lenzuola. Non ci parlai subito, ho sempre avuto difficoltà nell’approcciare con le
persone. Lo osservavo, e mi faceva tenerezza, perché in quello sguardo si vedeva la paura. Non so,
ma quel ficcarsi sotto le lenzuola, mi dava come l’idea che si stesse nascondendo o proteggendo.
Come un bambino, che sotto la sua piccola capanna di lenzuola crea il suo mondo, dove nessuno
può entrare.
 
Pochi istanti e arrivò un’infermiera, grossa, con due braccia forti di quelle che fanno paura. E
non smentì il suo aspetto quando con un atteggiamento protervo ed a voce alta, e non perché il
vecchio sentisse poco, ma alta di suo, insomma senza il timore di essere ascoltata dagli altri degenti
e alla faccia della riservatezza, chiese al vecchio: “ti devo cambiare. Mi hanno detto che te la sei
fatta sotto.” Il vecchio ancora sgomento, grugnì qualcosa con lo stesso tono alto e come a dire
“cosa?” . Lei, l’infermiera, per farsi capire bene, quasi scandendo le parole, aggiunse “ti sei pisciato
addosso!” il vecchio allora imbarazzato, abbassò il volume della sua voce e ciangottando gli rispose
“ah… si… ecco…”. Fu terribile, nessun rispetto, nessun minimo sentimento. Ero atterrito.
 
Quando l’infermiera finì il suo lavoro con altrettanti modi poco gentili, che non sto qui a
descrivere per non sembrare esagerato, mi sentii di dover fare qualcosa. Non ce la facevo a vederlo
 
così, inerme, solo. Quindi feci quello che di solito fan tutte le persone che hanno difficoltà ad
approcciare. Esordii timoroso con una frase scontata. “Ha avuto un incidente?” e lui subito, ma
lentamente “Si… ma… non ricordo niente… stavo andando a comprare il vino…” pian piano nel
suo racconto vago e nelle mie domande scontate, lo vidi cambiare atteggiamento.
 
Non lo so, ma forse in me trovò quella voce amica che dall’incidente fino a quel letto, non era
riuscito purtroppo a trovare.
 
Il tempo passava, e nei discorsi più disparati avevamo ormai preso confidenza, ma nessun parente si
era ancora fatto vedere. Era tardi e i nostri argomenti s’erano esauriti. Emilio, così si chiamava, era
tornato sotto la sua capanna di lenzuola ed io ero sdraiato su di un fianco, voltato dalla sua parte.
 
Quello che più mi intristiva di quel vecchio era il fatto che si trovasse solo. Dopo circa tre ore era
ancora là e nessuno dei parenti era venuto a prenderlo o a trovarlo. Era solo.
 
Poi d’un tratto quel che vidi mi tolse il fiato. La capanna di lenzuola del vecchio iniziò a tremare,
sempre di più, finché anche il letto tremava e faceva rumore ed io impaurito iniziai a gridare aiuto.
Fortunatamente la sala degli infermieri di turno era difronte la mia stanza e in pochi secondi ne
arrivarono due. Ero pietrificato. Emilio era supino sul letto, fissava il soffitto e vibrava muto in un
tremito pauroso. Non appena gli infermieri arrivati di corsa si avvicinarono al letto, quel tremito
cessò di colpo e sentii uno dei due urlare un lungo “noooo!”.
 
Qualche istante dopo arrivò un altro infermiere che vedendomi mi prese per il braccio e quasi
di forza mi portò fuori. L’ultima immagine che ricordo, è quella di uno dei due infermieri che
energicamente provava a rianimare Emilio, e lo sguardo di lui, vuoto, a fissare il soffitto.
 
Fuori, nel corridoio, rimasi immobile in un angolo, sconcertato. Non credevo a quello che era
successo, era irreale. Era la prima volta che mi trovavo così vicino alla signora e che la vedevo agire
indisturbata e senza nemmeno un briciolo di pietà per quel pover’uomo.
 
Un embolo, dissero in seguito. Non era tanto per l’embolo e la morte inaspettata che piansi tutta
la notte, ma era per la solitudine di quell’uomo, era per la solitudine che lo aveva ucciso ancor più
dell’embolo, era per il fatto che per tutta la notte non arrivò nessun parente, era per il fatto che la
mattina seguente arrivò un uomo a ritirare i pochi oggetti di Emilio, e non era poi tanto affranto.
Quell’uomo, era suo figlio.
 
Spesso quando si definiscono le cose opposte, tipo il bianco e il nero, o il bello e il brutto, tendiamo
a contrapporre la vita alla morte. Ma non è giusto. La morte non è solo la fine della vita. La morte
è parte della vita stessa. Forse la nascita si può definire l’opposto della morte. Ma la vita, la
comprende la morte, ne è imprescindibile.
 
Non pensate che io creda di conoscere bene la signora. La temo e la rispetto per quanto le è dovuto.
Ma è solo grazie a quegli incontri stampati nella mia memoria, se oggi amo così follemente e con
passione questa meravigliosa vita.

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