Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Letteratura
15 Dicembre 2013

Morire è Non Essere Visti

Entra con una certa sicurezza d’animo che va a perdersi nell’incontro- scontro con la portiera che, con aria fasullamente materna e voce di bambina anziana, le indica con il ditino che l’ufficio che sta cercando si trova all’ultimo piano.
Sale le scale arpionandosi con le dita della mano destra al passamano di ottone fieramente lucidato.
Umile lega travestita da metallo prezioso.
Il palazzo è suddiviso in quattro piani, sfornito d’ascensore. Uno di quei vecchi edifici che vengono dati per scontati come se, da sempre, fossero stati nel posto che occupano.
L’intonaco bianco è rovinato in più punti e  le sue crepe gocciolano bianco farinoso sui gradini di pietra scura.
Continua a salire diretta all’ultimo piano come le è stato saggiamente indicato, riflettendo che fondamentalmente tutto quello che ha in sé carattere burocratico può esentarsi dalla ricerca sfrenata di un estetica accattivante; doveva a limitarsi a funzionare. Questo, e niente più.
Arrivata alla terza rampa di scale la sbarra di ottone si trasforma in una ghisa ritorta in fantasie floreali.
La porta a vetri smerigliati le si presenta poco distante appena approda sull’agognato quarto piano.
Percorre il corridoio stretto e non troppo lungo che la separa da essa seguendo il disegno del pavimento a scacchiera. Allunga le dita davanti a sé poggiandole sulla maniglia.
-Vorrei…
Sussurra impercettibile mentre spinge la porta.
Una stanza quadrata, dalle pareti di un bianco che fa male, l’accoglie. Gli occhi della signorina che troneggia dietro la scrivania si posano momentaneamente su di lei per poi tornare a dividersi in uno strabismo professionale.
-Aveva bisogno…?
Lei si avvicina rompendo il silenzio ingombrante.
-Ho un appuntamento..
Le prime sillabe le sono uscite sotto di un tono, tossisce nascondendosi le labbra dietro le dita.
La segretaria le chiede il nome  e, solo dopo essere entrata in possesso della sua identità, si mette a  lavoro battendo sulla tastiera.
Nell’attesa di sapere quale destino l’attenda si guarda intorno posando lo sguardo sui quadri malamente attaccati alle pareti. Quadri da ufficio. Immagini che sarebbe stata in grado di trovare senza troppe difficoltà in qualunque sala d’aspetto. Anche se questi erano peggiori di tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento.
Posandosi proprio di fronte ad una di quelle cornici, con il riflesso dei suoi occhi assorbito dal vetro non spolverato, si ferma un attimo a riflettere. Consapevole di non riuscire a sopportare che tutto ciò rappresenti
Il suo ultimo richiamo all’arte.
Sente la paura, quella paura che si rifiuta di affrontare poiché la sua decisione era stata già presa .
Viene riportata alla realtà dalla voce della signorina dallo sguardo discordante.
-Porta otto, in fondo al corridoio, se gentilmente prende il numerino prima di entrare perché oggi c’è un po’ di confusione..
Annuisce avviandosi verso il corridoio alla sua sinistra. Si sofferma staccando il foglio di carta con su il suo numero di riconoscimento. Unica sua rivendicazione di esistenza.
Le bruciano gli occhi mentre percorre la sua strada, accompagnata dal silenzio imposto dalla moquette blu che assorbe qualunque suono.
La stanza in cui arriva è grande più delle sue aspettative; in un certo senso  quasi accogliente grazie, forse, alle grandi finestre da cui entra il sole finalmente uscito dal letargo invernale.
Dodici persone e due bambini che ad una stima approssimativa le paiono intorno ai cinque, forse sei anni. Piccoli, troppo.
Attraversa la sala introducendosi in essa con un “buongiorno” di circostanza, diretta verso una delle finestre, curiosa di vedere su che cosa si affaccia, desiderosa di guardare dall’alto di quel quarto piano la vita che continua mentre la sua sta per finire.
Una pianta, posta strategicamente nell’angolo più assolato, la saluta al suo arrivo con il suo vaso ricoperto di foglie decedute nella terra scura.
Avvicina il naso al vetro freddo, lasciando che il suo respiro lo appanni leggermente, poi decide di sedersi approfittando di una delle poche sedie libere nella stanza.
Osserva i presenti cogliendo brandelli di discussioni avviate prima del suo arrivo. Nell’angolo di fronte a lei l’uomo piange sommessamente, mentre la donna seduta accanto a lui che tiene in braccio uno dei due bambini lo rassicura mentre l’altro figlio gioca, distratto, su una sedia vicina perso nei suoi mondi di fantasia.
Nel dramma lei, la madre, conserva qualcosa di sereno negli occhi arrossati di pianto trattenuto.
L’accettazione è la cosa più dura perché come viene spesso ripetuto sono coloro che restano a soffrire maggiormente, e lei lo sa bene: è per quella sofferenza che non riesce e che non vuole abbandonare e per  quel dolore da quale non vuole uscire che si è recata lì.
Due signore sedute accanto a lei parlano dei nipoti e del loro rimpianto per non avere il tempo sufficiente per vederli crescere.
Tanti si raccontano la loro storia, si confidano.
Allunga le dita verso il tavolo afferrando un opuscolo che riporta a grossi caratteri eleganti il nome dell’ufficio e i servizi offerti.
Legge in silenzio, scoprendo che da qualche tempo è possibile anche effettuare operazioni a domicilio con personale autorizzato. Basta chiamare e farsi mettere in lista, loro vengono a casa e si occupano di te.
Un’idea interessante, sarebbe piaciuto anche a lei. Li avrebbe aspettati a casa, seduta sul divano e su di esso sarebbe morta.  Ma ormai era lì e non poteva certo tornare indietro anche perché l’appuntamento era a lunga scadenza e c’era il rischio che ci volessero mesi per prenderne un altro e non voleva avere di nuovo tutto quel tempo per pensare, aveva già sistemato tutto quello che doveva.
L’uomo e la donna con il bambino in braccio piangono di nuovo mentre lei continua a ripetergli che avranno modo di rincontrarsi.  
Cerca di concentrarsi sul cartoncino che si rigira tra le dita mentre gli occhi le si arrossano facendole confondere le lettere.
L’ufficio inoltre mette a disposizione anche la possibilità di segnarsi fin dalla nascita sui Registri, rilasciando insieme al certificato di venuta al mondo quello con la data di dipartita. Tutto dipende da quale filosofia scegli di seguire. La percentuale di coloro che vogliono avere un destino già segnato si innalza sopra a coloro che vogliono mantenere una parvenza di libertà.
-Non è che ho paura di morire. È che non vorrei essere lì quando succede.
Mormora mentre le tornano in mente le parole di Woody Allen, sorride dentro di sé chiedendosi come sia possibile che negli ultimi istanti della sua vita le vengano in mente pensieri tanto frivoli, che sia un segno? Il segnale d’avviso che la informa di essere in prossimità del sentirsi pronti?
Si ricorda la macchina del caffè che fa compagnia alla segretaria strabica. Trovati nella borsa gli spiccioli che le servono per andare alla ricerca del sapore di caffeina  espulso nel surrogato, si alza sfilando di nuovo davanti le facce dei presenti.
Ripercorre il corridoio ritornando al punto d’arrivo. Sorride alla donna che, con protervia, uno per volta posa gli occhi su di lei, poi silenziosa si avvicina alla macchina del caffè. Il rumore dei soldi che la sfamano riempie l’aria. Eccede nello zucchero, a lei che piace quasi amaro, pensando che quella sarebbe stata una delle ultime volte in cui si sarebbe divertita a raccoglierlo come una bambina sul fondo del bicchiere.
Attendendo che il suo ordine fosse pronto rimane a contemplarsi nell’immagine distorta che la superficie lustra di plastica le restituisce.
In generale si era sempre piaciuta, come ogni altra donna avrebbe voluto modificarsi, annullarsi nella ricerca del suo concetto di perfezione, ma si era sempre piaciuta.
Si sposta una ciocca di capelli cadutale sugli occhi assumendo e di conseguenza facendo assumere al suo riflesso liquido, un che di statuario e di elegante.
Il ‘bip’ della macchina la riporta alla realtà, nella quale riapproda con un certo imbarazzo chiedendosi se la segretaria ha notato i suoi gesti che di solito dovrebbero rimanere nella promessa di complice silenzio tra il diretto interessato e lo specchio del bagno.
Beve il caffè tentando di stabilire un dialogo con la segretaria, se questo è ciò che ha disposizione.
Ha bisogno di parlare con qualcuno che possa risponderle.
Cammina per la stanza fermandosi davanti ad uno dei quadretti tristi precedentemente notati, una fotografia in bianco e in nero che riporta la didascalia : veduta della città.
-Sa che posto è?
Chiede rompendo il silenzio e il ritmo della tastiera sulla quale la donna continua a battere le sue dita dalle unghie lodevolmente curate.
-No. Non sono di queste parti.
Il ticchettio riprende il suo flusso facendole capire che non è il caso di mettersi a chiacchiera.
-E’ la vecchia caserma della polizia, fu distrutta dai bombardamenti durante la guerra.
La voce non è quella segretaria, ma tanto meglio. Si volta verso colui che ha parlato. Un signore intorno ai cinquanta anni.
Lo saluta cordiale sorridendogli. Lui le si avvicina ricambiando il saluto per poi raggiungere la macchina del caffè.
-Che numero è lei?
-Tredici, e lei?
-Sette, ci vorrà ancora un po’
Le risponde mentre, controllando l’orologio, si assicura dello scorrere del tempo.
-Già
Lo osserva mentre leggermente piegato, con la mano destra apre lo sportello di plastica per afferrare tra con le dita della sinistra il bicchiere fumante.
-Fumi?
La domanda la coglie impreparata. E’ sempre stata contraria o almeno, se non contraria, non è mai stata affascinata dalle sigarette.  Ultima inaspettata esperienza.
-Si
-Andiamo a prendere un po’ d’aria.
Lei lo segue facendosi guidare su un piccolo terrazzo che si affacciava su un chiostro. Non sembrava che fosse di dominio pubblico ma più una chicca che l’uomo aveva riservato per sé stesso e, in questo caso, per lei.
-Prima lavoravo qua
Le dice tirando fuori di tasca un il pacchetto di sigarette. Gliene affida una e le mette la fiamma davanti agli occhi perché lei possa accenderla. Non sapendo bene che cosa fare tenta di fare la disinvolta, lui nota la sua difficoltà e sorride intenerito senza però dire niente.
-Lavoravo nell’archivio..
-Davvero e poi?
– Quando mi è arrivata la lettera ho deciso di licenziarmi e di sputtanarmi quel poco che mi restava. La cosa più dolorosa è stata trovare una sistemazione al mio gatto, unico vero compagno di vita fedele, ma dopo essermi assicurato che avrebbe vissuto felice ciò che gli restava nella casa della mia vicina, mi sono rasserenato…
-Lettera?
Lui si mette a spiegarle
-Si, loro ti danno il tempo. Ti inviano per posta circa un mese o due una lettera in cui ti spiegano il perché morirai. Ti consigliano nomi di bravi terapisti che possono aiutarti nell’accettarlo e ti informano del loro servizio assistenza per i clienti. Questo se non sei già iscritto ai Registri e quindi se non sei già autonomamente consapevole di quando sarà la tua fine.
Continua a parlare  mentre il fumo esce lentamente dalle sue labbra.
-Puoi morire di malattia, di vecchiaia, per un incidente eccetera, nella lettera viene segnato a quale gruppo appartieni. Se per un motivo qualunque non puoi presentarti nell’ufficio ci pensano loro: se sei in ospedale per esempio o impossibilitato per un motivo o un altro… In realtà dipende tutto dalla persona. C’è chi nella data prestabilita arriva qua e c’è chi nella parvenza di avere libertà di scelta vive quel suo ultimo giorno fino all’ultimo minuto. Ma tu sei una suicida giusto?
Non sa spiegare come l’uomo sia arrivato a quella considerazione ma si limita ad annuire.
-Non preoccuparti lo so per esperienza, dopo un po’ di tempo che fai un lavoro sai riconoscere determinate cose.  Nei suicidi, come nel tuo caso, la cosa è differente. Decidendo di andare via prima del tempo prestabilito dovete contattare voi l’ufficio e farvi dare un appuntamento. La soprattassa che hai dovuto pagare per accedere a questo servizio non è sempre esistita. E’ entrata in vigore quando la direzione si è accorta che il numero di coloro che anticipavano la propria dipartita era nettamente superiore di quelli che attendevano che cadesse l’ultimo granello di sabbia. La maggior parte dei suicidi proviene da coloro che fin dalla nascita sono segnati ai Registri. Inizialmente sono entusiasti di questa scelta, credono di vivere con meno preoccupazioni, ma poi non riescono a sopportare la tensione di centellinare la propria esistenza.
Ora sorride mentre respira a fondo l’ultimo tiro in prossimità del filtro.
-Perché sei qui?
Gli chiede imprecando silenziosamente contro sé stessa per una domanda posta con tanta mancanza di delicatezza. Cerca di rimediare scusandosi ma lui le risponde  con quella che sembra una sincera serenità d’animo
-Cancro ai polmoni, se ce ne fosse stata possibilità sarei guarito ma quando andai a chiedere se potevo fare qualcosa mi dissero che così era e non ci si poteva fare altro… Ma non fraintendermi sono tutti molto gentili qua.
Finisce di fumare anche lei, lasciando che lo scarto della sigaretta conclusa cada al di à del balcone.
-E tu? Sei giovane…
Le dice lui mentre appoggiandosi alla ringhiera guarda il quadrato di cielo recluso tra i quattro palazzi.
-Mi manca…. Non sono sufficientemente forte credo, non lo sono mai stata.. credevo di esserlo ma in realtà era merito suo…non sono in grado…
La voce le si rompe nel tentativo di ingoiare il pianto.
-Se questo fosse un film, io sarei più giovane e avrei un fazzoletto da darti..
Sorride paterno osservandola mentre piccola si ricompone.
-Mi sa che ci siamo
Aggiunge sospirando, con la rassegnazione negli occhi.
-Ti accompagno
Rientrano insieme dal balcone. E’ la segretaria ad avvertire l’uomo che il “sei” è appena entrato.
Sarà questione di minuiti.
-Mi ha fatto piacere incontrarti
-Anche a me…
Rientrano nella sala d’attesa, lui allunga il pacchetto di sigarette  con le ultime due restanti insieme all’accendino.
-Buon viaggio
-Anche a te..
La porta dello studio viene aperta e l’uomo, il numero sette, viene convocato.
Lei lo abbraccia; abbraccia quello sconosciuto che potrebbe essere suo padre, abbraccia quell’ultima persona che ha avuto il piacere di conoscere.
Ultimo contatto umano per entrambi.
-Ciao
Ultime parole che le vengono rivolte prima che lo veda sparire dentro lo studio.
Sola di nuovo. Impreparata. Non riesce a respirare in quella stanza dove tutti parlano, dove bambino e madre sono spariti lasciando quel padre da solo a disperarsi nell’abbraccio del figlio sopravvissuto non ancora in grado di capire. Dove le donne si raccontano dei nipoti, dove la pianta si alimenta di quel sole malato che non scalda e delle sue stesse foglie cadute.
Esce di nuovo dalla sala correndo verso il bagno nel quale entra e gettandosi in ginocchio vomita caffè e tabacco aspirato.
Respira riprendendo fiato mentre la lacrime le rigano il viso sfacendole il trucco.
Perché si era truccata quella mattina? Si chiede quando risorgendo si pone davanti allo specchio studiando le strisce grigiastre che le segnano il viso.
Si stropiccia le guance con il palmo della mano portandosi via le cicatrici apparenti. Davanti allo specchio decide di accendersi un’altra sigaretta e di osservarsi anche in quella veste.
Sorride imbarazzata all’immagine che le viene restituita mentre inesperta si porta la sigaretta alle labbra che non riescono a trovare una posizione dignitosa.  La finisce tossendo, piegata con la bocca nascosta  tra le mani.
Si guarda di nuovo, odiando quell’espressione di bambina che ha sul viso, che continua a mantenere in quello che rappresenta un momento fondamentale della sua vita che presto terminerà.
Si avvicina allo specchio creando con il suo respiro un alone all’altezza del suo viso nel quale va a disegnare con le dita una stilizzatissima faccia sorridente e lì immobile con il volto all’interno dei contorni resta a fissarsi in quella nuova espressione di felicità esasperata fin tanto che anche essa non si dissolve.
Tra poco sarà il suo turno.
Vuole andare a liberarsi dai liquidi. Non sapendo come la sua morte avverrà di sicuro non vuole arrivare lì e sentirsi inadeguata a causa degli stimoli naturali di ogni essere umano.
Esce dal bagno, diretta di nuovo nella sala d’aspetto.
Ora sono presenti solo due persone. Le due signore sono sparite così come l’uomo con il bambino che dovrà ancora attendere  prima di rincontrare la moglie e l’altro figlio più piccolo. Dovrà vivere in funzione di quel bambino rimasto a meno che…
Le sue riflessioni si interrompono quando qualcun altro sparisce dalla sala.
Solo una persona davanti a lei.
E’ pronta? E anche se non lo fosse ci sarebbero alternative? Ormai ha deciso, l’importante è che sia indolore, inoltre ha speso tutti i suoi risparmi per essere lì in quel momento.
Respira a fondo sentendo la paura impossessarsi di lei mentre si impone di non pensare a ciò che lascia ma solo a quello che troverà.
L’ultima persona entra, la prossima  sarà lei.
E se non lo trovasse? Se non riuscisse a rincontrarlo a ricongiungersi? Chi le dava la certezza che davvero dall’altra parte qualcuna la stesse aspettando. Provare per credere, sempre se riuscivi a trovare la forza per credere e il coraggio per provare.
-Numero tredici
-Si!
Quella risposta le esce quasi gridata. Si alza dalla sedia prendendo in braccio le sue cose, con in tasca l’ultima sigaretta che le era stata regalata, con la sua borsa piena di ricordi che non aveva voluto abbandonare con le sue cose che ancora appartenevano a quella lei ancora in vita.
-Prego mi segua.
Annuisce ed entra chiudendosi la porta alle spalle.

14 Dicembre 2013

Metabasi

Le luci erano nette e i palazzi rustici proiettavano ombre decise sulla strada.
Si muoveva fra la folla, i colori delle maglie si mischiavano nelle sue iridi, scansava gli insulti di chi inavvertitamente urtava con un semplice gesto della mano e uno sguardo di commiserazione.
Il cappotto spazzava la pavimentazione del centro storico di quella città, che poteva essere una qualunque ma una qualunque non era: era un guazzabuglio di persone unite che avevano case, vestiti, automobili, lavatrici, amicizie.
Si sentì strozzare da un piede e perse l’equilibrio. Roteò il mondo attorno a lui e cadde a capo riverso, ponendo in anteprima le mani. Inequivocabilmente si sbucciarono e persero alcune gocce di sangue su quella pietra lavorata e lisa.
Eccolo rialzarsi e sedersi; i ginocchi contro al petto, saldati dalle mani.
Forse per sdrammatizzare, forse per riflettere, forse solo per concedersi un momento di pausa, iniziò a guardare i cielo, erano giorni che si proponeva di farlo.
Era primavera.
Gli eventi si susseguivano violenti, non c’era modo di respirare e sicuramente quell’ambiente non era il migliore in cui vivere; non era il peggiore, probabilmente altre realtà, due metri in quella direzione, erano stantie e puzzavano, ma sicuramente nell’altra direzione vi sarebbero stati odori gradevoli e persone socievoli, non quelle facce grigie che si affaccendavano di fronte a lui.
Una presa di tabacco nella sua mano destra, un filtro in bocca e iniziò a girare una sigaretta.
La portò alla bocca e tirò per accendere. Il fumo riempì la sua bocca e poi si dilatò nell’aria disegnando una nuvola indefinita.
Passavano così le stagioni? Era forse il domani quello che si presentava, o l’ennesimo oggi? da vivere momento per momento, cogliendo ciò che veniva, difendendosi dai malcontenti della gente e dal tempo tiranno e dalle foto di cuccioli che assillavano il mondo telematico.
Non erano pensieri per lui questi; lui aveva quei sorrisi,  quei pianti, quelle storie che le persone devono obbligatoriamente raccontare, i caratteri e le paure e gli interessi che rubava via via alle sue amate temporanee.
Osservò passare davanti a lui una bicicletta. La nube di nicotina e catrame si dissolse seguendo la scia di quel profumo troppo intenso e troppo acre per non essere di disturbo. Sopra cavalcava una ragazza distinta e armonica, capelli corvini trascinati dal vento in riccioli perfetti.
Si fermò per guardarlo e poi seguirlo reclinare il capo verso i suoi pensieri. Andò avanti e poi girò ad un incrocio, cambiando mondo, scegliendo l’ombra, che non si spostava nonostante il trascorrere dei minuti, poi trasformati in ore dall’attesa dell’uomo che ancora stava lì a pensare.
Spense la sigaretta e la perse nelle fughe fra le bozze. La cercò a lungo con lo sguardo, ma non la distinse dalle altre già presenti, piegate su loro stesse, fradicie e sporche di rossetto, imperlate di cera di processione e chiuse fra steli d’erba.
Quelle persone sedute al tavolo discutevano. Le loro parole fatte di lettere unite fra di loro, senza suono e musicalità. Parlavano delle tenebre incestuose che si susseguivano sopra delle vite che non erano loro, protette da pellicce di visone, marroni e tremende, bruciate dall’invidia che loro stesse provavano. Ogni gesto dell’altissimo signore sembrava, stando a loro, cadere sui loro colli già gravati da spade di Damocle appese ad un soffitto di cristallo. Alzavano lo sguardo ed invocavano i cerchi celesti che smettessero di ruotare e fermassero l’ingranaggio messo in moto, ridando loro la giovinezza perduta. Ordinarono un caffè, si alzarono. Se ne andarono dopo aver rubato il giornale.
Tirò fuori dalle tasche alcuni fogli e lesse quelle lettere che gli erano state inviate tempo fa, quando ancora leggeva e sapeva di tante cose.
Passava allora un uomo trascinando con se un cane al guinzaglio. Incideva, mangiandosi il selciato con maestosi passi aulici e decisi e la sua andatura pareva inarrestabile.
Il sorriso con protervia ed eleganza attirava gli sguardi; negli occhi il baluginio del giorno e altre cose inscrivibili dentro una cementificazione di verde e arancio. Parlava al nulla e riferiva a questo di quelle storie che capitano solo a quelli come lui, con lo smalto amaro sulle unghie e i denti nuovi. Il cane, nella sua posizione di inferiorità, preferiva restarsene nel suo anonimo beige e nella sua gabbia di rami e prospettive piuttosto che seguirlo;  fagocitava gli escrementi trovati per caso, sdegnando le passanti.
Si alzò lentamente, appoggiandosi sulle ginocchia e poi sulle nocche ossute; il sollevamento richiese al suo corpo uno sforzo elevato nel pompare il sangue e la sua testa fu per un attimo leggera e le immagini persero il loro lume.
Un passo seguendo l’altro iniziò a destreggiarsi fra le persone, cogliendo lo sguardo di quell’altri che come lui ambulavano. I palazzi si susseguivano alti, chiudendo al sole ogni possibilità di penetrare in quelle vie oscure che di volta in volta assumevano odori diversi spaziando dall’urina al sapone attraverso i soffritti delle massaie e i panni stesi su un filo fra facciata e facciata di quelle alte torri.
Sulla destra prese un vicolo  che lo portò ad una fila di porte colorate. Non quella blu, non quella gialla, non quella verde e neppure quella marrone. Fu quella rossa che lo fermò. Suonò il campanello con un gesto repentino del dito e aspettò mangiandosi la pelle attorno al pollice gonfio del suo lavoro. Senza dover neppure attendere il citofono spontaneamente la porta si aprì e una signora dal vestito blu fiorito in viola uscì portando con se un sacco ripieno di immondizia. Si inserì nello spiraglio e si lasciò alle spalle la città, mentre questa ancora lo digeriva.
Il muro senza intonaco gravitava attorno a lui salendo le scale e la polvere di quei mattoni si attaccava ai vestiti; fregandosene la mandò via battendoci il palmo della mano tre volte.
Bussò alla porta dell’appartamento, ma non trovò nessuna risposta dall’altro lato e non sentì i passi strascicati del muoversi in pantofole e vestaglia. Prese le chiavi dalla tasca e, dopo aver trovato quella corretta, la infilò nella serratura e ruotò appena mezza volta; spinse ed entrò.
Sulla soglia si trovava la cucina e oltre un corridoio buio che portava alle camere. Una tappezzeria mimetizzava le tracce che il fumo lascia alle pareti. L’odore dei piatti da lavare e della spazzatura da buttare riempiva l’aria con un olezzi che inconsapevolmente sapevano di fine e di marcio.
Andò nella cucina. Prese da quel mobile un bicchiere e si servi dalla credenza di varie bottiglie già iniziate da tempo. Vide il bicchiere colmarsi di liquido denso e trasparente dalle onde morbide e ascoltò il suo gorgogliare e mescersi: un suono montano di ruscello sassoso.
Ne bevve un po’ e poi lo posò.
E il bicchiere si distrusse contro il pavimento. Il rumore di milioni di frammenti che rifletterono la luce della lampada in alto e ricaddero a terra. Quel capolavoro involontario accompagnò lo scuotersi delle fondamenta dell’edificio che si propagò lungo i muri portanti ad ogni elemento di arredo. Il tempo si fermò. In quello istante tutto scivolò nel nulla per rotolare.
Rotolò anche lui, fini per terra e poi fuori dalla finestra e poi in strada, con la folla, anch’essa rotolante  a suo modo: gambe storte, passi incrociati, braccia in aria, bocche aperte, suoni striduli per le vie.
Si raddrizzò piuttosto rapidamente appendendosi ad un lampione. La scossa l’aveva spento e l’aveva lasciato contorto, quasi in uno stato di costernazione, quasi a voler segnalare la rovina che era uscita dagli appartamenti.
Apparve in strada la ragazza del pomeriggio, trafelata, i capelli neri ricci attorcigliati fra loro e il trucco cadente che si era mischiato alle lacrime sul suo volto. Muoveva la testa mentre cercava di vedere se la gente, in tutto quel trambusto, la stesse notando, commiserandola, o se invece stesse passando inosservata. Così era successo durante tutta la noiosa serata che aveva trascorso a casa di qualche conoscente fino a quando il boato non l’aveva spinta fuori di forza per controllare se i suoi beni fossero ancora tutti integri e al loro posto.
Lui la guardò, poi lo sguardo venne ricambiato e allora chinò il capo, evitando i suoi occhi, evitando di fermarsi sulla sua triste acconciatura e di sottolineare in qualche modo tutta la miseria e lo squallore che, in contrasto con il pomeriggio, lo stavano pervadendo.
La giovane venne notata da quel drappello di vecchietti che commentavano acidi, dallo scranno di un tombino, l’evento del terremoto lamentando le ingenti perdite in denaro, raccontando come quel tal parente avesse subito molti più danni e come, durante la guerra, queste cose fossero nel menù della giornata e nessuno si sconvolgesse se una bomba buttava giù un palazzo, ma sempre perché loro erano giovani e forti e avevano le ossa dure e i nervi saldi. Le loro donne piangevano sulle sedie, dondolavano ritmiche e emettevano suoni gravi e monotoni, impaurite fino al midollo, invecchiate improvvisamente senza quelle pellicce che tanto le facevano sentire sicure dietro il lusso e l’opulenza.
Il ragazzo iniziò a passeggiare. Guardò con un sorriso il gruppo di anziani e passò oltre, guidato dalla curiosità di vedere cosa stesse facendo la gente in quel momento, come l’uomo affrontasse il panico.
E vedeva le persone affaccendarsi: le madri dietro i figli piangenti, con i loro peluche in mano; le coppie abbracciate a consolarsi; i ladri entrati nelle case ed usciti con le tasche gonfie. Alcuni caritatevoli andavano a parlare con le famiglie, con la gente, prestavano i soccorsi e offrivano thè dentro bicchieri di plastica. Anche lui se ne prese uno.
Osservò con gli occhi carichi di tenerezza un cane tirare fuori il proprio padrone. Questo aveva delle tracce di vomito sulla camicia blu e aveva le palpebre socchiuse che lasciavano intravedere il bianco degli occhi riversi da qualche sogno paranoico. Muovendosi all’indietro,  l’animale lo trascinava per il braccio, tenendo la coda alta a segnalare la sua presenza a qualche buonanima che l’aiutasse; mentre i guaiti attiravano l’attenzione,  l’asfalto si opponeva e i muscoli delle zampe erano tesi proponendosi alla rottura.
E il terremoto distrusse ogni cosa, non lasciò scampo  quella sera. Mentre la luna iniziava a scomparire e la volta celeste si illuminava,  la gente assiepata sulla strada guardava ciò che rimaneva della propria casa e dei propri affetti. Ogni cosa determinata, ogni certezza, ogni investimento, era crollato e non c’era più niente dentro quei corpi, che, già privi di ogni individualità, rimanevano anche senza la struttura di idee e pensieri che permettevano al giovane di vederli a lui così estranei.
Lui dal canto suo continuava a camminare verso l’alba
e presto scomparve con il canto mattutino degli uccelli.

14 Dicembre 2013

Senza titolo

Flash.
Sono stanco di questo mondo di apparenze.
Maiali che sembrano grassi.
Famiglie che sembrano felici
Dammi liberazione. Da quello che sembra generosità.
Da quello che sembra amore.
 
(Chuck Palaniuck)
 
A cinque anni volevo ridere come te.
A sei anni volevo contare come te.
A sette anni volevo colorare come te.
A otto anni volevo parlare come te.
A nove anni volevo scrivere come te.
 
Un rosso strano sulle pareti, che tendeva al mattone ma non si avvicinava a quello delle piastrelle
in cotto del pavimento. Un nero di alcol e bicchieri di plastica che puzzavano di vino Tavernello, in
cui qualcuno aveva spento le sigarette.
Loro ne avevano bevuti sei a testa, giocando con i tappi di sughero a chi ne infilava di più nel vaso
della pianta grassa all’angolo, dove qualcuno prima o poi avrebbe vomitato.
Un passatempo cretino. Sbagliavano entrambi apposta per poter bere, in una gara che aveva il
profumo goliardico dei bastoncini di liquerizia comprati al tabaccaio e del sudore dentro le polo;
macchiate di olio delle patatine fritte dello zozzone di Ponte Flaminio.
Poi solo risate e i corpi attaccati alla finestra per non morire di caldo, senza ventilatori puntati in
faccia. La musica dal salotto entrava attutita. Improvvisavano mosse insensate e appositamente
sconclusionate per poterle decorare con altre risa e sopperire all’imbarazzo di essere ubriachi
lerci in una cucina dalle pareti rosse ma non mattone, a ballare, da soli.
La strada strideva, qualche sirena in lontananza, le luci romane e i ricordi delle urla per le scale
quando salendo nella palazzina avevano suonato tutti i campanelli, tanto per rompere un po’ il
cazzo ai condomini.
Alla fine s’erano ritrovati vicini. Trascinati dal’odore rancido del vino e il trambusto del ridere
simultaneo.
Nei pensieri che erano volati via seguendo iperboli alcoliche difficili da tracciare. Sopra di loro,
fuori dalla finestra, calde e vellutate, oppure silenziose e impalpabili.
Colorate, pronte a essere nere o rosse. O forse entrambe.
 
A dieci anni volevo piacere come te.
A undici anni volevo essere lodato come te.
A dodici anni volevo vestirmi come te.
A tredici anni volevo te.
 
Lì avrei dovuto capire che qualcosa non tornava.
 
Quella forse è erba. Quello forse è fango. Quella forse è merda di cane.
Sposta i capelli gocciolanti. Gli irrigatori partono esattamente alle tre di notte. Il prato verdeggiante
riprende fiato dopo una giornata afosa di metà Luglio.
L’umidità entra e sprimaccia i polmoni, mischiata al vapore dei respiri, la condensa degli alberi,
l’odore di bagnato, gocce di saliva.
La stoffa è una poltiglia sporca di terra e gelida per il sudore.
In basso, come fantasmi e ricordi sbiaditi, le luci della festa, stroboscopiche e colorate, lampeggianti
senza suono.
Rotola il corpo tra le cicche spente di qualche Chesterfield Blu; struscia le anche tra le impronte
invisibili di vermi e coleotteri; sbatte le ciglia incollate, e si pulisce le labbra gonfiate dai denti.
Sono affondati e tornati più volte, hanno stretto il sangue, mentre il caldo ha fatto bollire le sinapsi.
Capelli biondi, forse. Boccoli disegnati con un ferro caldo, forse. Pelle chiara e punteggiata da
parecchi nei sul collo, forse. Gambe lunghe ma sedere poco sodo, forse. Caviglie ossute e stinchi da
pallavolista, forse. Tacchi senza punta, forse.
I jeans di entrambi bloccano i movimenti incollati alla pelle, sempre troppo stretti, sempre troppo
rigidi; ormai da buttare.
Lei ogni tanto parla. Chiede il suo nome, chiede qualche bacio, chiede informazioni sul
preservativo.
Le labbra sono ruvide piene di grumi, e lasciano tracce fiacche sulla maglietta arrotolata e bianca
che lui a un certo punto si leva, sperando di ritrovarla in un secondo momento.
E l’erba tutto sommato, è gelida. Viscida e urticante.
Schiamazzi e voci; chi passa di lì fischia e urla nella loro direzione, qualcuno si ferma persino a
sbirciare, altri seguono il loro esempio, un po’ più in là.
Le afferra il busto e le gambe. Mutande a pallini perfettamente rotondi, neri su sfondo bianco,
qualche pizzo e qualche cucitura colorata.
Affonda il viso alla cieca, lei sussulta con le unghie conficcate a terra. Produce qualche suono, poi
sta zitta e respira forte, gli tocca i capelli. Lui alza la mano e le fa capire di evitare contatti superflui.
Si concentra con tutte le forze e ricorda di averla presa per mano tra la gente, con un bicchiere di
vodka liscia e una fettina di limone tra i denti. Poi hanno ballato, anzi si sono scontrati in maniera
poco armonica, lui le ha infilato una mano nelle tasche dei jeans, ha toccato subito tra le gambe,
senza troppi complimenti, frizionando la stoffa, sulle cuciture rigide.
È bastato poco, qualche bacio con i denti sulle clavicole, uno o due frasi di circostanza,
complimenti non davvero sentiti -ti sta bene questo vestitino rosso. Ah, no, cazzo, hai addosso i
pantaloni, pardon!- l’ha confusa con un’altra, l’ha pensata mora e poi rossa; alta e poi bassa; magra
e poi grassa.
Ha guardato il suo sedere muoversi a contatto con la patta dei jeans, anche lei pronta a scendere e
salire, senza seguire il tempo della musica techno in sottofondo.
E ora c’è il giardino di una villetta da riccastri che però fanno economia sugli alcolici scadenti e
girano polvere che chissà chi ha tagliato. Si morde ancora le labbra ed esce lo schifo dell’immagine
distorta che preme sulle tempie.
Il profilattico lo deve mettere al buio, solo una luce bassa, spunta dal viottolo lastricato che porta
alla piscina. La plastica arriva fino alla base, sigilla la pelle, e smorza.
Vorrebbe rimanere lì con la mente, su quella ragazza pescata nella ressa, la meno brutta, chissà.
Ma sprazzi di ricordi e dettagli sbagliati fanno capolino, mentre si sistema, tira con le unghie il
palloncino sgonfio e sente che sta per perdere peso.
Cristo! Non ancora, dai. Non ancora!
Lei attende e nota la difficoltà, con metà corpo nudo, schiacciato nell’erba.
 
Le natiche del sedere sono macchiate dagli steli appiccicosi e giallognoli. Ha l’alito impastato e il
reggiseno semi sganciato, pronto a sedurlo con un dettaglio femminile che a lui in fin dei conti non
interessa.
– Tutto bene? – si azzarda a chiedere. Sfacciata, con un ghigno sulle labbra.
Le lancia un’occhiata d’odio. Puro, profondo, sprezzante -odio- dissenso.
 
– Mi stai fissando.
– Non è vero guardavo dalla tua parte, è diverso.
– Sei strano, stasera.
– Sto bene, come sempre.
– Allora perché non la smetti di passarmi addosso i raggi x?
– Da quando è vietato guardarti?
– Da quando sei il mio migliore amico e non un frocio del cazzo.
– Passami il vino.
– C’è una biondina laggiù che non ti stacca gli occhi di dosso.
– Sì, magari. Nel prato coi lampioni spenti…
– Bella idea.
– Ti dà fastidio?
– Perché dovrebbe, te l’ho consigliata io.
– Hai fatto una faccia schifata…
– Stavo pensando che dopo ti dovrò raccogliere sporco d’erba fino alle orecchie.
– Divertiti, io me la cavo pure da solo.
– Buona fortuna…
 
Buona fortuna, un cazzo. Pezzo di merda!
Immagini putride, labbra smorte, visi pallidi, braccia tirate, muscoli nudi, pelle infreddolita.
Lui continua a spingere, muovendo le mani fino al seno, che è rifatto, schifosamente grande,
immobile, rigido. Succhia e preme, lecca.
Plastica sottocutanea che gli fa salire un conato di vomito. Protesi pallide che nuotano nella
soluzione salina, sotto le sue labbra -l’orrore di una bambola gonfiabile ma che respira- a contatto
con diecimila euro di mastoplastica additiva.
La pancia è liscia, i fianchi non si riescono a prendere con le mani.
Poi arriva comunque il calore fradicio dell’orgasmo, quel punto x che fa crollare la pressione,
impallidire le guance, e stiracchiare le gambe. Non è totale appagamento, ma solo un istante
artefatto di un’iperbole che sta già discendendo, verso la base, verso l’assenza.
Picchi e vette inafferrabili, che poi diventano noia, silenzio e spaesamento.
Lei raccoglie i vestiti, infila le mutande e cerca un posto dove darsi un contegno. Arranca tra le
aiuole di tulipani, con le scarpe dal tacco rotto in mano. Cinquecento euro da gettare nel cesso, con
una confezione di Tranquilit e un paio di antidolorifici a fargli compagnia.
Lui rimane sdraiato a braccia aperte, i pantaloni ancora abbassati, le mutande accartocciate, il
preservativo incollato alle dita della mano, la pancia gelata dalla notte.
Vomita, voltando solo il volto verso sinistra a un passo dalla propria pelle. Escono solo succhi
gastrici e luppolo ammuffito. Scrolla le labbra, sistema i jeans, si pulisce con un brandello di
maglietta che recupera dal prato.
– Tirati su, ti porto a casa.
Un’ombra. Un fastidio artigliato a fatica tra i denti. Un impulso omicida che può solo trasformarsi
nei borbottii di un ventenne senza prospettive.
Gli allunga la mano, nel vuoto, nel silenzio di una festa finita.
Ha la certezza che sia rimasto appoggiato alla porta finestra a guardarlo. Il perché non serve dirlo.
– Mi stai fissando – gli ricorda, immerso nell’erba rasata dal giardiniere due giorni prima.
 
– Da quando è vietato guardarti? – chiede lui restando in piedi, quella mano che lo invita a seguirlo
ancora protesa, le parti del dialogo invertite, in un gioco muto che conoscono solo loro due.
Alza gli occhi arrossati, sfrega le mani sporche sui jeans ancora più sporchi, ride e stringe quella
mano.
 
Sei uno schizzo di colore. Io direi il rosso, ma forse è troppo inflazionato.
Magari il nero renderebbe meglio l’idea. O un insieme di mille schizzi.
Di aranciata, di benzina, di vino, di detersivo, di olio, di pioggia.
Un grammo di tanti sputi, impastati insieme, fangosi e densi.
Come l’uovo montato a zabaione che tua nonna ci faceva prima delle partite di calcetto.
Come l’acqua del lago nelle gite della domenica a Vico.
Come l’aria nebbiosa nei ritorni dal campeggio, le canne da pesca rotte e le esche tutte perse.
Come l’aerosol che mia madre imbottiva di mentolo e fiori di ciclamino.
Come il sangue che ti colò dal naso quando la mia pallonata ti colpì per sbaglio.
Uno schizzo rosso, sulla tua maglietta nera. Quasi non si vedeva.
 
Lo guardo di sottecchi in macchina. Musica a tutto volume alle quattro di notte, strade senza sole e
aria che infesta l’abitacolo. Siamo troppo stanchi per guidare e i sedili sono coperti di terra che io
mi sono portato dietro, dopo la mitica scopata con miss liposuzione.
Lui guida. Mani strette sul volante, sacchetto del vomito pronto da passarmi.
Me l’ha indicata lui la ragazza, me l’ha messa lui la pasticca nel bicchiere di birra. Ma ora è
incazzato. Non come un fastidioso insetto che vola ronzando sulla punta del padiglione auricolare;
no, lui plana a tutta birra e mi punge, ripetutamente, con insistenza, lui punge e fa male.
Evito di fissarlo, perché fa troppo amichetto dalle dubbie pretese.
Quindi niente ammiccamenti, o mani vicino alle gambe, o frasi ambigue.
Alle quattro di notte è meglio tacere, e notare le luci delle macchine sfrecciare nel lunotto
posteriore. Anche loro sono schizzi, flash, sputi di realtà. E noi siamo solo due coglioni, troppo
pezzenti per prendersi per mano, ma troppo sentimentali per mandarsi affanculo.
Ha l’aria stanca e canticchia la canzone alla radio con mezza bocca chiusa, come se volesse urlare
ma si limitasse ad addentare sillabe a casaccio, in un inglese che non conosce -ti hanno sempre dato
quattro persino al liceo- e in una grammatica che barcolla sotto gli influssi della festa.
– Mentre ero con lei stavo pensando a te – lo dico con calma, senza nervosismo, palesando qualcosa
di noto. Lui in fin dei conti mi stava guardando mentre lo facevo, se ne sarà accorto.
Blocca la macchina, in un benzinaio Agip, e tira il freno a mano come se fosse il caricatore di un
fucile a pompa. Non dice nulla, mi dà semplicemente un pugno, con le nocche ben disposte, lo
ficca senza indugi sul mio sopracciglio sinistro, lo apre e fa grondare sangue sulle guance, sulla sua
mano, sulla mia maglietta, sui preziosi sedili della BMW.
Poi inveisce, apre lo sportello e sputa per terra; dà un calcio a un secchio pieno di sapone e acqua
scura. Apro la bocca varie volte, ma non dico nulla, tampono la ferita e mi piego per il dolore del
mal di testa. Il suo cazzotto mi ha preso anche una tempia, e fa un male del cazzo.
Non sento più cosa dice, si è allontanato verso la costruzione fatiscente che dovrebbe fungere da bar
e tabacchi. Sangue, erba e ancora l’odore sulle dita.
La mia immagine nello specchietto del viaggiatore mi racconta una delle storie più tristi della mia
vita.
– Ti ho fatto male?
Spunta al mio finestrino, picchietta sulla superficie di vetro, come se non potesse fare il giro e
rientrare in macchina. Quasi mi spaventa e lo fisso attonito -mi hai fatto male sì, Cristo!- altro
sangue che si sparpaglia ovunque e lo slow motion del suo pugno bello impresso sulla retina
dell’occhio. Non ha neanche contato fino a tre, mi ha solo colpito. Maledetto-bastardo-infame.
 
Domanda di merda a cui non rispondo piegando le ginocchia contro il cruscotto e tenendomi la testa
tra le mani per farlo sentire in colpa, mi lamento a bassa voce del grande dolore che mi ha procurato
e lui sta lì, attaccato al finestrino come se fosse un venditore di fazzoletti.
Bestemmia ancora, o forse prega, il confine per lui è molto labile.
Torna in macchina vicino a me e preme le mani sulla maglietta con cui sto controllando il flusso
della ferita. I suoi ricci biondi sono simili a quelli fatti col ferro della siliconata. Natura vs artificio.
Evito di guardarlo e fisso il tappetino poggia piedi, coperto di peli del suo cane e di aghi di pino
portati dietro dalla festa. Non ha spento il motore quindi abbiamo ancora i Muse sparati nelle
orecchie, e le casse pompano sulle mie meningi.
Il sangue a un certo punto si ferma, mentre lui non sa se andare all’ospedale, prendermi a calci o
ridere. Ogni tanto balbetta qualche scusa ma aggiunge: – Colpa tua, cazzo! Dici troppe stronzate!
Ha ragione, è colpa mia. Quasi tutte le serate, da almeno quattro mesi finiscono così, da quando
quella volta, alla festa nella cucina più stranamente rossa che io ricordi di aver mai visitato, con la
puzza di catrame più infetta che io abbia mai inalato, io ho cercato di baciarlo.
Dal nulla e senza un motivo. Pam! Volevo baciarlo. Ridevo e lanciavo quei tappi di sughero e
faceva un caldo torrido, mi sudavano gli occhi, e pam! Volevo baciarlo.
Mi disprezza, ancora lo fa, anche se non vuole farmi morire dissanguato per colpa di un suo
pugno ben assestato. Magari potrei essere come un quadro di Pollock, tanti schizzi rossi, su una
tela bianca. Cinque anni di Accademia delle Belle Arti a vorticare nel cesso per colpa di rimandi
pittorici banali e alticci.
– Secondo te di che colore dovrei essere? – parla la stanchezza per me.
Mi prende per pazzo e dà un altro pugno al cruscotto dicendo che ormai deliro, che dovrebbe
portarmi alla neuro e che sono un finocchio ritardato.
– Però quella me la sono scopata da Dio – gli ricordo per difendermi e lui rimette in moto
minacciando di lasciarmi steso in una cunetta della Salaria.
– Ti faccio fuori e la facciamo finita con queste cazzate! – urla con troppa enfasi e calpesta
l’acceleratore in preda a qualche raptus incontrollato; una diarrea verbale ed emotiva che lo travolge
e mi fa sorridere. Si è persino perso, ora siamo chissà dove a fare chissà cosa tra le vie secondarie
dei palazzi di una zona di Roma ignota. Panni stesi alle finestre, tapparelle abbassate da cui filtrano
le luci di tv comodamente posizionate al centro dei salotti, e vasi stracolmi di piantine raggrinzite.
Guida in circolo, senza ritrovare la via, io provo a soffocare le risa e a indicargli quella che per me
è la più probabile -le strade grandi portano sempre sul Raccordo, lo sanno pure i sassi- ma lui mi
insulta e fa saettare gli occhi grigi sulla strada dicendomi di tacere e che è perfettamente in grado
di riportarmi a casa. Niente ospedali, niente punti di sutura sulla ferita, niente erba da lavare in una
fontanella.
– Dai, rispondi alla mia domanda – lo incito quando vedo che ormai sta crollando dalla stanchezza
ed è troppo disperato per picchiarmi ancora.
– Quale domanda? – si innervosisce e probabilmente pensa alle tette gonfiate della mia amichetta.
Materiale sintetico altamente costoso.
– Il colore a me più adatto…
– Il rosso. No, forse il nero.
– Il rosso come i mattoni e il nero come la cenere?
– Il rosso come vai affanculo e il nero come crepa! – grida e torna a far aumentare la velocità.
In questa disquisizione cromatica forse lui non sta trovando il senso metaforico della faccenda.
Gli chiedo di fermarsi perché non mi sento bene, devo vomitare ancora.
Mento perché sto benissimo, ma ormai credo che passeremo la notte in macchina quindi tanto vale
farlo in un parchetto scalcinato di un quartiere x di Roma.
Siamo fermi, ma io non vomito, sto immobile finché non mi piego su di lui, verso il basso.
– Cosa cazzo fai? – dice esasperato, ma neanche grida.
– Smettila di fare lo stronzo – rispondo così, e armeggio con la placca in ferro della cintura.
 
Prova a fermarmi tirandomi i capelli, scalcia coi piedi facendo barcollare il sedile, grugnisce per
tentare di auto convincersi che non sto per infilare una mano nei suoi pantaloni.
Poi, dopo una lotta fisica e mentale di almeno dieci minuti buoni, alza le mani in segno di resa e
butta la testa contro il sedile, all’indietro, fissando il tettuccio della macchina.
Ho catarro acido e marijuana stampate sul palato e brividi di freddo da finestrini aperti lungo tutta
la spina dorsale. Lui risponde stringendo gli occhi chiusi, allargando leggermente le gambe sul
sedile. Si abbassa da solo le mutande fino alle cosce tenute ferme dal volante. Il freno a mano mi sta
piantato nello sterno, l’equilibrio è precario e devo reggermi al sedile con le unghie per non crollare
su di lui. Non so se gli piace, se piange, se ride, se respira o se sta soffocando.
Consapevole che probabilmente sto facendo solo un gran casino e che presto mi strozzerò con la
saliva e gli vomiterò tra le gambe.
Però non succede, faccio tutto come se dovesse colpirci un meteorite scagliato sulla Terra da una
flotta di alieni incazzati neri. Pulviscoli di noi trasformati in detriti e io che incollato a lui mentre lo
sento trattenere almeno una ventina di sospiri.
Non regge, non resiste più. Accompagna di più il mio movimento con i polpastrelli ficcati nel mio
cranio, lo fa senza grazia, come lo farei io. Ed è uno sdoppiamento che per qualche ragione mi
elettrizza l’epidermide, più del solito, fino al midollo. Sotto, e poi a destra, accanto a una vena,
nascosti in un rene, i suoi respiri affannati arrivano ovunque, riempiono l’automobile di suo padre.
Le orecchie mi fischiano nel mix scomposto che riecheggia in frammenti passati e presenti.
Qualcuno sembra aver azionato un frullatore e la corrente elettrica pulsa decolorando la nostra
pelle. Vortica la repressione che è diventata istinto: bocca e pelle; tagli e schizzi; gemiti e
vibrazioni. Mi dà un colpetto alla fine, una gentilezza che forse alle ragazzine che si passa al sabato
sera non ha mai rivolto.
Ma in fondo noi due siamo amici, siamo i migliori, siamo i più intimi, i più stretti, i più affezionati.
Lui certe gentilezze me le deve, è un patto sociale, quando si dice: ehi sei tu, proprio tu,
quell’amico, l’unico, raro, proprio tu.
Un colore alzato su una tela libera, lancia spruzzi a casaccio, cola, particelle di sensualità.
Sento il rosso e il nero. Sento che il nostro è un quadro senza titolo.
– Sei uno stronzo, troppo… stronzo – mi passa una mano sul viso e sorride. Il volto paonazzo, anche
per la vergogna. Appoggio le mie labbra alle sue, un lampo.
Sembra scricchiolare. Morbido, ma teso. Bocca su bocca.
La liberazione da quello che è amore.
Flash

14 Dicembre 2013

Troppo sensibile

?
La luce rossa del semaforo mi sta scavando la faccia.
Le scaglie delle guance si depositano a flussi ordinati sui tappetini del taxi.
Formicolano piano sui vetri le gocce di pioggia con rumore dirompente e gusto di zucchero; infradiciano la consistenza del taxi, fatto di carta: lo sento ammassarsi sui binari del tram dell’incrocio quando strilla il verde.
La pelle che la luce rossa mi ha staccato dalla faccia ora mi si sta attaccando alle scarpe marroni scamosciate, diventando una cosa sola: ora sono beige, non si intonano più ai pantaloni.

Quando sono uscito, alle sette e mezza, non pioveva, ma la foschia mi bagnava i vestiti e i capelli. La pelle delle mani, mentre camminavo per la metro, diventava sempre più umida e verde.
Il salnitro si stava radunando sul fondo delle tasche, insieme alle unghie cadute. Camminando udivo il rumore metallico delle mie ginocchia, a quell’ora sono sempre bulloni. Alcuni bambini si giravano sentendo il clangore. Mi hanno stritolato per bene con lo sguardo, incrinandomi una costola. Ho cercato di finire il percorso quanto prima possibile.
Arrivato davanti ai tornelli della metro ho messo la mano in tasca, ma le dita non afferravano nulla. La pelle delle mani era diventata verdognola e viscida, senza consistenza, quasi senza ossa come un’alga. Avrei dovuto tenere le mani in tasca per tenerle calde. Così molli erano inservibili.
Sono rimasto un po’ così, con le mani al caldo, sperando che non rimanessero alghe. Ma intanto il tempo passava e il colloquio era alle nove e non avevo tempo da perdere. Però non potevo arrivare là con le mani d’alga. Ho iniziato a saltellare per scaldarmi prima.
I vigilanti mi osservavano, tracciando con gli occhi delle linee grigie tratteggiate tutte intorno a me; cercavo di non calpestarle muovendomi, ma loro continuavano a restringerle sempre più attorno ai miei piedi, perciò alla fine mi sono deciso a tirare fuori le mani e a oltrepassare i tornelli.
L’odore della metro è di carbone e umidità.
Lo vedo distintamente quando respiro nella galleria.
È un fumo di piccole spine di monossido di carbonio; sono, a ben guardarle, frecce, come di mercurio.
La nube si muove da una galleria all’altra, forse guidata dai binari, arriva e va verso le budella nere della rete ferrotramviaria, assume con le luci della banchina riflessi petroleosi, entra nelle bocche e nei nasi, ne esce con una tonalità lilla.
Le mani stanno tornando alla normalità. Cominciavo a temere di doverle tenere nelle tasche per tutta la durata del colloquio: sarebbe stata la fine. I vacui imbecilli che fanno i colloqui badano molto a queste cazzate, e io ho molto bisogno di questo lavoro. Sono stato raccomandato e non posso far fare brutta figura alla persona che mi ha raccomandato.
 
Il vagone del tram ha luci di salgemma.
Mi chiedo se riuscirò a sedermi. Ma non ci tengo nemmeno troppo: il sonno, il freddo e la
concavità dei sedili mi inglobano e mi premono sugli omeri. Esco sempre dalla metro con due lividi sugli omeri. La mia ragazza mi chiedeva sempre come me li facevo quei lividi e io non sapevo mai come rispondere. Lei aveva una pelle molto chiara, che potevo guardare direttamente solo se non esposta al sole, altrimenti mi accecava per alcuni secondi.
Il suo ricordo era in un passato molto diverso, tanto diverso da sembrarmi lontanissimo, lontano al punto da passare quasi per un ricordo suo e non mio.
Non c’è da sedersi. Resto in piedi. Qualcuno, alla nuova fermata, mi urta.
 
È una signora grassa, con un lungo soprabito leopardato; i capelli neri piastrati e lucidi percolano sul soprabito con goccioloni, un paio mi cadono a un centimetro dalle scarpe, fortunatamente evitandole; si appiglia poco lontano da me, senza chiedermi scusa per la spallata che mi ha fatto urtare la tempia al sudicio tubo rosso.
Speravo che non si vedesse troppo il cranio ammaccato, altrimenti avrei dovuto tenere il cappello in testa durante il colloquio. Chissà che cosa avrebbero pensato gli esaminatori… “Ecco, ha il cappello!”.
 
Sono arrivato in orario dove dovevo arrivare. La persona che mi ha ricevuto è anche quella con cui ho parlato, che mi ha fatto le domande. Sembrava non sapere nulla della raccomandazione.
Ho cominciato a sudare e, a sorpresa, ho notato che il sudore si portava giù con sé nel colletto della camicia i capelli. Intere ciocche hanno preso la via dello scarico. Ma non potevo far nulla: ormai il colloquio era all’inizio e non potevo uscire dalla stanza per andare in cerca di rimedi. Eroinchiodato per le cosce da grossi spilli alla sedia.
Ho sopportato per tutto il tempo del colloquio i capelli pungermi la schiena nella camicia, mentre per l’esaminatore tutto sembrava scorrere normalmente.
 
Tornato in strada mi sentivo così esausto che per andare a casa ho fermato un taxi.
La mano che ho alzato ha riflettuto il suo biancore di carta. Ma ero troppo stanco per preoccuparmene. Quando sono stressato, le mani mi diventano lucide al punto da potermici specchiare. L’aria cupa di smog era filtrata perfino nell’abitacolo. È tutta di perline scure, un po’ diversa da quella della metro.
Odio il taxi: ogni volta che le macchine si affiancano sento le parti molli di braccia e gambe sprimacciarsi, fino a stringersi come in una morsa. Ma avevo preferito il dolore alla fatica di orientarmi nel traffico pedonale alla volta della metro.

Vorrei essere a letto, a casa mia, tranquillo, e invece sono ancora in taxi, diretto al medico, nello smog, pieno di dolori, con le guance escoriate dal semaforo e le scarpe non intonate al pantalone.
 
?
Prima di allora non avevo mai dimenticato un braccio su un taxi.
Sono gli effetti dello stress, non è facile rimanere senza lavoro alla mia età, e più sto a casa più mi annoio e mi deprimo, e mangio, e ingrasso, e mi deprimo. Questa cosa del braccio, la cui mano, per altro, stringeva il manico della mia ventiquattrore, ora non so come finirà. Forse dovrei cercare di ricordarmi il nome del tassista. Oppure chiamare il centralino della sua cooperativa. Ma cosa dico alla centralinista? “Buongiorno, ho dimenticato il mio braccio sul vostro taxi”?

Per fortuna il tassista è tornato indietro per la restituzione. Io ero già in imbarazzo (cosa si può pensare di uno che arriva a dimenticarsi il proprio braccio se non che, come minimo, è un idiota?), ma lui è stato di esemplare delicatezza: mi ha porto solo la ventiquattrore, come se non ci fosse il braccio attaccato e con un sorriso cortese ha detto “La sua borsa!”. Gli ho sorriso anche io, stirando alle orecchie le labbra, ma ho smesso subito, appena ho sentito la cucitura delle labbra stridere. Se mi fosse partito un punto mi sarei ritrovato a parlare come Bossi per un bel po’.
Ma non posso pensare che sia sempre così: ogni volta che impatto con la realtà il mio corpo si screzia. È come un manichino da crash-test.
Anche quando ho dato la mano all’esaminatore ho sentito le ossa dentro creparsi un poco, tipo crackers.

Il medico mi dà il barattolino di plastica e mi dice di andarlo a riempire. Accedo alla stanza da bagno. È microscopica.
Ho respirato molta aria sudicia da quando mi sono alzato. La mia urina ruscella annerita, turbata da una specie di tumore semitrasparente di pietruzze microscopiche. Ora, tutta nel barattolino, ha una nuance strana, come una goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. E luce fu.
Sono tornato dal medico e speravo che fosse lui a prendere il discorso: “Lo sa che è la prima urina fluorescente che vedo?”. Invece niente, non ha dato la minima occhiata, ha solo detto “Lo poggi sul tavolo”.
 
?
Mi immergo nelle lenzuola.
Mi stupisco sempre della facilità con cui corpo e letto vadano uno nelle braccia dell’altro, specialmente quando la paragono alla difficoltà con cui accade il contrario, quando la mattina devo svestirmi dal letto e faccio tanta fatica.
Non rifaccio mai il letto; così, a fine giornata, posso semplicemente immergermi di nuovo dentro di lui, con le coperte che conservano memoria del mio corpo. I letti rifatti e di bucato fresco, per quanto gradevoli, non reggono il confronto. Ci passa la stessa differenza che passa fra un abbraccio e una stretta di mano.
Mi immergo nelle lenzuola, e pian piano, sento che tutte le ferite, abrasioni, ammaccature, fratture, si rimarginano. Tutte le umiliazioni, delusioni, offese, scortesie, fallimenti si asciugano lasciando una crosticina patinata che poco a poco si polverizza.

Ho scoperto di essere io solo a sentire il mondo in questo modo quando una volta, verso gli undici anni, entrai a scuola e mi sembrò che l’atrio si dilatasse. Domandai a un altro bambino se anche a lui fosse sembrato così. Lui, con aria candida e quasi un po’ spaventato dal mio spavento, mi disse di no e si allontanò. Da allora mi capitò di chiederlo sempre più spesso.
 
“Non c’è bisogno, so occuparmene da sola di mio figlio” era la frase con cui mamma stroncava papà, che avrebbe voluto farmi visitare da qualcuno per capire che mi succedeva.
Lei capiva, o sembrava capire, come aiutarmi. In molte occasioni non ho avuto che lei. La sua voce tranquilla, le sue parole affettuose.
Quando m’innamoravo e poi finiva, quando perdevo una partita della vita, quando c’erano rose che mi sbocciavano fra le dita o i peli potevano diventare aculei con cui ferirmi, molti sarebbero impazziti, ma fortunatamente non mi ha mai lasciato solo nei momenti di assurdità.
Anche quando sarebbe stato ragionevole il contrario, come quando morì papà e io ero a letto, impossibilitato a muovermi dalla sensazione di perdere gli arti a causa di una fortissima onda centrifuga che avvertivo ogni volta che cercavo di alzarmi. Lei mi stava vicino e ripeteva “Amore, non è colpa tua: sei solo troppo sensibile”.

A poco a poco le lenzuola insufflano radici di cotone nella mia pelle, giù giù fino ai tendini, e diventano propaggini del mio movimento.
Ritorno in quei giorni con mamma, che mi teneva abbracciato nella coperta, e a quella sensazione d’oceano, dove ero parte di un tutto pacificato, dove i dolori non portavano mai una pena.
Non vorrei più aprire gli occhi.
 Mamma, anche se ormai l’odore tuo comincia ad abbandonare gli armadi, c’è ancora l’orma delle tue carezze impressa sui miei muscoli. E tanto basta.
Ma domani ho un altro colloquio. Mancano sedici ore. E sono ancora troppo sensibile.

14 Dicembre 2013

Le mutazioni del tempo

Un Occhione, apparentemente senza meta, trotterellava lungo la banchina. Mi sembrava strano, perché l’Occhione ormai è un uccello raro, e il porto non è un luogo dove aspettarsi di incontrare un animale riservato come lui.
Distratto da quello che avveniva oltre il vetro, mi ero quasi scordato di non essere lì da solo. Scattai sull’attenti, quando il Capitano alzò finalmente gli occhi dallo schermo del vecchio computer e mi parlò, senza riconoscermi, col solito tono strascicato e rauco già alle otto del mattino.
– Che relitto vuole recuperare?
– Il Generale Annibale.
L’altro si alzò per scavalcare letteralmente la scrivania e mi raggiunse dietro la tenda scostata. Era un uomo che impressionava per la stazza, più grande della media, ma che l’età stava arricciando su sé stesso. Dai suoi due metri d’altezza, intaccati di poco dalla postura aggravata, mi calò sulla spalla una pesante, ampia, e calda mano aperta. Insospettito, irrigidii d’istinto la muscolatura. D’altronde sono un nativo forcinese.
– Salvatore! Era parecchio che non ti facevi vivo. Avevo iniziato a scordarmelo, quel nome.
– A me continua a rimbombare in testa, invece.
– Capisco. – In quello scambio di battute il Capitano recuperò la sua natura, mi sembrò di notare con la coda dell’occhio che serrasse le mascelle. Ritirò la mano e se la ficcò in tasca.
L’Occhione intanto alternava passetti rapidi a piegamenti in avanti, simili ad inchini. Altre ridicole corsette si interrompevano di colpo a coda dritta. Sembrava un arbitro di calcio. Commentammo tra noi che forse stesse mimando un rituale di corteggiamento. Solo che, per quanto ci sforzassimo, non riuscivamo a scorgere l’uccello femmina.  Fissare tanto a lungo quella scena in piena luce affaticò la vista a entrambi. Voltammo le spalle alla finestra e andammo a sederci ai lati opposti della scrivania. Concluse le formalità, uscimmo in fila indiana all’aria aperta.
 
Per quanto uno possa avere un fisico imponente, come per esempio il Capitano, passare l’esistenza a Forcina finisce per schiacciarlo a terra. È come guardare un paesaggio sempre dal basso, standosene infossati nel terreno polveroso. Attorno, le cime delle montagne sono così appuntite che sembrano sbucate dal centro della terra solo da poche ore. Come dire, fresche di nottata.
Massi che sporgono pericolanti, o appoggiati l’uno all’altro, se ne stanno in mezzo a tronchi divelti che agitano in alto pugni di radici ritorte, tutte irte di spine. I fusti giallo verdognoli che restano ancora in piedi, allungandosi, si vanno ripiegando su sé stessi, fino a staccare del tutto dal suolo la pianta.
Così raggiunge la fine dei suoi giorni ogni organismo vivente di Forcina. Quando non lo rapisce il fiume.
Nessun biologo ha mai potuto spiegare il mistero di quella vegetazione, dove in certi punti è tanto buio da rendere impossibile farsi strada. E dietro a ogni ostacolo, o diretto in picchiata verso di noi da un lembo appena visibile di cielo, si teme di vedere incombere un animale enorme, in grado di ucciderci non prima di averci torturati in modo orrendo.
Questa la prospettiva dell’insetto strisciante nella terra, che nasce, cresce e non osa confidare in nulla mentre aspetta di morire. La stessa prospettiva di ogni abitante di Forcina, la cittadina più sparpagliata che ci sia. I cui confini sono talmente inafferrabili che la topografia ufficiale ha rinunciato a definirli. Sulle mappe si legge “Forcina”, ma neanche la zoomata più spinta rintraccia l’apparenza di un centro abitato.
Un pugno di costruzioni che si appoggiano ai confini estremi di tre periferie urbane, estese ormai all’inverosimile, ma incapaci di staccarsi dalle città che le hanno generate. Piccole aggregazioni di abitanti, non sempre si può parlare di famiglie, che spesso non hanno in comune neanche la parlata, ma che si ostinano a voler essere chiamati forcinesi e a condividere la sola proprietà che può geograficamente unirli, le ramificazioni del Tempo. Il fiume.
Il corso d’acqua sbuca in mezzo ai monti circostanti, e per chilometri e chilometri si sfibra nervosamente in molti rami, che tornano a inabissarsi non appena il terreno cessa le sue asperità, e si tramuta in un innocuo paesaggio collinare.
Se a Forcina qualcuno domandasse Com’è il tempo? La risposta non potrebbe che essere ambigua e interpretabile. I forcinesi, per loro natura sono molto diffidenti. Quando non possono capirlo da soli, perché malati o ciechi, o per via di qualunque altro impedimento, si fanno una propria idea arbitraria del tempo (atmosferico, storico o liquido), e se la tengono per sé. Nessuno che li conosca bene rivolgerà mai loro quella domanda. Se lo facesse, quella sarebbe la prima e ultima volta, di sicuro.
Tutta la zona è decisamente impervia, e le anse del fiume, anche dove sarebbe abbastanza ampio da renderlo navigabile, formano così di frequente angoli acuti e salti di diversi metri, che nessuna barca è mai riuscita a solcarlo senza ricavarne danni o venire semplicemente distrutta. Eppure, il porto di Forcina è pieno di battelli.
 
– E così, ti sei deciso a riprovarci.
– Mhm. Non sono tanto entusiasta, lo faccio solo per lei.
– Per lei? Dici, per Amerinda?
– Beh, sì. Oggi non mi sbatte più a pedate in sala motori, e soprattutto non ha più cosiddetti “amici” da caricare a bordo all’ultimo minuto, e allora…
– Sal, …
– No, capisco la tua preoccupazione, ma credimi, va tutto bene.
Lo sguardo del Capitano mi pesava addosso mentre mi allontanavo.
– Non è più pericolosa, ormai. – Gli dissi senza voltarmi.
– Lo credo bene. – Fece una pausa. – Sal, attento a non sfidare troppo il tempo.
Voleva trattenermi in qualche modo. Sapeva che avrei dovuto chiedergli di specificare, ma non lo feci. Non replicai, neanche gli chiesi nulla della sua vita, dopo tanto. Mi diressi velocemente verso il molo.
 
A volte mi sveglio nel cuore della notte col suono di quell’esplosione nelle orecchie. Eravamo alla prima, dura, svolta del Tempo, subito dopo che Alberto fu, per così dire, invitato a scendere da Amerinda. Io non lo so che fosse successo tra di loro, ma a me quel tizio non era piaciuto da subito. Sembrava un tossico, e poi si stava arrotolando già da giovane. Una pianta marcia, ecco cosa sembrava. Meglio che si tenesse lontano da mia sorella.
Uscii in coperta sventagliando la torcia accesa, avevo sentito Ame gridare in modo disumano. Volevo cantargliene quattro: navigavamo sotto un forte temporale, era il loro turno al timone e quei due non dimostravano di avere il minimo senso di responsabilità.
Il fascio di luce faceva sembrare la discesa della pioggia torrenziale una sequenza di fermo immagine:
Ecco a voi il Gruppo Uno di gocce mentre si getta al suolo, potete apprezzare la densità della loro distribuzione per metro cubo e la caratura degli elementi che lo compongono.
Il Gruppo due, giù a poppa, ha un taglio più diagonale, le gocce sono tese e ogivali, e presentano le caratteristiche sacche inferiori, ingrossate per l’azione deformatrice del vento unita a quella della forza di gravità.
Notate invece come il Gruppo Tre riprenda la struttura dell’Uno, e contenga al suo interno una forma anomala abbagliante. Si tratta sicuramente di due occhi.
Le orbite di Alberto, giallastre e striate di rosso, sprizzavano fuori una violenza che mi gelò il sangue, giuro, quando comparvero nel buio proprio davanti a me. Ci separava solo un lembo d’acqua, che si fece lenzuolo e poi distesa aperta, e quindi un susseguirsi di gorghi piroettanti, man mano che ci allontanavamo di nuovo dalla riva.
 
Ame era la mia gemella, fummo adottati che avevamo già sei anni. Forcinese doc, senza alcun dubbio, era totalmente fuori di testa. Nostro padre, quello vero, aveva preferito darci via, e ritirarsi in fondo a una curva del Tempo, dalla quale, nascosto tra le foglie degli alberi fluviali senza nome, poteva restarsene in attesa di vedere nostra madre, poco più che bambina, uscire dalla casa lì di fronte, dove era una specie di sguattera tuttofare.
Senza l’impiccio di noi marmocchi intorno, riusciva a fingere di non averla ancora conosciuta, desiderare di toccarla immaginando di non poterle fare male. L’irruenza del fiume, piazzato di traverso tra di loro, gli impediva di combinare altri pasticci. Noi eravamo già stati due pasticci belli grossi.
Ogni tanto li andavamo a trovare a turno, lui e lei. Ma nulla ci convinse mai a desiderare di vivergli ancora accanto.
Crescemmo come una coppia di scapestrati, finché Ame non si trovò accessoriata di un corpo femminile assai ben messo.
E, mentre io mi ritiravo un passo indietro, alla ricerca di paradisi meno pericolosamente attraenti, attorno a lei si scatenò l’inferno, di cui Alberto costituì l’ultimo girone, in senso stretto.
 
Quando la torcia smise di illuminarlo, alle nostre spalle deflagrò un boato spaventoso. Ame mi saltò in braccio con lo sguardo allucinato. Io l’afferrai più stretta che potei, senza sapere davvero cosa fare.
La barca, che già pendeva pericolosamente su un fianco, si andò a incagliare su uno scoglio che nessuno aveva evitato, non essendoci nessuno a timonarla da un bel pezzo. Stava prendeva fuoco dall’interno. Bruciava tutto. Dallo scheletro nerastro svettavano controluce fiamme altissime, le cui volute si confondevano con le fronde arrossate del tetto vegetale.
– Ame, che caspita! Mi spieghi…?
Non feci in tempo a finire quella frase. Me la vidi portare via da una metà del battello in fiamme, spezzatosi in due appena sotto i nostri piedi.
Ci sbracciammo gridando forte da un bordo all’altro della spaccatura, finché mani sbucate da chissà dove mi tirarono bruscamente in basso. Per la sorpresa, non feci in tempo a opporre alcuna resistenza.
Due uomini che avevano seguito la scena dalla riva, due senzatetto, si erano legati delle funi in vita, fissandole a un tronco, e si erano gettati in acqua, senza pensarci troppo.
Con l’Autorizzazione Al Recupero ben stretta in mano raggiunsi Ame al molo. Il cielo era percorso da irregolari nuvoloni neri. In terra e sulle cose nessun’ombra. Non ce n’era alcun bisogno, ma lei indossava lo stesso occhiali da sole, scurissimi ed enormi.
– Bella giornata, vero?
– Non me li tolgo, Sal. Il vento mi irrita gli occhi.
Era in forma. Ci abbracciammo, felici dei ritrovarci. Ame aveva trovato un altro battello, l’ennesimo, col quale tentare di andare a riprenderci il relitto.
Lei ogni volta mi chiedeva, e io finivo sempre per acconsentire, di raggiungere l’ansa dove ci fu il primo naufragio. Da allora la mia testa non aveva smesso un attimo di rimuginare su cosa di tanto importante fosse colato a picco con il Generale Annibale.
Mi prometteva a intervalli più o meno regolari, a patto che l’accompagnassi, di rispondere alla domanda che quel lontano giorno era rimasta appesa nell’aria fetida di tizzoni bagnati, di avventure interrotte e tragedie annunciate.
Fino a quel giorno tutti i tentativi erano andati a vuoto. Il Capitano, o faceva finta di non riconoscermi, oppure, scemo com’era, era convinto della sua manfrina. In fondo era un pezzo di pane, ma di me e di mia sorella, e non era l’unico, non aveva mai capito nulla.
 
Sembrava, povera Ame, che questo sarebbe stato l’ultimo tentativo. La barca che aveva noleggiato, o che si era fatta prestare in qualche modo -non volli saperlo- era tanto malmessa da somigliare a quelle chiatte che trasportano la pubblicità del Circo e avvenimenti simili.
In realtà a Forcina un circo non c’era mai arrivato. Gli impresari piazzavano in porto queste zattere, a malapena galleggianti, quanto bastava per capire che non sarebbe stato possibile raccogliere sufficiente pubblico.
Ma insomma, l’idea che dava la barca era quella.
Salimmo, io un po’ riottoso, per ispezionarla da cima a fondo. Ame non perse l’occasione di rinfacciarmi il tempo perso in Capitaneria. Le ricordai di nuovo che stavo facendole un favore, le dissi di evitare di fare la spaccona, e che oramai eravamo grandi tutti e due. Non mi rispose, facendomi sentire un povero idiota.
Quando salpammo stava iniziando a piovere, ma la corrente pareva assecondarci, per un buon tratto se ne stette quieta a ciangottare in sottofondo.
Dalla sua postazione al timone la mia sorellina guardava avanti, fiera e decisa. Me ne sentii orgoglioso, come fosse una creazione tutta mia. Intanto mi ingegnavo a evitare che la baracca che conduceva così bene non si decomponesse troppo rapidamente.
 
La pioggia iniziò a gareggiare in torrenzialità col fiume. Pochi minuti e avremmo raggiunto la famigerata ansa del Tempo. Non riuscivo a liberarmi della sensazione che fossimo osservati. Sbirciai le due rive, ma la visibilità era scarsa. Gli alberi formavano sopra di noi un arco scuro, attraversato dallo scroscio d’acqua persistente. Pensai di scorgere a riva sagome indistinte muoversi fra i tronchi, ma dovetti rivolgere la mia attenzione a un vortice nel quale ci eravamo impelagati.
– Siamo sul posto, è ora!
– Adesso dove vai, Ame?
La ruota del timone girava all’impazzata, le onde ci sferzavano su ogni lato, e lei, sporta dall’altro bordo, minacciava di buttarsi dalla barca, come invasata. Ero troppo distante per raggiungerla in tempo e trattenerla sulla barca in qualche modo. Ma poi fece una cosa che non mi aspettavo affatto.
Lanciò in acqua un oggetto delle dimensioni di una valigetta, e restò a dondolare il corpo piegato sul parapetto, concentrata a guardare verso il basso. Non capivo. E nemmeno sapevo decidere se precipitarmi a correggere la rotta o infilarmi a forza Ame sottobraccio e costringerla a lanciarci in due in un solo salvagente, l’unico a bordo, pregando di raggiungere la riva sani e salvi.
Di nuovo notai delle ombre che si muovevano in contrasto con tutto quel venir giù d’acqua dal cielo e il roteare della barca in balia del Tempo infuriato.
Ame cacciò un grido. In un attimo mi ritrovai accanto a lei, anch’io sospeso sul parapetto che premeva dolorosamente tra lo stomaco e le costole più basse. Mi confessò in fretta:
– Alberto era un eroinomane, e un ladro.
– L’avevo sospettato sai?
– C’è un diamante enorme là dentro. La barca l’ha affondata lui, pensando di tornare a riprenderselo con calma. Ma è andata com’è andata, e il Tempo non perdona.
Alberto era da anni in gattabuia e Dio sa se non volevo saperne di più su mia sorella con quel delinquente, ma in quel momento ci ipnotizzava il fiume impazzito. Lo vedemmo ribollire, schiumare e sollevarsi, e infine deflagrare verso l’alto.
La zattera autogonfiabile che aveva lanciato sott’acqua la mia ingegnosa Ame si era aperta proprio nel punto giusto, spingendo imperiosamente a galla il relitto che adesso traballava, obliquo, sfatto ma perfettamente riconoscibile, davanti ai nostri occhi spalancati.
Il mio stupore fu all’apice quando mi sentii afferrare con forza da due paia di mani sconosciute.
– Via! Mandali via! Via!
Furono le ultime parole che udii dalla mia sorellina. Un tuono vicinissimo mi lacerò i timpani. La chiatta si spezzò in due.
Ricordai d’un tratto tutti i momenti in cui avevamo ripercorso il Tempo, durante i quali erano andate in scena le altre repliche di quello spettacolo. Scoprii me stesso spiare un altro me stesso rattrappito e rappreso dall’angoscia, mentre guardava Ame che si sbracciava da una metà barca in fiamme alla deriva.
Stavolta però, qualcosa era diverso.
Mi accorsi che mi chiedeva a gesti di raggiungere a tutti i costi il Generale Annibale. Ora che sapevo con certezza che per lei era finita, con la parte di me che cercava in ogni modo di mantenere il controllo scalciai alla cieca, liberandomi dei miei due “salvatori”. Fui in acqua un attimo prima che la chiatta si inabissasse emettendo un ultimo, lungo sibilo di fiammifero bagnato.
Dopo che per tre volte avevo rischiato di annegare per raggiungere a nuoto la carcassa, riuscii miracolosamente a trascinarmi a riva. Giunto a quel punto non avevo più gesti da compiere, né volontà residue. Non rifiutai i soccorsi. Privo di forze e con lo sguardo opaco, feci a ritroso il viaggio lungo le rive del Tempo.

Il giorno successivo, dopo l’alba, il Capitano mi avvertì dell’inizio delle operazioni di recupero di ciò che rimaneva del natante. Mi era rimasta addosso tutta l’impazienza di Amerinda di ispezionare lo scafo maledetto.
Quando lo rividi, il relitto era ormai al sicuro nel porto di Forcina. Inzuppava la prua nell’acqua, con la poppa sorretta dal braccio di una gru.
Se ne stava lì, così vulnerabile ed esposto agli sguardi della gente, che mi costò uno sforzo tremendo non scoppiare a piangere. Ero avvilito per lui, per me, per la mia povera sorella che non avrei mai più rivisto.
Attesi che facesse sera, che i forcinesi ripiegassero su ripari più comodi di un molo umido circondato di acque limacciose. Sono un uomo robusto, e, credo, ma non potrei giurarci, di avere un’età nemmeno troppo avanzata, o avvertirei già i sintomi dell’incurvamento.
Allora balzai sulla tolda inclinata del relitto. Tenendomi aggrappato con le mani e puntellando i piedi, varcai la parte sottocoperta dello scafo. Il legno scricchiolava, ed ero circondato da uno sciabordio amichevole, che in tutt’altra occasione mi avrebbe conciliato il sonno. Ma dovevo restare all’erta. Ero lì per uno scopo ben preciso.
Dentro, però, c’era rimasto poco. Vedevo ovunque assi sfondate o divelte, attrezzature ormai inservibili, cassetti aperti e vuoti. In un gavone a poppa, trovai una specie di scatola ermetica in acciaio. Per un momento credetti di avere fatto bingo, ma rigirandola tra le mani, mi accorsi che era stata forzata. Un grosso buco le sfigurava il fondo. L’interno era sconfortantemente vuoto.

– Sai una cosa? – Mi fece Ame all’improvviso. Posava la sua testa sulla mia spalla. Era una notte tiepida, io non avevo sonno e l’avevo raggiunta sui gradini della veranda che si affaccia verso il fiume.
In quei momenti potevo contare sulla sua presenza, qualunque cosa avesse detto o fatto in precedenza, Ame era in me tanto quanto io sapevo di vivere profondamente in lei.
– Mentre me ne andavo lungo il Tempo, senza motivo, come facciamo spesso tutti, ho visto due barboni con canne e lenze in spalla. Fin qui niente di strano, mi dirai. Ma, dietro di loro, ecco tre servitori in livrea, che trasportavano cestini da pic nic, il secchio coi bigattini, uno teneva perfino in braccio un chiwawa con un fiocco rosso e dorato sulla testa.
– Che mi racconti, Ame?
– Non è finita qui! Zitta zitta, mi sono messa a seguire i servitori, dopo che avevano lasciato i barboni a pesca sul fiume. Abbiamo camminato per un po’, non era molto facile, nella vegetazione intricata, con le mie scarpe da ginnastica non riuscivo a stare al passo di quelli coi loro stivaloni. Ero rimasta indietro, e per un po’ avevo creduto di essermi perduta, ma in mezzo a una radura è apparso un cancello enorme e, dietro il cancello, in fondo a un lungo viale che attraversava un giardino ben curato, c’era una villa. Una vera villa, ti rendi conto?
– Senti, so che c’è gente che vive lungo il fiume, dei senzatetto. E d’altra parte nessuno di noi a Forcina naviga nell’oro. Ma è improbabile che tu abbia visto quello che dici di aver visto. A meno che a quei due barboni non sia capitato un colpo di fortuna. Figurati, mi stai prendendo in giro.
Lei sospirò. Per una volta venni sfiorato dal dubbio che non avesse esagerato. Mi sembrava di stare dimenticando qualcosa di importante.
 
Con le spalle contro la balaustra della verandina, tenni Ame tra le mie braccia finché non si esaurirono i discorsi. Quando aprii gli occhi, il sole filtrava nel fogliame circostante.
Ero da solo, e un piccolo e raro uccello compiva una danza senza senso proprio davanti a me.

14 Dicembre 2013

Alle otto e mezzo

Vivo con mia madre. È una brava donna, fa l’infermiera. Anzi a questo punto faceva l’infermiera. Non era male come tipo di lavoro. Sempre stanca certo, ma almeno felice. Faceva molte notti, pagano di più. Ho cominciato ad apprezzare la cosa a quattordici anni quando non ho più dovuto andare a dormire dalla vicina. Era fantastico, restavo alzato quanto volevo e mi guardavo tantissimi film horror. Verso le dieci uscivo in bicicletta e andavo al videonoleggio di VHS vicino a casa. Mi piaceva moltissimo pedalare nella notte, illuminato dai lampioni arancio e dai fari delle rare macchine. Vivevamo in campagna, facevo quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno. Io, la bici, la notte e il fido walkman con in cuffia l’ultimo album degli Offspring, Americana. Mi preparavo i popcorn burro e sale, oppure mi scaldavo una pizza surgelata e mi mettevo comodo sul divano. Il caso Venere privata, Il segno rosso della follia, La notte dei dannati e il migliore Zora la vampira. La casa totalmente buia con il gatto di mia madre, Boris, che mi saltava sulla pancia a tradimento. Andava a finire che mi addormentavo sul divano stringendo Boris fra le braccia per avere un po’ di calore umano. Sobbalzavo per ogni scricchiolio della casa svegliandomi sudato per la cena pesante. A sedici anni mia madre mi lasciò invitare gli amici a dormire. Prima le altre madri non si fidavano. Personalmente non ho mai capito il perchè, dato che crescendo sono solo peggiorato. Le mie nottate diventarano un must per pochi e selezionati eletti. Pantagrueliche cene a base di patatine fritte e würstel, seguiti da una pasta aglio e olio, che si concludevano in ordine sparso con gelato al croccantino, svariati Mars, diverse moke di caffé e ancora patatine. Il tutto innaffiato da birrette, poi da vino e poi direttamente da limoncello e sambuca.
Eravamo un gruppo di sbarbati molto uniti. Quando qualcuno stendeva meticolosamente il cellophane sul cesso nessuno rivelava al prescelto che presto o tardi si sarebbe pisciato, o peggio, cagato addosso (o anche variante molto comica, per me gravosa però, vomitato in faccia). Qualche volta, ma solo con gli amici più intimi, ci siamo guardati anche qualche porno. Per procurarceli Vincenzo rubava la tessera del videonoleggio a suo fratello Antonio di diciannove anni che faceva il servizio di leva a Catanzaro e che quindi non poteva sgamarci. Ci scoprirono ugualmente quando la madre di Vincenzo disse al commesso che il figlio era a militare. Guardavamo i classici soft porno, Gola profonda, Io zombo, tu zombi, lei zomba, Solco di pesca, Barbarella. Poi Maurizio, un tipo in classe con noi ma ripetete di due anni, si fece la ragazza e spesso la portava alle mie nottate. Ovviamente quella doveva raccontare che dormiva da amiche, e anche le amiche raccontavano che dormivano da amiche quindi in breve ognuno di noi potè toccare con mano le cose viste solo in video. Maurizio però non ci aprì solo le porte del paradiso; ci portò anche dell’erba buonissima che faceva un suo amico. Le ragazze scomparvero nella nube dei bong e dei cilum e la vicina cominciò a insospettirsi per l’insolito via vai tra amici e clienti. Fine dei festini notturni a casa mia. Mia madre, inflessibile e ferita dal mio tradimento a base di canne e ragazze, decretò il coprifuoco. Ma non durò molto anche perchè mia madre ottenne il tanto agognato trasferimento in città, più vicina a sua madre. Fine quindi anche delle mie scampagnate in bicicletta, della caccia notturna alle lucciole che da bambino era un divertimento puro e da ragazzo una scusa per portare le ragazze nel bosco, fra l’erba profumata d’estate. La città, una media città, mi fece subito cagare immensamente. La gente era stronza, le tipe se la tiravano, andare in bicicletta era una merda totale. La mia vicinanza spirituale alle canne si acuì e nella città si trovavano un sacco di altre droghe che nel posto da dove venivo aveva solo il tossico. In città finii anche il liceo e dopo un paio di anni sconclusionati all’università mi trovai, viva Iddio, un lavoro come programmatore. Semplice, noioso, ripetitivo, a tempo indeterminato. Continuavo a guardare moltissimi film, l’unica cosa che mi dava la sensazione di essere vivo. La ragazza non l’avevo, mia madre diceva che dovevo andare in palestra per buttar giù la pancetta da birra e panino. Un anno mi aveva perfino regalato l’abbonamento; l’avevo rivenduto al mio collega amante del sudore solitario. Insomma la mia vita trascorreva tranquilla, tra il lavoro con gli sfottò fra colleghi e le pause pranzo a guardare i nuovi video di Sara Tommasi, le partite di calcetto al circolino, i film del cineforum e qualche rara scopata occasionale. Fino a questa sera.
Questa sera sono tornato a casa dopo il lavoro e mia madre non c’era. All’inizio ci sono rimasto male, avevo fame, quella fame pesantissima da quasi nausea che mi assale verso le sei e mezza. Ho anche imprecato «Dove cazzo è quella stronza? Vuoi vedere che è andata a yoga dimmerda?». Sono andato davanti al frigo dove c’è la tabella di marcia di mia madre: turno del mattino, portare fiori sulla tomba di papà, serata in biblioteca ore 20. Erano le sette, dov’era finita? Chiusa dentro il cimitero? Ebbi una rapida immagine di mia madre che, vista la sua sbadataggine, non sentiva gli avvisi di chiusura, non sentiva il campanile suonare e poi spegnevano le luci e lei restava sola, nel buio della cripta con le lucine rosse dei morti a farle compagnie. Mi venne un brivido. Chiamai mia nonna. Era una versione femminile di Highlander, del tipo che al posto di mozzarsi la testa con la spada si trafiggevano gli occhi con i ferri da maglia. Aveva novantadueanni ma certe volte era più lucida di me.
«Ciao nonna, sono io»
«Oh ciao tesoro, come stai?»
«Bene nonna, grazie, senti»
«E il lavoro come va?»
«Bene nonna grazie, senti non è che»
«Ma la fidanzata non ce l’hai ancora?»
«No nonna, senti ma la mamma è per caso»
«Ma non sarai mica…come si dice, omosessuale?»
«No nonna»
«Guarda che non è un problema, a me lo puoi dire. Anche mio fratello Francesco mi sa che era omosessuale, magari è di famiglia, è ereditario»
«Nonna ma che caz- senti nonna la mamma è lì da te?»
«No perchè?»
«No niente, è che non è a casa, non fa niente nonna sarà da qualche sua amica»
«Fammi sapere quando la trovi, tua madre è sempre stata una svampita, non era adatta ad avere un figlio, non so come faccia a fare l’infermiera»
«Va bene nonna ti saluto, devo chiamare Giustina»
Giustina, l’amica storica di mia madre. Infermiera come lei, amiche dall’asilo, senza figli. Una volta mi ha toccato il cazzo e mi ha detto che avevo bisogno di una donna matura che sapesse il fatto suo. Giustina.
«Ciao Giustina, sono io»
«Ciao caro, come stai?»
Allontano il telefono di cinque centimetri buoni dall’orecchio. Giustina ha un tono di voce molto alto, non parla ciangotta.
«Bene, grazie. Senti Giustina»
«E il lavoro come va?»
«Bene, come al solito. Senti non è che per caso»
«E la fidanzata? Non ce l’hai ancora?»
«No Giustina, vado a puttane»
«Come vai a puttane?» annaspa «No, ma scusa, un bel ragazzo come te ridotto ad andare a puttane! Ma perchè non vieni a cena da me una sera eh? Mangiamo una cosina, beviamo un po’ di vino buono e poi quel che succede succede!»
«No senti Giustina ti devo chiedere una cosa importante. Non è che hai visto la mamma oggi?»
«No, non vedo tua madre da giovedì, perchè?»
«No niente, è che non è a casa e non so dove possa essere»
«L’hai chiamata sul cellulare?»
«Ehm… no»
«Ecco vedi! Sei un bambinone! Hai bisogno di una donna matura che ti guidi sul sentiero della vita!»
«Sì certo, grazie, ciao»
«Figurati, e vieni quando vuoi»
La canna post lavoro che ho fumato mi ha messo addosso ansia mista a paranoia e mi fa agire come un cretino. Non ho chiamato mia madre sul cellulare, che pirla. Adesso la chiamo e le dico pure di prendere del cinese per cena, che non ho voglia di aspettare che mi cucini qualcosa.
Il telefono suona libero un paio di volte. Non risponde. In preda a purissima ansia la richiamo. Libero e poi cade la linea. Brutto segno. Mi dico: magari sta salendo le scale di casa e non ha senso che risponda. Apro la porta. La tromba delle scale è silenziosa e in penombra. La richiamo, il telefono è spento. Magari ha finito la carica. No, non ha senso, non avrebbe attaccato. Dev’essere da qualche parte e non mi può rispondere, così ha spento direttamente il cellulare. Aspetto, prima o poi mi richiamerà.
Accendo la televisione e guardo il telegiornale. Mi viene la nausea. Spengo. Mi è passata anche la fame. Potrei farmi un’altra canna, poi mi dico che sono già nervoso, sarebbe peggio. Vado in cucina e appoggio la fronte al vetro della finestra. Sotto di me la città che imbrunisce, i fari bianchi e rossi delle macchine, i cartelloni pubblicitari sei metri per sei. Il parco spelacchiato sotto casa dove c’è un barbone che dorme sulla panchina, due marocchini che fumano e un vecchio che porta fuori il cagnolino. Squilla il telefono di casa e io mi precipito a rispondere.
«Pronto?»
«Sono Luciana, la bibliotecaria. Tua madre è a casa?»
«No, mia madre non c’è, arrivederci»
Attacco il telefono precipitosamente.
Merda non è neanche in biblioteca. Mia madre non salta i suoi impegni extralavoro, sono l’unica cosa che fa. Cerco di ricordarmi il nome di qualche sua amica, collega, conoscente. Nulla, il vuoto. Eppure mia madre mi parla mentre io sto seduto e mangio, lei mi racconta la sua giornata, quello che fa, chi incontra. Vado in camera sua. Non ci entro mai, io e lei rispettiamo con scrupolo i reciproci spazi. La stanza è semibuia, la tapparella è mezza abbassata e fuori c’è solo quella luce delle città, quel bagliore luminoso perenne che quando mi sono trasferito non mi lasciava dormire. Mi avvicino al comodino. Da parte alla abat-jour un libro di Erri De Luca, un pacchetto di fazzoletti, gli occhiali da lettura e una vecchia foto di noi due. La prendo in mano, la cornice è pesante dev’essere di argento vero. Ci siamo io e lei, un suo braccio mi circonda le spalle mentre io, che non ero abbastanza alto, le cingo la vita. Indossa uno di quei vestiti leggeri che metteva in quella vacanza, poi non gliel’ho più visto addosso. Anche se la foto è in bianco e nero mi ricordo perfettamente la punta di azzurro del vestito. Pallido quasi carta da zuccherro, con la fantasia a piccole ananas stampate grossolanamente arancio e gialle. Io ho una maglietta a righe che odiavo, rossa e bianca. Sorridiamo felici in camera. Lei radiosa con gli occhi che brillano e io con le guance tirate, imbarazzato quasi. Non ricordo chi ci fece quella foto; so che eravamo al mare in Liguria. Lo so perchè poi non ci siamo più andati insieme. Andavo solo io in vacanza, da una sua cugina che abitava in Veneto a Lignano Sabbiadoro. Che posto orrendo. La Liguria invece mi era piaciuta. Ricordo tante giornate passate in spiaggia, sotto l’ombrellone anche quando era mezzogiorno a mangiare i panini che lei aveva preparato. Poi giocavamo a carte, mi aveva insegnato Machiavelli e Scopa Quindici. Finiva sempre che ci addormentavamo per poi risvegliarci mezz’ora dopo completamente rincoglioniti, con la faccia rossa per il caldo. Ricordo che durante una di queste sieste diaboliche mi svegliai come per un rumore lontano e vidi che mia madre non era da parte a me. Mi alzai sul gomito e la vidi entrare in acqua senza il costume. Ricordo perfettamente la sua schiena scura che finiva nel sedere bianco, lambito dall’acqua cristallina. Mi ristesi subito. Non volevo che mi vedesse, che vedesse che l’avevo vista. Rimasi steso con gli occhi sigillati anche quando la sentii tornare, sfregarsi con l’asciugamano e rinfilarsi velocemente il costume. Non le dissi mai nulla. Quando poi mi svegliai lei era già al sole che fumava una sigaretta. Sorridendo mi chiese: «Gelato?»
Rimetto a posto la foto e apro il cassetto del comodino. Comincio a frugarci: vecchie bollette, atti di proprietà della casa, vecchi stipendi, e poi più sotto affiorano i biglietti dei battesimi, dei compleanni, dei matrimoni, e poi ancora i miei disegni (io e mamma, io e Boris, io e la bici) datati e con legenda descrittiva. Trovo anche le lettere che si scriveva con Giustina, quando noi vivevamo in campagna e lei in città; le lettere tra mia madre e mio padre quando lui stava a militare. Resto seduto sul pavimento con tutti quei fogli sparsi attorno a me. Che devo fare? Che sto facendo? Boris II salta sul letto di mia madre. Boris originale è morto, ho regalato a mia madre un cucciolo qualche anno fa per il suo compleanno. Lei ha voluto chiamarlo nello stesso modo, ma si lamenta perchè questo ha il pelo un po’ più rosso di Boris e si capisce che non è sempre lui. Guardo Boris II che lento e sinuoso si inoltra sul letto, sprimacciando con le sue zampine il piumino, poi lo vedo chinarsi e annusare una lettera. Balzo sul letto a quattro zampe, Boris II se ne va miagolando malignamente. Ecco cosa stavo cercando. La apro con le mani che tremano:
«Ciao tesoro, l’altra sera ho visto in televisione un film di Petri, mi pare si chiamasse I giorni contati. Mentre seguivo la storia ho avuto voglia di mangiare del cioccolato, così mi sono alzata e ho preso il gelato. Poi mi è venuta voglia di bere qualcosa di forte, così ho preso la Vecchia Romagna. Alla fine mi sono accorta che l’unica cosa che volevo fare veramente era piangere. Quel film di merda mi ha ricordato che la mia vita è composta da un giorno che scivola in un altro, e io non posso farla rallentare. Ogni giorno che passo al lavoro, ogni giorno che trascino è un giorno che non tornerà più. Forse tu non ci vuoi pensare ma ti sbagli. Davanti a questo fatto ineluttabile e naturale, figlio mio, abbiamo solo due scelte: accettarlo e continuare, o cambiare nel tentativo illusorio e probabilmente fallimentare di raggiungere lo stato più simile alla felicità. Io non posso più accettare. Tanto varrebbe uccidermi perchè accettare di continuare a condurre questa vita che non mi rende felice è come essere morta e io non voglio essere una morta vivente, come gli zombi dei tuoi film. Quindi cambio tesoro mio. E tu per ora non ci puoi essere in questo cambiamento, mi rovineresti tutto. Per cui per farvore non mi cercare, al massimo ti scriverò io prima o poi. Un bacio, mamma»
Resto seduto sul letto. Le parole della lettera davanti a me cominciano a sfuocarsi. Le orecchie mi ronzano. Boris II mi si struscia sul un braccio, lo scaravento dall’altra parte della stanza.Mi dico: devi pensare, devi riflettere. Ok quindi, se ne è andata? Ma in che senso se ne è andata? E poi con quale cazzutissimo diritto se ne è andata? Per trovare la felicità? Ma per l’amore del cielo, è una bambina? La felicità? Ma la felicità non esiste! Che vuol dire? Ah io sono felice! Che vuol dire uno può essere felice anche per cose stupide, come mangiare il gelato e bere Vecchia Romagna, non sei felice? Prova con la cioccolata e il Braulio. Mi sto incazzando. E la mia di felicità? Secondo lei io mi sono mai preoccupato della mia feliticà? Io non potevo essere felice se non ero un bravo bambino. Che mattana è andarsene di casa a cinquantanni per cercare la felicità? Che poi scusa, in che senso io sono di ostacolo? Ma se non faccio un cazzo dalla mattina alla sera! Non le ho mai detto niente, vietato nulla, fatto storie su nulla.
Praticamente sono un vegetale, richiedo solo acqua, cibo e vestiti puliti ogni due giorni! E la storia ti prego non mi cercare! Se davvero non avesse voluto che io la cercassi non mi avrebbe lasciato questa lettera del cazzo! È ovvio questa è una purissima richiesta d’aiuto nascosta sotto forma di lettera d’addio. Della razza peggiore per giunta. Questa lettera dice: aiuto sono pazza, sto impazzendo , ho la mia crisi di mezza età, per favore vienimi a prendere. Mia madre ha l’affettività di una dodicenne, e adesso mi tocca pure cercarla. Appoggio la schiena alla testata del letto. Pensa demente, mi dico, dove può voler andare tua madre?
E poi un bagliore. Potrebbe essere andata lì, l’unico posto di cui parlava oltre la città dov’era cresciuta e la campagna. Afferro il giaccone ed esco di casa. La città è buia attorno a me e per strada non c’è nessuno, solo le auto sfrecciano lungo le tre corsie per direzione. Rialzo il bavero del giaccono, la stazione è abbastanza vicina e ci posso andare anche a piedi. Continuo a pensare a mia madre, ho un ricordo vago del suo viso che diventa sempre più doloroso man mano che ci penso. È andata a cercare la sua felicità. Mi sembra una frase assurda, non vuol dire nulla, è vuota. Questa fissazione maniacale per la felicità vaga, la realizzazione personale, il trovare se stesso. Ecco la stazione che brilla in fondo al viale, imponente e bellissima, illuminata nella gelida notte dicembrina. Arrivo sui binari, il deserto. Solo qualche latinos, un dipendete della FS con un trolley. Sul mostruoso cartellone delle partenze vedo un treno che potrebbe andare. Gironzolo sul pavimento che risuona dei miei passi finchè vedo la freccia che indica il salone d’attesa. Mi avvicino rapidamente, poi non entro. Qualcosa mi trattiene. Mi metto da parte alla porta e sporgo la testa per guardare dentro la stanza, attraverso il vetro. Ed eccola lì, con il suo cappotto marrone invecchiato con lei, le scarpe e un ridicolissimo cappellino in testa. Un uomo mi passa accanto ed entra nella sala d’attesa, lei alza la testa. Mi scanso indietro. Ho paura che se mi sporgo di nuovo mi ritroverò faccia faccia con lei. Invece no, mi sporgo di nuovo e vedo l’uomo che è entrato in sala d’aspetto che le porge un caffè, uno di quei cartoni americani. Lei gli sorride e lui da seduto le passa un braccio attorno alle spalle.
Si baciano. Arretro e me ne vado senza guardami alle spalle. Sulle scale comincio a correre. Corro finchè il fiato me lo permette, poi mi piego sulle ginocchie e piango. Mi addosso contro il muro di una casa e piango per un buon quarto d’ora. Calde lacrime salate e un cerchio alla testa prepotente. Mi asciugo gli occhi. Mi ricompongo. Mentre cammino a testa china verso casa penso che potrei accettare l’invito di Giustina.

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